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L’usucapione dell’eredità

18 Gennaio 2019


L’usucapione dell’eredità

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 Gennaio 2019



Se uno degli eredi utilizza il bene del patrimonio del defunto in modo esclusivo, senza che gli altri coeredi ne facciano uso, diventa proprietario dell’intero grazie all’usucapione.

Immagina che un padre lasci a tre figli un appezzamento di terreno per quote uguali. A ciascuno va il 33%. Solo uno degli eredi però si reca periodicamente sul campo, lo coltiva, raccoglie i frutti e lo cura. Dopo 25 anni, anche quest’uomo muore. I suoi figli pretendono di essere gli unici eredi del campo posseduto dal padre; nello stesso tempo però si fanno vivi i suoi fratelli che pretendono la restituzione delle rispettive quote del 33%, come voluto originariamente dal padre con il suo testamento. Chi ha ragione? In questo caso, molto probabilmente, a spuntarla saranno i nipoti dell’iniziale proprietario, ossia i figli dell’erede che ha effettivamente utilizzato il podere. E questo perché egli, per oltre 20 anni, ne ha avuto un possesso esclusivo. Si è insomma realizzato ciò che il diritto chiama l’usucapione dell’eredità.

Gli esempi potrebbero essere svariati, ma quasi sempre si riferiscono a beni immobili. Si pensi, ad esempio, ad una casa di campagna passata per quote indivise a più eredi. 

La giurisprudenza della Cassazione è concorde nel ritenere possibile l’usucapione dell’erede sulla quota dell’eredità spettante agli altri coeredi. Ciò a condizione – sottolineano i giudici supremi con una recente ordinanza [1] – che, prima della divisione ereditaria, questi abbia esteso il suo possesso, in modo esclusivo, su tutto il bene, impedendo ai coeredi la possibilità di goderne. 

Per comprendere bene come funziona l’usucapione dell’eredità dobbiamo partire spiegando cos’è e come funziona l’usucapione, quali sono i requisiti affinché si verifichi e quali le differenze nel caso in cui si parli di quote ereditarie. Procediamo dunque con ordine.

Cos’è l’usucapione?

Abbiamo spesso parlato, su queste stesse pagine, di cos’è l’usucapione e come funziona. Tecnicamente viene definito un “mezzo di acquisto della proprietà a titolo originario” che, in parole povere, significa che si tratta di un meccanismo per intestarsi un bene anche senza che ci sia un contratto o il consenso del precedente titolare. 

L’usucapione si verifica quando il legittimo proprietario di un bene si disinteressa completamente di detto bene per almeno 20 anni e pur sapendo – o potendo sapere – che un’altra persona se ne sta prendendo cura e lo sta usando, non fa nulla per rivendicarlo. Questa situazione di indifferenza e di tacito consenso viene considerata, per il diritto, come una sorta di rinuncia al diritto di proprietà in favore invece di chi possiede di fatto il bene e lo sfrutta come se fosse proprio.

Quindi, affinché si verifichi l’usucapione è necessario che:

  • un soggetto acquisisca il possesso di un bene altrui in modo pacifico, ossia né con l’uso della forza, né in modo clandestino. È indifferente che sia a conoscenza o meno dell’altrui diritto di proprietà (non rileva quindi la sua “malafede”);
  • che tale soggetto non si limiti a possedere il bene ma lo utilizzi come se ne fosse il proprietario, ossia compiendo atti di straordinaria amministrazione (come ad esempio una ristrutturazione o una modifica sostanziale del bene);
  • che questa situazione di possesso “simile a quella del proprietario” si protragga per almeno 20 anni;
  • che nel corso di questi 20 anni il proprietario non notifichi alcun atto giudiziario al possessore volto a rivendicare la sua proprietà;
  • che intervenga poi una sentenza di un giudice o un accordo stretto in sede di mediazione a sancire l’avvenuto intervento dell’usucapione.

L’interversione del possesso nell’usucapione

Tra quelli appena indicati, l’elemento dell’usucapione che forse consente, più di tutti, di evitare abusi è la necessità di un comportamento, da parte del possessore, che evidenzi palesemente la sua intenzione di comportarsi come se fosse il proprietario del bene (è il secondo dei requisiti appena citati). I giuristi chiamano questo elemento «interversione del possesso». Se non ci fosse questa condizione, difatti, il semplice inquilino di un appartamento in affitto potrebbe diventare proprietario dell’immobile dopo 20 anni di rinnovo del contratto. 

