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Come affrontare una causa di lavoro

16 Gennaio 2019
Come affrontare una causa di lavoro

Dal recupero crediti degli stipendi non pagati alla causa contro il licenziamento o le sanzioni disciplinari: la conciliazione, il decreto ingiuntivo e la causa ordinaria di lavoro. Tutti i passaggi.

Ci sono tante ragioni per cui il dipendente può fare causa al proprio datore di lavoro. Di sicuro, quella più frequente è il mancato pagamento dello stipendio o il pagamento in misura più bassa rispetto al contratto collettivo, illecito quest’ultimo che diventa reato solo quando accompagnato dalla minaccia del licenziamento. Ma ci sono ulteriori casi in cui è possibile citare in giudizio il proprio capo: dal mobbing allo straining (una sorta di mobbing attenuato), dalle violenze alle offese, dall’illegittimo trasferimento al mancato riconoscimento in busta paga di indennità o gratifiche spettanti per legge. In tutte queste ipotesi, chi si accinge a ricorrere al tribunale si chiede sempre come affrontare una causa di lavoro. 

La risposta cambia a seconda del tipo di giudizio che si sta per intentare. Tutto dipende, in buona sostanza, dal diritto leso e da ciò che prevede il codice di procedura civile. Di certo il miglior suggerimento è quello di farsi sempre consigliare dal proprio avvocato, esperto del settore e quindi maggior conoscitore dei meccanismi che regolano il processo. E di certo, l’esperienza è la prima cosa da ricercare: da un lato perché il cosiddetto “rito del lavoro” (ossia la procedura che si applica a questo delicato settore) è diverso rispetto a quello ordinario; dall’altro lato perché la normativa sostanziale è spesso in continua evoluzione, frammentata in numerose leggi di settore, nei contratti collettivi, nelle indicazioni della Cassazione. 

Di tanto parleremo qui di seguito. Ti spiegheremo, per sommi capi, cosa puoi fare per evitare di fare passi falsi. 

Come affrontare una causa di lavoro per mancato pagamento dello stipendio

Se stai citato in giudizio l’azienda perché non ti ha pagato lo stipendio o ti ha versato un importo più basso del dovuto, puoi anche evitare la causa tradizionale. Difatti, con una copia del contratto di lavoro il tuo avvocato può richiedere un decreto ingiuntivo. Il tribunale lo concede senza udienze e senza citare l’avversario. Il provvedimento, una volta emesso, va notificato al debitore che ha 40 giorni di tempo per presentare opposizione. Diversamente il decreto vale come una sentenza definitiva e non può più essere contestato. 

Se invece l’azienda dovesse fare opposizione si instaurerebbe una vera e propria causa nel corso della quale il dipendente deve dimostrare il proprio credito. È necessario che si presenti in prima udienza per essere sentito dal giudice e tentare una conciliazione. 

In alternativa al decreto ingiuntivo puoi chiedere l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro e denunciare il datore per mancato pagamento dello stipendio e dei relativi contributi. Questa procedura viene detta «conciliazione monocratica». Si svolge un incontro in presenza di un ispettore che mira a tentare una via bonaria. Se questa non riesce, scatta l’ispezione in azienda e l’accertamento dell’irregolarità contributiva, con pagamento di pesanti sanzioni. È una via molto più veloce e incisiva rispetto al decreto ingiuntivo posta la presenza fisica delle parti che possono anche trovare un accordo per una definizione transattiva o dilazionata nel tempo.

L’ultima possibilità è quella di chiedere un tentativo di conciliazione sempre presso l’Ufficio territoriale del Lavoro. Quest’organo, che è composto dai rappresentanti delle due parti contrapposte, non ha però poteri sanzionatori a differenza di quello precedente. Lo scopo dell’incontro è di tentare una definizione bonaria della lite. Se non riesce, il dipendente può ricorrere in tribunale.

Il mancato pagamento dello stipendio non è un reato neanche se il credito raggiunge cifre ragguardevoli. Tuttavia, se il capo ti ha ricattato, offrendoti uno stipendio ridotto come alternativa al sicuro licenziamento, puoi denunciarlo per estorsione. Leggi sul punto Stipendio più basso della busta paga: che fare? 

In ogni caso, prima di qualsiasi mossa giudiziaria o stragiudiziale, ti consiglio sempre di far inviare, dal tuo avvocato, all’azienda datrice di lavoro, una lettera di diffida con posta elettronica certificata (Pec). In essa assegnerete un termine di 15 giorni per pagare. In questo modo potrete già comprendere se, alla base dell’inadempimento, ci sono ragioni collegate alla crisi o a una condotta del dipendente. 

Termini entro cui agire

Spesso in materia di lavoro, la legge fissa dei termini ridotti al dipendente che vuole fare causa. Eccoli.

Impugnazione del licenziamento o altre sanzioni disciplinari meno gravi

Entro 60 giorni dalla ricezione della lettera di licenziamento il dipendente deve inviare una contestazione scritta con raccomandata a.r. Nei successivi 180 giorni deve depositare in tribunale il ricorso o deve comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Se la controparte rifiuta la conciliazione o l’arbitrato oppure non si raggiunge l’accordo, il ricorso giudiziale deve essere proposto entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

Se il licenziamento è stato verbale non ci sono termini di decadenza entro cui agire.

