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Asl, terapie salvavita e certificato di estensione del comporto

16 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Febbraio 2019



Ho richiesto il rilascio di un certificato di estensione del comporto per pazienti con gravi patologie in cura con terapia salvavita, corredata di tutti i documenti richiesti, al medico legale asl. Questi invece di rilasciarmi detto certificato (che deve attestare una condizione di fatto presente ad oggi, non una copertura per l’anno scorso) ha rilevato dapprima che mancavano le certificazioni dei precedenti periodi di malattia ascrivibili a dette terapie (che sul modulo sono indicati solo tra parentesi, con il significato di: qualora ve ne fossero),  poi che il certificato del polo oncologico mancava della calendarizzazione completa per il passato, infine ha smesso di rispondermi, senza inviarmi detto certificato a distanza di più di un mese. Al telefono mi ha poi detto di poter rilasciare il certificato solo per pregressi periodi di malattia dovuti a terapie salvavita, e che comunque dovrò richiedere una nuova autorizzazione ogni volta che si fruisce di periodi di malattia (anche di un giorno) dovuti a terapia salvavita. Detto certificato deve essermi rilasciato in quanto documento che certifica una condizione? Vi è un’omissione con responsabilità? Quali possono essere gli  altri organi medici competenti che certifichino i giorni di assenza dovuti agli effetti delle terapie salvavita, visto l’atteggiamento tenuto dal medico legale? Cosa posso fare?

Il medico della Asl dovrebbe certificare che il lettore è affetto da patologia che richiede la sottoposizione a terapie salvavita e che, man mano che vengono stabilite le diverse sedute terapeutiche e/o si verificano i conseguenti effetti collaterali, quest’ultimo nelle corrispondenti date non si è potuto recare al lavoro in ragione delle terapie medesime e dei relativi effetti e che pertanto tali giorni di assenza non sono computabili ai fini del comporto.

L’estensione del comporto non viene dunque richiesta in via preventiva, ma accordata di volta in volta, a terapia eseguita o effetto collaterale manifestato.

Si tratta dunque di un certificato rilasciato quale attestazione di una determinata condizione di inabilità lavorativa, non computabile (in ragione della sua particolare gravità ed inevitabilità) ai fini del comporto.

Quanto alla competenza circa il rilascio di detta certificazione, l’attestazione delle particolari patologie che richiedono terapie salvavita deve essere rilasciata dalle competenti strutture medico-legali delle Aziende sanitarie locali o dagli istituti o strutture accreditate o dalle strutture con competenze mediche delle pubbliche amministrazioni; i giorni di assenza dovuti al ricovero ospedaliero, alle terapie e agli effetti collaterali delle stesse, devono essere certificati dalle Competenti strutture del Servizio Sanitario Nazionale o dagli istituti o strutture accreditate dove è stata effettuata la terapia o dall’organo medico competente.

Ciò significa, in altre parole, che competente al rilascio della certificazione in parola è il medico legale della Asl, oppure il medico della struttura sanitaria presso cui è stata effettuata la terapia salvavita o si è svolto il ricovero ospedaliero (nel caso di specie potrebbe essere dunque ad avviso dello scrivente competente anche il medico del Polo oncologico della struttura ospedaliera ove svolge le terapie salvavita).

Purtroppo,  il medico di base ha un limitato (e non ben chiaro da punto di vista normativo) potere di certificazione in questo ambito, essendo espressamente invece indicati dalla legge come soggetti deputati alla certificazione le Asl, le competenti strutture del SSN, gli istituti o strutture accreditate dove è stata effettuata la terapia.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini


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