Dunque, ai fini dell’usucapione è necessario un “dominio” sul bene da parte del suo utilizzatore di fatto tale da essere incompatibile con i diritti che altrimenti gli spetterebbero. Si pensi, ad esempio, a una persona che, ricevuto in affitto un terreno solo per coltivarlo e raccogliere i frutti della terra, invece lo spiana e vi realizza un agriturismo; si pensi anche a chi ottiene la possibilità di usare la casa al mare di un fratello ma poi, senza chiedere il permesso, la ristruttura e cambia le chiavi della serratura senza consegnarne un duplicato al proprietario. 

La comunione ereditaria

Quando un bene viene trasferito a più persone a titolo di eredità (sia con che senza testamento) si forma una comunione: in buona sostanza ciascun coerede acquisisce solo una quota ideale del bene e non una singola frazione fisica. Ad esempio, in presenza di due eredi, ciascuno di questi avrà il 50% dell’intero immobile; potrà quindi utilizzarlo tutto e non solo la metà, senza impedire al comproprietario di fare altrettanto. Questo significa che ogni erede può entrare in ogni stanza dell’immobile né può impedire all’altro di farlo, ad esempio chiudendola a chiave. 

Solo con la divisione dell’eredità, la proprietà per quote si trasforma in una proprietà integrale estesa però solo su specifiche parti del bene; ad esempio, in caso di villetta bifamiliare, ciascuno dei coeredi diventerà proprietario al 100% di un solo piano. 

L’usucapione dell’erede

L’usucapione della quota di eredità si può verificare solo prima che venga effettuata la divisione dei beni ereditati. Dopo la divisione infatti si potrà sempre avere l’usucapione, ma essa avrà ad oggetto non la quota ideale del coerede (che non esiste più) ma la sua proprietà su una parte materiale del bene stesso.

Affinché si verifichi l’usucapione dell’erede è necessario che si realizzino tutti i presupposti dell’usucapione generale che abbiamo analizzato sopra, con una sola – ma importantissima – differenza. In questo caso non è necessaria l’interversione del possesso, ossia non viene richiesto all’erede di compiere un atto tipico del proprietario. La ragione è semplice: egli è già proprietario del bene (seppur di una quota ideale) e quindi ha tutto il diritto di comportarsi come tale. Non vi è quindi alcuna ragione di richiedere un atto di dominio sul bene.

Dall’altro lato, però, affinché si realizzi l’usucapione dell’eredità è necessario che l’interessato impedisca ai coeredi di utilizzare il bene, esercitando sullo stesso un possesso esclusivo e totale, contravvenendo con ciò alle regole della comunione ereditaria (regole che, come detto, consentono a ciascun coerede di usare l’intero bene senza impedire agli altri di fare altrettanto). Quindi, se nel corso di 20 anni, uno dei coeredi ha esercitato un potere esclusivo e nessuno degli altri ha mai “messo piede” sull’immobile, né mai l’ha utilizzato, il primo può rivendicare l’usucapione.

note

[1] Cass. ord. n. 966/19 del 16.01.2019.

Cassazione civile , sez. II , 18/04/2018 , n. 9556

Posto che il coerede, rimasto nel possesso dei beni ereditari, può, prima della divisione, usucapirne la proprietà esclusiva, senza che sia necessaria una formale interversione del titolo del possesso, attraverso l’estensione del suo originario possesso comune in termini di esclusività, il mero protrarsi del godimento del bene da parte del comunista, con l’astensione degli altri, non trasforma il compossesso in possesso esclusivo, in assenza di condotte che denotino in maniera aperta e inoppugnabile l’intento di possedere con modalità incompatibili con il compossesso altrui.

Tribunale , Lecce , 22/01/2018 , n. 253

Il coerede che dopo la morte del “de cuius” sia rimasto nel possesso del bene ereditario, può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso; a tal fine, egli, che già possiede “animo proprio” ed a titolo di comproprietà, è tenuto ad estendere tale possesso in termini di esclusività, il che avviene quando il coerede goda del bene in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere “uti dominus” e non più “uti condominus”, non essendo sufficiente che gli altri partecipanti si astengano dall’uso della cosa comune.

