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La separazione giudiziale

6 Febbraio 2019 | Autore:


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Passaggi e tempi per porre fine alla convivenza quando non c’è un accordo tra i coniugi. Cosa può decidere il giudice? E quanto si aspetta per il divorzio?

Le cose non sempre vanno come si pensava e, così, può succedere che una coppia decida di dirsi addio per sempre e di ricominciare separatamente una nuova vita. A volte, però, lasciarsi in buoni rapporti risulta complicato, specialmente se c’è da dividere un patrimonio e, soprattutto, se entrambi gli ex coniugi vorrebbero avere la custodia dei figli e pretendere che l’altro contribuisca al mantenimento. Quando l’accordo su queste ed altre cose non c’è, si arriva alla separazione giudiziale. Che cos’è e che cosa comporta è quello che vedremo in questo articolo.

La separazione giudiziale, dunque, non va confusa con quella consensuale. A quest’ultima, infatti, si arriva grazie ad un accordo tra i coniugi su quali saranno i loro compiti e le loro responsabilità una volta cessata la convivenza. Nella separazione giudiziale, invece, è un magistrato a decidere questi aspetti, poiché l’intesa di partenza non c’è stata.

Ed è qui che comincia il «festival» delle accuse, dei rimproveri e dei rinfacciamenti. A volte, purtroppo, senza esclusione di colpi, il che rende tutto molto più difficile. Bisogna portare in tribunale le prove dell’impossibilità di continuare la convivenza, il che non è sempre una passeggiata. La separazione giudiziale, infatti, comporta mettere sul banco davanti ad un giudice le proprie frustrazioni ed i fallimenti della coppia e cercare di dare un perché, possibilmente addossando la colpa alla controparte.

Arrivati a questo punto, dunque, diventa fondamentale sapere come muoversi, come difendersi e quali sono i propri diritti per affrontare con la massima preparazione la separazione giudiziale. Tutti aspetti che vediamo di seguito.

Separazione giudiziale: che cos’è?

Per definizione, la separazione giudiziale è il procedimento che uno dei coniugi promuove in disaccordo con l’altro per porre fine alla loro convivenza. Attraverso questo procedimento si ottiene una sentenza di separazione basata su fatti (anche indipendenti dal volere della coppia) che rendono la convivenza intollerabile oppure possono recare danno alla prole [1].

Che cosa si intende per convivenza intollerabile?

In qualsiasi tipo di convivenza ci vuole un minimo di tolleranza: al lavoro non tutti i colleghi meriterebbero un abbraccio ogni mattina, ma tocca tenerseli accanto tutti i giorni e, per questo, bisogna armarsi di pazienza ed accettare qualche difetto (come gli altri faranno con i nostri). Lo stesso succede con i vicini di casa: sopportare il cane che abbaia dall’altra parte del pianerottolo o il condomino che rientra la sera tardi facendo un po’ di fracasso non sempre è facile. Ma, anche qui, per evitare battaglie quotidiane ogni tanto serve la pazienza.

Figuriamoci in un rapporto di coppia, dove ciascuno cerca di consolidare il proprio spazio con le proprie abitudini senza troppe interferenze, nemmeno da parte del marito o della moglie. Ma se con il collega o con il vicino di casa si è disposti ad essere permissivi (almeno fino ad un certo punto), che cosa fa diventare intollerabile la convivenza con il partner per arrivare perfino alla separazione giudiziale?

Il pensiero che potrebbe apparire più scontato è che la convivenza diventa intollerabile quando uno dei due coniugi comincia a violare gli obblighi matrimoniali: infedeltà, indifferenza verso l’altro, scarsa partecipazione alla vita affettiva ed economica della famiglia, ecc. Tuttavia, la tesi più diffusa è che i fattori che portano all’intollerabilità di una convivenza non dipendano dalla volontà dei coniugi. Si parla, quindi, dell’incompatibilità di caratteri, della diversità culturale acquisita in passato, di due modi paralleli di concepire il futuro della coppia e della famiglia, ecc. Cose che, a dire la verità, potevano scaturire durante il fidanzamento, ma questa è un’altra storia.

