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Test intolleranze alimentari

16 Febbraio 2019 | Autore: Annalisa Figurato


Test intolleranze alimentari

> Salute e benessere Pubblicato il 16 Febbraio 2019



Ormai non si parla d’altro; le intolleranze alimentari sono il dilemma del secolo e sfuggire alle truffe dei test fasulli è possibile solo se sappiamo dove farcele diagnosticare seriamente.

Ci basta un sintomo associato all’ingestione di un particolare alimento, come gonfiore, diarrea, o una semplice indigestione per decretarci “intolleranti”. La colpa è senz’altro dei media, dei giornali e della disinformazione generale se, ad oggi, il business dei fantomatici test per le diagnosi di intolleranze alimentari ammonta, secondo le stime del ministero della Salute, a ben 3 milioni di euro. Il problema, infatti, non è solo la confusione su cosa sia realmente un’intolleranza e quali siano gli alimenti che possono provocare una sintomatologia tipica, ma anche la presenza di numerosi test non validati scientificamente propinati da figure professionali (e non) che non sono autorizzate a fare questo tipo di diagnosi. Tutto ciò genera anche l’errata convinzione, tra le persone, che basti privarsi di alcuni alimenti per stare meglio e, magari, dimagrire. Se vuoi saperne di più sull’argomento e vuoi chiarirti le idee su dove fare i test per le intolleranze alimentari scientificamente riconosciuti, questo articolo fa apposta per te.

Cosa sono le intolleranze alimentari

A differenza delle allergie alimentari, che prevedono lo scatenamento di una reazione da parte del sistema immunitario, attraverso la produzione di immunoglobuline di tipo IgE, immediata ed indipendente dalla dose di alimento ingerita, le intolleranze, pur potendo provocare sintomi simili, hanno, per lo più, una base infiammatoria e possono insorgere alcune ore dopo, a volte giorni, l’ingestione di un determinato alimento.

Quindi, mentre le allergie sono patologie acute, le intolleranze sono disturbi cronici alla cui base c’è sicuramente un problema infiammatorio, che spesso si associa ad aumento di peso e resistenza al dimagrimento. Queste ultime sono più frequenti nella popolazione (ne soffre il 2,5% degli adulti e il 2,8% dei bambini) e sono generalmente provocate dalla difficoltà di digerire un alimento dovuta a deficit di determinati enzimi digestivi.

L’intolleranza alimentare più diffusa è senza dubbio quella al lattosio: la sola popolazione italiana ne è colpita al 50%. La lattasi infatti, enzima implicato nella digestione del lattosio, lo zucchero del latte, è presente in elevate quantità nei lattanti e decresce esponenzialmente a partire dai 4-5 anni. Mentre alcuni adulti continuano a sintetizzare lattasi, altri perdono questa capacità, a causa di una mutazione genetica che li rende, appunto, intolleranti.

Altri tipi di intolleranze conosciuti sono quelle di natura farmacologica e da additivi alimentari. Per quanto riguarda le intolleranze alimentari note, diversamente da quanto ormai è ampiamente diffuso, ossia che ne esistano più di 100 tipi diversi associate ad una moltitudine di alimenti, le uniche veramente riconosciute dal mondo medico-scientifico sono quelle al glutine (gluten-sensitivity o sensibilità al glutine, diversa dal morbo celiaco) e al lattosio. Ci avresti mai pensato? Eppure sono le sole ad avere una documentazione scientifica che ne provi ed approvi l’esistenza e per le quali esistono test per la diagnosi sensibili e specifici al 99%. Cosa le caratterizza? Oltre ai comuni sintomi legati all’apparato digerente come nausea, vomito, diarrea, meteorismo, legati all’assunzione di un alimento, sono piuttosto frequenti anche stanchezza cronica, emicranie, irritabilità e variazioni di peso.

Quali sono i test per le diagnosi delle intolleranze

Negli ultimi anni, soprattutto nelle farmacie, hanno riscosso particolare successo i test delle intolleranze su campioni di sangue capillare prelevati dal polpastrello, attraverso i quali si risulta essere facilmente intolleranti a più tipologie di alimenti. I suddetti test si basano sul dosaggio delle IgG4, immunoglobuline che aumentano ogni qual volta il nostro organismo si trova di fronte ad un eccesso di sostanze estranee da affrontare.

Il nostro sistema immunitario, infatti, si mette in funzione non solo quando ci deve proteggere da batteri, virus e tossine, bensì ogni qual volta che introduciamo qualcosa che non è riconosciuto come “self” o proprio. Per questo motivo, se introduciamo, per periodi di tempo prolungati uno stesso gruppo di alimenti ogni giorno e in grosse quantità, il nostro difensore interno risponderà aumentando la risposta infiammatoria mediata dalle IgG4, in maniera del tutto aspecifica. Come possiamo attribuire, quindi, questa reazione ad un solo alimento? E’ impossibile. Per questo motivo, questi test decadono automaticamente quando si tratta di diagnosticare un’intolleranza specifica.

I test attualmente disponibili e facilmente eseguibili, non essendo invasivi per il paziente, sono:

  • il breath test al lattosio;
  • il dosaggio ematico dei linfociti intraepiteliali IEL, in caso di sospetta sensibilità al glutine;
  • la dieta ad esclusione secondo un protocollo diagnostico standardizzato.