Cassazione civile sez. II, 12/04/2002, n.5226

Il coerede, il quale dopo la morte del “de cuius” sia rimasto nel possesso del bene ereditario, può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri coeredi, senza che sia necessaria l’interversione del titolo del possesso (art. 1102, 1141 e 1164 c.c.), attraverso l’astensione del possesso medesimo in termini di esclusività’ ma a tal fine non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall’uso comune della cosa, occorrendo altresì che il coerede ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziale una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus; poiché, peraltro, tale volontà non può desumersi dal fatto che il coerede abbia utilizzato e amministrato il bene ereditario, provvedendo fra l’altro al pagamento delle imposte e alla manutenzione (sussistendo al riguardo una presunzione “iuris tantum” che egli abbia agito nella qualità e che abbia anticipato le spese anche relativamente alla quota degli altri coeredi), il coerede che invochi l’usucapione ha l’onere di provare che il rapporto materiale con il bene si è verificato in modo da escludere, con palese manifestazione del volere, gli altri coeredi dalla possibilità di instaurare analogo rapporto con il medesimo bene ereditario.

Cassazione civile , sez. II , 31/07/1989 , n. 3563

In tema di comunione ereditaria, ai fini della usucapione dei beni ereditari prima della divisione è necessario un atto di interversione del possesso da parte del coerede qualora egli eserciti su quei beni, in forza del consenso degli altri coeredi, un possesso separato quale mera realizzazione del godimento della propria quota ereditaria (salvo conguaglio in sede di divisione).

Cassazione civile , sez. II , 03/07/1980 , n. 4263

L’usucapione dei beni ereditari da parte del coerede non richiede l’intervisione del titolo, ma solo quella degli atti di estrinsecazione del possesso, dalla quale risulti senza equivoci, nell’ambito della comunione, l’intendimento del soggetto di possedere in modo autonomo, escludendo di fatto il godimento dei beni comuni da parte degli altri partecipanti.

Cassazione civile , sez. II , 06/01/1982 , n. 22

Ai fini dell’usucapione di un bene già in possesso del “de cuius”, lo stato di compossesso nascente a favore dei suoi coeredi, per effetto della successione, non fa venir meno, nei confronti dei terzi estranei alla successione ereditaria, il carattere esclusivo già sussistente in quel possesso, ma spiega i suoi effetti limitativi (finalizzati a rendere possibile l’esercizio dei concorrenti diritti degli altri partecipanti) nel solo ambito dei rapporti intercorrenti tra i coeredi compossessori e, perciò, non impedisce – attesa l’identità dei due possessi – la “successio possessionis” ed il conseguente maturare dell’usucapione del bene ereditario nei riguardi dei suindicati terzi, anche quando il possesso, dopo l’apertura della successione, si sia concretamente estrinsecato attraverso atti di esercizio posti in essere esclusivamente da uno dei coeredi.

Cassazione civile , sez. II , 23/07/1979 , n. 4408

Ai sensi dell’art. 714 c.c., l’usucapione dei beni ereditari da parte di uno dei coeredi si compie per effetto del possesso esercitato dal medesimo “animo domini”, in modo esclusivo e incompatibile con la possibilità di fatto di un godimento comune con il coerede cui appartiene la quota o con tutti gli altri coeredi, senza che sia necessaria, a differenza che nel caso del precarista, una interversione del titolo del possesso.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 12 luglio 2018 – 16 gennaio 2019, n. 966

Presidente Manna – Relatore Picaroni

Fatti di causa

1. Nel giudizio introdotto nel 2001 da Na.Si. nei confronti dei germani S. e M., avente ad oggetto lo scioglimento di comunione ereditaria con rendiconto, la Corte d’appello di Venezia, con sentenza non definitiva depositata il 31 gennaio 2014, ha accolto l’appello proposto da Na.Si. avverso la sentenza del Tribunale di Vicenza n. 308 del 2009, e, per l’effetto, ha rigettato la domanda riconvenzionale di usucapione proposta da N.S. , disponendo la prosecuzione del giudizio.

2. Avverso la sentenza non definitiva N.S. ha proposto ricorso per cassazione (n. 8580 del 2014) affidato a due motivi, ai quali ha resistito Na.Si. con controricorso, mentre N.M. non ha svolto difese.

3. La Corte d’appello di Venezia, con la sentenza definitiva depositata il 12 marzo 2015 e notificata in pari data, previo rigetto dell’istanza di sospensione formulata dall’appellato, ha proceduto allo scioglimento della comunione ereditaria e al rendiconto.