In ogni caso, il distacco non solo fisico (mancanza di rapporti sessuali, ad esempio) ma anche spirituale (carenza assoluta di dialogo e indifferenza più totale verso l’altro) rendono la convivenza intollerabile e portano, inevitabilmente, verso la separazione giudiziale. Anche quando questo atteggiamento lo dimostra uno solo dei coniugi. Perché non finisce solo per ferire l’altro: ha una ricaduta immancabile sui figli.

Separazione giudiziale: chi ne ha la competenza?

Chi vuole presentare domanda di separazione coniugale deve rivolgersi, nell’ordine, ad uno di questi tribunali:

  • a quello del luogo di ultima residenza comune della coppia;
  • in mancanza di questo, al tribunale del luogo in cui ha la residenza o il domicilio il coniuge contro il quale si presenta la richiesta;
  • se il convenuto risiede all’estero oppure è irreperibile, al tribunale del luogo in cui il coniuge ricorrente ha residenza o domicilio;
  • ad un qualsiasi tribunale italiano nel caso in cui entrambi i coniugi siano residenti all’estero.

Durante il procedimento è obbligatoria la partecipazione di un pubblico ministero, il quale avrà la competenza di presentare delle nuove prove, fare delle richieste o impugnare una sentenza quando lo ritenga opportuno.

Separazione giudiziale: come si fa?

Chi vuole porre fine alla convivenza e non trova un accordo con l’ex coniuge sulle condizioni della separazione, può fare richiesta di separazione legale presentando ricorso in una delle sedi sopracitate.

Il ricorrente deve specificare i motivi della sua domanda e se la coppia ha dei figli. Deve, inoltre, allegare le dichiarazioni dei redditi dei due coniugi di almeno gli ultimi tre anni.

Giunto il ricorso in tribunale, il Presidente fissa con decreto nei successivi cinque giorni:

  • la data dell’udienza alla quale devono presentarsi i due coniugi (entro 90 giorni dal giorno in cui è stato depositato il ricorso);
  • il termine entro il quale deve essere notificato il ricorso da parte del ricorrente e del decreto all’altro coniuge;
  • il termine entro il quale il coniuge convenuto (cioè quello che è stato citato da chi ha presentato il ricorso) ha la possibilità di depositare la memoria difensiva ed eventuali altri documenti.

L’udienza di comparizione

Citati entrambi dal presidente del Tribunale, i coniugi devono comparire per la prima udienza che apre il processo di separazione giudiziale. I due devono presentarsi obbligatoriamente di persona assistiti dai rispettivi avvocati.

Possono succedere tre cose:

  • si presentano i due coniugi: l’udienza avviene normalmente;
  • non si presenta il coniuge ricorrente: il presidente del Tribunale chiude il procedimento per rinuncia agli atti. In pratica, è come se la separazione giudiziale venisse «abortita»;
  • non si presenta il giudice convenuto, cioè la controparte di chi ha avviato il procedimento: il presidente del Tribunale fissa una nuova udienza e, se lo ritiene opportuno, decide con un’ordinanza gli aspetti urgenti che non possono essere rimandati.

Dei tre, gli ultimi due casi sono quelli eccezionali. Il primo, quello in cui si presentano entrambi i coniugi davanti al giudice, dovrebbe essere quello normale. In questo caso, il presidente del Tribunale cerca prima una mediazione per evitare che il procedimento vada avanti e che si arrivi alla separazione. Anche qui, ci sono diverse possibilità:

  • l’accordo viene trovato: si redige un verbale ed il procedimento di separazione finisce lì;
  • l’accordo non viene trovato: il presidente del Tribunale nomina un giudice istruttore e fissa una nuova udienza davanti a quest’ultimo.

L’udienza davanti al giudice istruttore

Questo articolo finirebbe qui se si fosse trovato un accordo davanti al presidente del Tribunale, cioè se la tentata conciliazione avesse successo ed i coniugi vivessero da quel momento in poi felici e contenti. L’articolo, invece, continua ipotizzando che quell’accordo non è stato trovato e che, quindi, il procedimento di separazione giudiziale, purtroppo, va avanti.