Impugnazione del contratto a termine

L’impugnazione con diffida scritta va fatta entro 120 giorni dalla cessazione del contratto. Entro il successivo termine di 180 giorni si deve depositare il ricorso giudiziale o si deve comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Se la controparte rifiuta la conciliazione o l’arbitrato oppure non si raggiunge l’accordo, il ricorso giudiziale si deve proporre entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

Richiesta di indennità di cessazione del rapporto di agenzia

In questa materia c’è 1 anno dallo scioglimento del rapporto per agire. 

Termini di prescrizione

Oltre alla decadenza per l’azione giudiziaria, bisogna considerare la prescrizione dei diritti del lavoratore dipendente. A differenza della decadenza però, in questo caso una lettera di diffida interrompe il decorso della prescrizione che inizia a decorrere nuovamente da capo:

stipendi, TFR: 5 anni dalla cessazione del rapporto di lavoro

risarcimento del danno: 10 anni (5 se il danno è stato causato da un comportamento extralavorativo);

Soluzioni alternative al processo

Come detto in precedenza, chi intende risolvere una controversia in materia di lavoro, anziché promuovere un’azione giudiziaria può o deve (a seconda dei casi) ricorrere:

  • al preventivo tentativo di conciliazione in via stragiudiziale. Il tentativo di conciliazione è facoltativo e non è condizione di procedibilità dell’azione giudiziale;
  • a un arbitrato (solo se previsto dal contratto di lavoro o dagli accordi collettivi nazionali).

In alternativa alla conciliazione e all’arbitrato le parti possono accordarsi tramite transazione privatamente o in sede sindacale (anche quando non è previsto dai contratti collettivi).

La conciliazione parte da una istanza che il dipendente presenta all’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Quest’ultimo fissa l’incontro e trasmette al datore di lavoro e al lavoratore la convocazione nel termine perentorio di 7 giorni dalla ricezione della comunicazione: l’incontro si svolge dinanzi alla commissione di conciliazione. In caso di legittimo e documentato impedimento del lavoratore a presenziare all’incontro, la procedura può essere sospesa per un massimo di 15 giorni. L’incontro, durante il quale le parti, con la partecipazione attiva della commissione, esaminano anche soluzioni alternative al recesso, si conclude entro 20 giorni.

Se il tentativo di conciliazione riesce, anche se limitatamente a una parte della domanda, il verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dai componenti della commissione.

Su istanza della parte interessata, il giudice ne accerta la regolarità formale e lo dichiara esecutivo con decreto.

In alternativa alla conciliazione presso l’Ispettorato, il lavoratore, prima di ricorrere al giudice, può tentare un accordo con il proprio datore di lavoro con l’assistenza delle rappresentanze sindacali. Si tratta della cosiddetta conciliazione in sede sindacale.

La procedura si svolge presso le sedi sindacali ed è totalmente autonoma non essendoci norme che la disciplinano: essa si svolge secondo le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.

La causa contro l’azienda

Se intendi fare causa all’azienda datrice di lavoro devi farti assistere da un avvocato. Questa procedura ha la particolarità di iniziare con atto di ricorso che deve già contenere tutte le prove: dai documenti alla lista dei testimoni. 

In caso di rapporto di lavoro subordinato, il ricorrente è libero di scegliere di iniziare il giudizio in uno dei seguenti luoghi:

  • quello in cui è sorto il rapporto;
  • quello in cui si trova l’azienda;
  • quello in cui è situata una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera fino al momento della fine del rapporto di lavoro.

Dopo il deposito del ricorso il giudice fissa l’udienza. Il ricorso va poi notificato al datore.

Il resistente deve costituirsi in giudizio almeno 10 giorni prima dell’udienza indicata nel decreto emesso dal giudice e notificatogli dal ricorrente.

Alla prima udienza devono presentarsi personalmente sia il lavoratore che il legale rappresentante dell’azienda. 

La mancata comparizione di una parte senza giustificato motivo, così come la mancata conoscenza senza gravi ragioni dei fatti di causa da parte del procuratore, è liberamente valutabile dal giudice ai fini della decisione. Non sono previste altre sanzioni.

Se l’azienda fallisce

Se l’azienda fallisce, le ultime tre mensilità e il Tfr ti vengono pagate dal Fondo di garanzia dell’Inps. Se però il rapporto è cessato da più di un anno ti spetta solo il TFR. 

La stessa garanzia ti spetta se l’azienda non ha i requisiti per essere assoggettata al fallimento ma non ti è stato possibile recuperare i crediti (ad esempio se il pignoramento non va a buon fine per assenza di attivo).

Per chiedere l’ammissione al Fondo di Garanzia dopo il fallimento devi presentare al Curatore un’istanza di ammissione alla procedura con i documenti che provano il tuo credito. Il decreto di ammissione, insieme a una serie di altri documenti, dovrà essere inviato telematicamente all’Inps. Si tratta di una procedura articolata per via dell’elevato numero di certificati. Ti consiglio di farla curare dal tuo avvocato. 


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