4. Avverso la sentenza definitiva N.S. ha proposto ricorso per cassazione (n. 11701 del 2015), sulla base di tre motivi ai quali ha resistito Na.Si. , con controricorso, mentre N.M. non ha svolto difese.

Su istanza del ricorrente, i ricorsi sono stati fissati per la decisione all’odierna Camera di consiglio.

Ragioni della decisione

1. Preliminarmente è disposta la riunione dei ricorsi (n. 8580 del 2014 e n. 11701 del 2015), ai sensi dell’art. 335 c.p.c., applicabile anche in ipotesi di impugnazioni contro provvedimenti diversi qualora sussista, come nella specie, unitarietà sostanziale e processuale delle controversie (ex plurimis, Cass. Sez. U 23/01/2013, n. 1521).

2. Il ricorso n. 8580 del 2014, proposto avverso la sentenza non definitiva, è infondato.

3. Con il primo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 714, 1102, 1141 e 1164 c.c. e si contesta che la Corte d’appello avrebbe rigettato la domanda di usucapione dei beni ereditari per carenza di atto di interversione del possesso, laddove l’art. 714 c.c., applicabile alla fattispecie concreta, non richiede alcun atto di interversione, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità (sono richiamate numerose pronunce, a partire da Cass. 18/12/2013, n. 28346).

3.1. Il motivo è infondato.

Diversamente da quanto assume il ricorrente, la Corte d’appello non ha fondato la decisione sul rilievo che non vi fosse prova di atti di interversione del possesso – che non sono richiesti ai fini dell’usucapione di beni ereditari -, bensì sul rilievo che non fosse provato il possesso ad excludendum, vale a dire una situazione nella quale il rapporto materiale del coerede con i beni ereditari sia tale da escludere gli altri coeredi dalla possibilità di analogo rapporto.

La decisione in diritto è conforme alla giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo la quale il coerede che dopo la morte del de cuius sia rimasto nel possesso del bene ereditario può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso; a tal fine, egli, che già possiede animo proprio ed a titolo di comproprietà, è tenuto ad estendere tale possesso in termini di esclusività, il che avviene quando il coerede goda del bene con modalità incompatibili con la possibilità di godimento altrui e tali da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus. A tale riguardo non è univocamente significativo che egli abbia utilizzato ed amministrato il bene ereditario e che i coeredi si siano astenuti da analoghe attività, sussistendo la presunzione iuris tantum che abbia agito nella qualità e operato anche nell’interesse anche degli altri coeredi (ex plurimis, Cass. 04/05/2018, n. 10734; Cass. 25/03/2009, n. 7221).

4. Con il secondo motivo è denunciata falsa applicazione dell’art. 714 c.c., lamentando la Corte d’appello non avrebbe valutato se il possesso esercitato dal ricorrente sui beni ereditari per il periodo complessivo di 35 anni presentasse il carattere di esclusività. Il ricorrente contesta che il possesso integrale dei beni gli sarebbe stato consentito per mera tolleranza; evidenzia che dall’istruttoria era emerso che la madre affermava di abitare nella casa del figlio, e che la germana Si. non era più rientrata nella casa di famiglia dopo essersi sposata nel 1967, né aveva partecipato alla conduzione dell’azienda agricola o fatto suoi i frutti. Vi era dunque un’implicita ammissione da parte della coerede di non aver potuto fare uso dei beni ereditari senza il permesso del fratello, ed inoltre era dimostrato che tutti i lavori di manutenzione e/o ristrutturazione dell’abitazione era stati effettuati da o per conto di N.S. .

4.1. Il motivo è inammissibile.

La valutazione delle risultanze probatorie effettuata dal giudice di merito non è sindacabile in sede di giudizio di legittimità se non nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, e cioè denunciando l’omesso esame di un fatto decisivo, laddove il ricorrente, mentre non denuncia omissioni di valenza decisiva in cui sarebbe incorsa la Corte d’appello, sollecita il riesame degli elementi probatori già vagliati dalla Corte d’appello e ritenuti inidonei a dimostrare il possesso esclusivo dei beni ereditari.

La Corte territoriale ha evidenziato che nel lungo periodo intercorso tra l’apertura della successione paterna (1964) e la morte della madre dei germani N. (…), N.S. aveva continuato a vivere nella casa di famiglia con la madre – che titolare di usufrutto sui beni ereditari, oltre che del diritto di abitazione – e aveva esercitato il possesso dei beni ereditari, ma non risultava che il suo rapporto con detti beni precludesse alle germane coeredi di possedere anch’esse. Rilievo analogo valeva per il periodo successivo alla morte della madre, allorché N.S. aveva esercitato il possesso integrale dei beni ereditari, non essendo provato che tale possesso escludesse le germane coeredi.