Come appena detto, si arriva davanti al giudice istruttore nell’udienza fissata dal Presidente nella fase precedente. Non ci sono più dei tentativi di intesa fra i coniugi, ma si va a stabilire le condizioni della separazione. Tant’è che il giudice può anche produrre delle prove nuove che riguardino i figli.

Il Tribunale, conclusa la fase istruttoria, emette una sentenza di separazione che la controparte può impugnare se lo ritiene opportuno. Inoltre, il giudice può emettere una sentenza non definitiva con cui risolve subito la separazione ma lascia che la causa vada avanti nel caso ci siano altre questioni da risolvere tra i coniugi, come ad esempio quelle che riguardano il patrimonio oppure l’affidamento dei figli.

Separazione giudiziale: che cosa può decidere il giudice?

Ci sono diversi provvedimenti durante il procedimento di separazione giudiziale. Innanzitutto, c’è l’ordinanza con cui il presidente del Tribunale decide sulla situazione dei figli e sui doveri e diritti dei coniugi, come ad esempio eventuale obbligo di mantenimento o assegnazione ad uno dei due dell’abitazione coniugale.

Quest’ordinanza è immediatamente esecutiva. Ma è anche modificabile o revocabile dal giudice istruttore con ulteriore sentenza oppure impugnabile con il dovuto reclamo alla Corte d’Appello.

Tra i provvedimenti più importanti ci sono, ovviamente, quelli che riguardano i figli, poiché è il loro interesse quello che prevale nel momento in cui un giudice deve emettere una sentenza. In particolare, la legge ha apportato alcuni anni fa qualche novità in proposito che il Tribunale deve tenere in considerazione [2]. In particolare:

  • l’affidamento dei figli ad un solo genitore e l’opposizione all’affidamento condiviso;
  • l’assegnazione dell’abitazione coniugale in base alla proprietà e agli accordi economici valutando gli interessi dei figli;
  • l’obbligo di ascoltare il figlio minorenne durante il procedimento, a meno che non sia opportuno;
  • l’obbligo di mantenimento non solo dei figli minorenni ma anche di quelli maggiorenni quando non sono economicamente autonomi.

Separazione giudiziale: la pronuncia di addebito

Di chi è la colpa di un matrimonio fallito? E quali sono le conseguenze che deve affrontare il coniuge a cui viene addebitato quel fallimento? Al giudice l’ardua decisione. Di solito, si basa su delle prove in grado di dimostrare che una delle parti ha violato i doveri matrimoniali con un comportamento poco o per nulla costruttivo. In questo caso, e su richiesta del ricorrente, può stabilire nella sentenza a chi attribuire la responsabilità della separazione.

Le conseguenze di questo addebito sono, soprattutto, economiche e patrimoniali (oltre a quelle affettive sulle quali nessun giudice è in grado di decidere perché appartengono alla sfera personale di ciascuno). Vediamo quali sono i principali effetti della separazione giudiziale.

Addio alla comunione dei beni

Prima conseguenza della separazione giudiziale: il regime di comunione dei beni viene immediatamente sciolto nel caso in cui i coniugi lo avessero adottato il giorno del loro matrimonio. Questo regime salta per aria nel momento stesso in cui il presidente del Tribunale dà il via libera alla separazione.

A sua volta, questo effetto della separazione giudiziale comporta:

  • il subentro della comunione ordinaria al posto di quella legale;
  • il passaggio al patrimonio comune dei beni de residuo;
  • un nuovo regime patrimoniale, cioè quello della separazione.

A questo si aggiunge la separazione del patrimonio. Prima, però, bisogna procedere ai rimborsi e alle restituzioni dell’uno verso l’altro [3]. Significa che se uno dei due ha prelevato dal conto in comunione una cifra che non era destinata a soddisfare un obbligo familiare, dovrà restituirla. Lo stesso deve fare chi ha deciso di spendere una somma di sua iniziativa a meno che sia un atto di straordinaria amministrazione e venga dimostrato il vantaggio per la comunione o abbia soddisfatto un bisogno della famiglia.