Il breath test o test del respiro si effettua su un campione di espirato del paziente prima e dopo l’ ingestione di una piccola quantità di lattosio (al di sotto di quella tollerata, ossia 12 grammi), mentre il test ematico consente di dosare linfociti specifici, i cui livelli risultano particolarmente elevati nei soggetti con sensibilità al glutine.

La dieta ad esclusione, invece, può essere applicata sia per fare diagnosi di intolleranza al lattosio che per diagnosticare la sensibilità al glutine. Il protocollo standardizzato dal team di ricerca del Dott. Alessio Fasano, che è tra i massimi esperti mondiali di celiachia e gluten-sensitivity, prevede un’accurata anamnesi del paziente e l’esclusione, per almeno quattro settimane, dell’alimento sospettato e la valutazione della risposta. Se i sintomi spariscono e ricompaiono con la reintroduzione dell’alimento allora il medico può già diagnosticare l’intolleranza e richiedere, eventualmente, ulteriori test di conferma.

In ogni caso, perciò, se sospetti di avere un problema simile, la prima cosa da fare è rivolgersi al proprio medico di famiglia, che valuterà i sintomi e cercherà di spiegarne la natura, che potrebbe anche non avere nulla a che fare con le intolleranze, e provvedere all’invio allo specialista medico più indicato (allergologo, gastroenterologo, endocrinologo). Lo specialista, a quel punto, sarà in grado di stabilire quali indagini effettuare e quali test prescrivere per formulare la diagnosi più corretta.

Diffida, invece, da tutti quei test senza fondamento scientifico che hanno preso prepotentemente piede negli ultimi anni, quali: vega-test, dosaggio delle IgG4, test citotossico, Alcat-test, test kinesiologici, analisi del capello, iridologia, DRIA test, biorisonanza, pulse test, test elettrici, o l’improbabile riflesso cardiaco-auricolare.

Dove fare analisi di intolleranze alimentari?

Qualsiasi struttura sanitaria pubblica o privata in cui lavorano professionisti sanitari abilitati all’effettuazione dei test sopra descritti, ossia medici, biologi, infermieri, farmacisti, può essere scelta dal paziente che deve ricevere una diagnosi. Si parla cioè di ospedali, laboratori di analisi, cliniche private e studi medici che collaborano con laboratori per la lettura dei referti.

È quasi sempre necessario disporre di impegnativa medica e il paziente deve essere messo a conoscenza dei protocolli di esecuzione da rispettare prima di effettuare l’indagine. Infatti, soprattutto per la diagnosi di intolleranza al lattosio è necessario astenersi, per almeno una settimana prima del test, da cibi contenenti tale zucchero, ossia latte e derivati, antibiotici e farmaci contenenti lattosio tra gli eccipienti, nonché cibi contenenti anche solo tracce di lattosio tra gli ingredienti. Infine, la sera prima del breath test è consigliato effettuare un pasto specifico, spesso a base di riso bianco e seguire determinate indicazioni imposte dal medico o dal personale competente.

Come comportarsi in caso di diagnosi positiva di intolleranza alimentare

Le allergie possono compromettere la qualità di vita del paziente che ne soffre, costringendolo, quindi, ad eliminare totalmente dalla dieta i cibi che provocano reazioni anche piuttosto pericolose (si pensi allo shock anafilattico), mentre le intolleranze possono attualmente essere risolte attraverso diete ad esclusione, sotto stretto controllo medico o del nutrizionista, oppure attraverso l’assunzione di opportuni integratori.

Ultimamente, invece, non è raro che le persone seguano autonomamente protocolli dietetici che prevedono l’esclusione di alcuni alimenti in modalità totalmente fai-da-te, andando facilmente incontro a pericolose carenze nutrizionali. Il rischio, infatti, è che si introducano quotidianamente quantità molto scarse, se non nulle, di particolari nutrienti non adeguatamente sostituiti o bilanciati dalla presenza di altri. Per questo motivo, quindi, è bene non sottovalutare il problema, laddove presente, ricorrendo all’aiuto di un professionista che possa eventualmente consigliarci anche l’integrazione più giusta. Infatti, specie nel caso dell’intolleranza al lattosio, grazie ai passi avanti fatti dalla ricerca, è possibile controllare la sintomatologia legata all’assunzione di cibi contenenti tale zucchero grazie all’assunzione di integratori a base di beta-galattosidasi, nome scientifico della lattasi coinvolta nella digestione del lattosio.

Per poter aver efficacia è necessario conoscere la giusta unità di enzima, utile a digerire la quantità di lattosio presente negli alimenti, e assumerla almeno una mezz’ora prima dei pasti così da permettersi di consumare latte e derivati senza subire alcuna conseguenza.

In conclusione, se ti rivedi nei sintomi elencati e hai provato anche tu rimedi fai-da-te, quello che puoi fare, prima di rivolgerti al medico è redigere un diario alimentare in cui annotare gli alimenti che consumi durante la settimana, eventuali episodi gastrointestinali associati e tempi di comparsa dei sintomi così da avere una maggiore consapevolezza del problema e aiutare lo specialista nel fare una diagnosi più accurata.


Di Annalisa Figurato


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