5. Il ricorso n. 11701 del 2015, proposto avverso la sentenza definitiva, è inammissibile.

5.1. Con il primo motivo è denunciato, in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, difetto assoluto di motivazione o motivazione apparente del diniego di sospensione del giudizio. Si assume dal ricorrente che la Corte d’appello non avrebbe chiarito le ragioni in base alle quali aveva ritenuto insussistente il rapporto di pregiudizialità tra il giudizio pendente in cassazione, avente ad oggetto la domanda di usucapione dei beni ereditari, ed il giudizio di scioglimento della comunione ereditaria.

6. Con il secondo motivo è denunciata violazione o falsa applicazione dell’art. 295 c.p.c., assumendosi dal ricorrente che la Corte d’appello era incorsa in errore nel ritenere che non sussisteva il potenziale conflitto tra giudicati.

7. Con il terzo motivo è denunciata violazione o falsa applicazione dell’art. 279 c.p.c., comma 4 e si lamenta la mancata applicazione della sospensione facoltativa, sussistendone le condizioni.

8. I motivi, che hanno ad oggetto esclusivamente il diniego di sospensione del giudizio di prosecuzione, sono inammissibili per carenza di interesse ed è pertanto inammissibile l’intero ricorso.

La pronuncia odierna sul ricorso proposto avverso la sentenza non definitiva, che ha definito la causa in assunto pregiudicante, ha fatto venir meno l’ipotetico rapporto di pregiudizialità tra le cause e con esso l’interesse all’impugnazione del diniego di sospensione, che non è più attuale.

9. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi n. 8580 del 2014 e n. 11701 del 2015, rigetta il primo ricorso, dichiara inammissibile il secondo ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della resistente delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.


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4 Commenti

  1. Salve .! e se un domani uno dei fratellastri non riconosciuto dal padre ,quale diritto Possiede sulla divisione dei beni ..? il fratellastro citato non e mai venuto a conoscere sia il padre che gli altri fratelli avuti da altra donna , in tutto sono già passati oltre trenta anni ma solo oggi lui a saputo tramite parenti .

    1. Mario un figlio che non sia stato riconosciuto dal genitore non ha diritti sull’eredità, se non dopo il riconoscimento stesso. Egli quindi dovrà prima ricorrere al giudice per far riconoscere la paternità. Solo dopo aver ottenuto una sentenza favorevole, potrà quindi rivendicare la sua parte di eredità (che la legge gli assicura). Ottenuta la sentenza del giudice che dichiari il rapporto di filiazione, il figlio ormai riconosciuto potrà accedere ai lasciti ereditari. Egli potrà accettare l’eredità entro dieci anni dal passaggio in giudicato della suddetta sentenza, cioè da quando la pronuncia diventa definitiva. Se poi ritiene di essere stato leso dalla suddivisione dei beni ereditari o dalle stesse disposizioni testamentarie, il figlio naturale potrà esperire l’azione di riduzione, entro dieci anni dall’accettazione dell’eredità. Bisogna sapere, infatti, che una determinata parte dell’eredità (cosiddetta «legittima») è riservata per legge ad una serie di soggetti («legittimari»), che sono il coniuge, i figli (anche adottivi) e gli ascendenti. Qualora queste persone (compresi quindi i figli naturali) siano lesi dal riparto delle quote ereditarie, non ricevendo ciò che spetta loro per legge, possono esperire l’azione di riduzione, al fine di recuperare quanto è loro dovuto.

    1. Secondo la giurisprudenza, si può usucapire un immobile avuto in eredità a condizione che l’utilizzatore, per almeno 20 anni, usi il bene come se fosse il proprio, escludendo dal possesso tutti gli altri coeredi. Egli, all’inizio del ventennio, deve aver posto in essere uno o più atti tali da manifestare la sua intenzione di atteggiarsi a proprietario esclusivo: la ristrutturazione dell’immobile, la realizzazione di un cancello o di un recinto, il cambio della serratura, ecc. È proprio da questo momento che inizia a decorrere il termine della prescrizione. Termine che può essere interrotto da uno qualsiasi degli altri eredi, ma non con una semplice lettera di diffida: è necessaria la notifica di un atto giudiziale di reintegra nel possesso.

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