Ciascuno dei coniugi può reclamare indietro i soldi prelevati dal patrimonio personale e destinati al patrimonio comune. Così come chi è in credito può prelevare dalla cassa comune (nell’ordine in denaro, in mobili ed in immobili) fino a pareggiare il conto.

A chi va la casa?

Una delle grane più ricorrenti quando si affronta una separazione giudiziale è quella dell’abitazione: a chi va la casa in cui sono stati i coniugi fino all’ultimo giorno di convivenza? Anche in questo caso decide il giudice, tentando di salvaguardare, soprattutto, l’interesse dei figli.

Può darsi, però, che i coniugi non abbiano avuto dei bambini. In questo caso, il giudice valuta queste due ipotesi:

  • la casa è di proprietà comune, cioè è intestata ad entrambi i coniugi;
  • la casa è di proprietà esclusiva di uno dei due, come nel caso in cui lui l’abbia ereditata dal padre e ci abbia vissuto con la moglie gli anni in cui sono stati insieme.

Solo nel primo caso si potrà pretendere la divisione giudiziale della casa. Nel secondo, invece, l’immobile resterà a chi detiene la proprietà esclusiva oppure (tornando al caso dei bambini) al genitore a cui vengono affidati i figli, anche se avrà il solo diritto di godimento.

Chi paga l’assegno di mantenimento?

Chi si trova l’addebito della separazione deve per forza pagare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge ed ai figli? Diciamo, intanto, che l’assistenza materiale è prevista nel Codice civile in questo modo: «Il giudice – si legge – stabilisce in favore del coniuge il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto necessario al suo mantenimento, qualora egli non disponga di adeguati redditi propri» [4]. In pratica, e poiché la separazione giudiziale non cancella il matrimonio ma solo alcuni dei doveri dei coniugi, assistenza e rispetto restano fino al divorzio, così come deve restare lo stesso tenore di vita goduto fino a quel momento [5].

Se ne deduce che l’obbligo di assistenza materiale si traduce nel versamento dell’assegno di mantenimento, dovuto quando:

  • c’è una separazione legale;
  • uno dei due coniugi non ha un reddito proprio;
  • il coniuge beneficiario dell’assegno non è il responsabile della separazione (cioè non gli è stata addebitata la fine della convivenza);
  • il coniuge che deve pagare l’assegno ha un reddito sufficiente a garantire il mantenimento.

Attenzione, però: la Cassazione ha stabilito che se la convivenza è stata piuttosto breve l’assegno di mantenimento non sarà dovuto [6].

Eredità e pensione di reversibilità

Il coniuge separato ha diritto alla pensione di reversibilità dell’altro coniuge nel caso in cui quest’ultimo muoia? Se la sentenza di separazione giudiziale non dice il contrario, la risposta è sì. Ha diritto alla pensione di reversibilità sempre per lo stesso motivo che abbiamo citato più volte, cioè: la separazione non scioglie il matrimonio. Quindi il superstite è, a tutti gli effetti, vedovo o vedova della defunta o del defunto.

Di conseguenza, avrà anche il diritto di ereditare la sua quota di patrimonio. Viceversa, perderà i diritti successori il coniuge a cui è stata addebitata la separazione.

Separazione giudiziale: quanto ci vuole per il divorzio?

Se la separazione giudiziale non ti basta e vuoi che vengano annullati del tutto gli effetti del matrimonio chiedendo il divorzio, sappi che i tempi non sono eterni ma nemmeno viene risolto tutto dall’oggi al domani.

Il termine per vedere nero su bianco la parola fine sul tuo matrimonio è un anno. Dodici mesi che trascorrono dalla prima udienza davanti al presidente del Tribunale per il tentativo di conciliazione.

note

[1] Art. 151 cod. civ.

[2] Dlgs. n. 154/2013.

[3] Art. 192 cod. civ.

[4] Art. 156 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 12196/2017.

[6] Cass. sent. n. 402/2018.


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8 Commenti

  1. Salve grazie per queste informazioni molto interessanti. Mia moglie non vuole darmi la separazione. cosa devo fare. spero potrete aiutarmi, la convivenza è intollerabile e sinceramente non voglio portare aventi ancora questo rapporto. grazie, aspetto una vostra risposta. la legge per tutti scrivete articoli sempre utili per noi cittadinbi

    1. Buongiorno Ignazio! Grazie a te e continua a seguirci. Puoi ottenere la separazione nonostante l’opposizione del coniuge. Se il marito o la moglie non vuole andare in tribunale l’altro lo può fare ugualmente da solo, ma la separazione consensuale ha degli indubbi vantaggi. La legge attribuisce la facoltà di agire dinanzi al giudice solo dichiarando che la convivenza è divenuta impossibile: impossibilità che non deve essere verificata in concreto ossia in termini oggettivi; basta anche la semplice percezione soggettiva del ricorrente e, quindi la sua dichiarazione presentata al tribunale. Ti consigliamo di leggere il nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/273259_come-convincere-il-coniuge-a-dare-la-separazione

  2. Salve, io e mia moglie ci stiamo separando…una situazione molto complicata. lei non voleva concedermi la separazione e dopo molte liti siamo riusciti a giungere ad un accordo. vorrei sapere quali sono i miei diritti in quanto padre. grazie

  3. salve, sono un padre separato e la mia situazione è davvero singolare. mio figlio è stato affidato alla mamma ma non vuole vedermi… io credo che lei gli stia facendo il lavaggio dl cervello. eravamo molto legati prima, poi dopo la separazione, nonostante io cerchi di contattarlo e proporgli di trascorrere del tempo insieme facendo quello che ha sempre amato ora si nega e non vuole più stare insieme a me…sto soffrendo molto e non vorrei vederlo triste. grazie

    1. Buongiorno Pasquale! Il rifiuto del figlio minore non è una ragione valida per legittimare la tua ex a negarti l’esercizio del diritto di visita. Come stabilito da numerose pronunce della Corte di Cassazione, in presenza di un rapporto conflittuale tra minore e genitore non affidatario o in caso di rifiuto del figlio di vedere il padre, sussiste il reato di mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice tutte le volte in cui la madre non cerchi di collaborare per la riuscita degli incontri, cercando di far in modo che si ripristini il rapporto padre/figlio nell’interesse di quest’ultimo. Per saperne di più sull’alienazione parentale leggi il nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/211115_cose-lalienazione-parentale

  4. In caso di divorzio quali sono i diritti della moglie? Avete qualche informazione da darmi a riguardo? grazie mille

    1. Buongiorno Mary! In caso di divorzio alla donna spettano: l’assegno divorzile che non deve più garantire lo stesso tenore di vita che aveva la donna in costanza del matrimonio ma solo l’autosufficienza economica. Con la conseguenza che se questa ha già un lavoro o comunque una forma di sostentamento decoroso non può rivendicare nulla. Se tuttavia la donna, durante il matrimonio, ha rinunciato alla carriera per badare alla casa, perdendo così il contatto con il mondo del lavoro, l’assegno divorzile deve essere proporzionato a tale contributo da lei offerto alla famiglia; l’affidamento condiviso dei figli come con la separazione; la collocazione dei figli fino a che non diventano maggiorenni e possono decidere da sé, come anticipato nel paragrafo della separazione; il mantenimento per i figli finché questi non diventano autosufficienti e, di solito, non oltre i 35 anni. Il figlio divenuto maggiorenne può chiedere che l’assegno venga versato direttamente nelle sue mani e non più alla madre, ma se tale richiesta non viene effettuata il padre dovrà comunque bonificare l’importo all’ex moglie; una quota del Tfr: all’ex coniuge divorziato spetta una quota del Tfr (di norma il 40%) solo se: a) titolare dell’assegno di mantenimento e sempre che detto mantenimento non sia stato pagato con un’unico assegno (cosiddetta «una tantum»); b) non risposatosi; c) il Tfr deve essere stato liquidato dall’azienda dopo la sentenza di divorzio, ma deve essere il frutto del lavoro svolto (anche solo in parte) quando la coppia era ancora sposata; la possibilità di risposarsi.
      Con il divorzio cessano quindi i diritti successori e il diritto alla reversibilità.

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