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Controllo conti correnti bancari Agenzia delle Entrate 

20 Gennaio 2019


Controllo conti correnti bancari Agenzia delle Entrate 

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 Gennaio 2019



Come funzionano le indagini bancarie dei privati, dei professionisti e degli imprenditori: il redditometro e l’anagrafe dei conti correnti. Così vengono stanate le evasioni fiscali.

Se il fisco si mette a frugare sui tuoi conti correnti e poi, sul più bello, ti invia un atto di accertamento fiscale senza neanche allegare l’autorizzazione ricevuta ai fini dell’avvio delle indagini bancarie, non hai possibilità di opporti. Secondo infatti l’indirizzo costante della Cassazione [1], tali verifiche possono essere eseguite senza bisogno di mostrare preventivamente il nulla osta del capo dell’ufficio. La legge [2] stabilisce che l’Agenzia delle Entrate può chiedere alle banche o alle Poste tutta la documentazione inerente ai rapporti con i loro clienti ai fini della verifica di eventuali redditi evasi. Ciò però a condizione che vi sia la previa autorizzazione del direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate o del direttore regionale della stessa. Identico potere è attribuito alla Guardia di Finanza che deve farsi rilasciare l’autorizzazione dal comandante regionale. Questa è solo una delle modalità con cui avviene il controllo dei conti correnti bancari da parte dell’Agenzia delle Entrate. In verità, dal 2011 esiste un metodo ancora più incisivo di controllo, di recente ulteriormente potenziato: l’Anagrafe tributaria, al cui interno esiste una sezione dedicata solo ai rapporti con intermediari finanziari (banche e Poste).

Qui di seguito ti spiegheremo come il fisco controlla i conti correnti dei contribuenti, quali sono i suoi poteri e quali informazioni è legittimato ad acquisire in violazione della privacy del contribuente. Ma soprattutto ti spiegheremo cosa succede in caso di movimentazioni sospette e come difendersi.

Controllo conti correnti: cos’è?

Partiamo dal dato di fatto: il segreto bancario non esiste più. Da alcuni anni è ormai definitiva la trasparenza bancaria ai fini del contrasto all’evasione fiscale e ai crimini più pericolosi come il riciclaggio e il contrabbando. Non esiste quindi alcun tipo di privacy che il contribuente possa opporre quando la verifica del suo conto corrente è effettuata dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di Finanza.

Anche se si parla di «controllo dei conti correnti», in realtà l’indagine dell’amministrazione finanziaria può spingersi su qualsiasi rapporto intrattenuto tra il cliente e l’istituto di credito: libretti di deposito, libretti postali, conto di gestione titoli, cassette di sicurezza, carte di credito e prepagate, prodotti finanziari e assicurativi (come le polizze integrative della pensione), cambio di assegni, bonifici e versamenti.

Le indagini non devono necessariamente partire da una segnalazione di un privato. Anzi, di recente la Cassazione ha ritenuto lecito l’accertamento partito da una denuncia anonima.

Esistono due tipi di controllo dei conti correnti: il primo consiste nella richiesta di documentazione alla banca e/o alle Poste avanzata dall’ufficio che sta eseguendo l’indagine. Lo scopo di tale accertamento è quello di procurare all’ufficio tutta la documentazione attinente ai rapporti in essere tra l’intermediario finanziario e il contribuente. Si instaura quindi un rapporto diretto tra l’ufficio delle imposte e l’intermediario finanziario che sarà tenuto a dare tutte le informazioni e la documentazione che l’accertatore richiede.

Il secondo tipo di controllo bancario viene invece fatto comodamente dall’ufficio, senza bisogno di un’istanza alla banca, con il collegamento del funzionario all’Anagrafe dei rapporti finanziari (anche detta Anagrafe dei conti correnti), un archivio costituito, a beneficio del fisco, dai dati trasmessi periodicamente dalle stesse banche.

Vediamo meglio come funzionano questi due tipi di accertamenti.

Controllo sul conto e richiesta di documentazione alla banca

Come abbiamo visto all’inizio di questo articolo, i controlli bancari, consistenti nella richiesta di documenti all’istituto di credito, non possono avvenire se non con una previa autorizzazione. In particolare, per quanto riguarda l’Agenzia delle Entrate, l’autorizzazione deve essere fornita dal direttore centrale dell’accertamento o dal direttore regionale della stessa; per quanto riguarda la Guardia di Finanza, l’autorizzazione deve essere firmata dal comandante regionale.

Secondo la Cassazione l’autorizzazione ai fini dell’espletamento delle indagini bancarie risponde a finalità di mero controllo delle dichiarazioni e dei versamenti di imposta e non richiede alcuna motivazione. Ne discende che la mancata esibizione della stessa all’interessato non comporta l’illegittimità dell’avviso di accertamento fondato sulle risultanze delle movimentazioni bancarie acquisite dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di Finanza. L’illegittimità scatta solo se tali movimentazioni sono state acquisite in mancanza dell’autorizzazione.

La legittimità delle indagini bancarie e dei risultati è subordinata all’esistenza dell’autorizzazione ma non anche all’esibizione della stessa all’interessato, con la conseguenza che le eventuali illegittimità nell’ambito del procedimento di accertamento sono contestabili davanti al giudice tributario a condizione che, traducendosi in un concreto pregiudizio per il contribuente, vengano a inficiare il risultato finale del procedimento e, di conseguenza, dell’accertamento stesso [1].

Anche la giurisprudenza di merito è dello stesso orientamento della Cassazione. Secondo una sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Campania [3], la mancata allegazione dell’autorizzazione all’acquisizione della documentazione presso le aziende e gli istituti di credito non comporta l’illegittimità dell’avviso di accertamento fondato sulle risultanze acquisite. Secondo i giudici d’appello, ai fini dell’espletamento delle indagini bancarie, l’autorizzazione esplica una semplice funzione organizzativa e non richiede alcuna motivazione. In definitiva, l’illegittimità dell’avviso di accertamento fondato sulle risultanze delle movimentazioni bancarie acquisite può derivare solo dalla materiale assenza dell’autorizzazione e sempre che ne sia derivato un concreto pregiudizio per il contribuente [4].

L’Anagrafe tributaria e l’archivio dei rapporti finanziari

Il secondo tipo di controllo invece è più “automatico”: non necessita cioè di autorizzazioni preventive (come nel caso precedente) e avviene con un semplice collegamento, dal computer dell’agente accertatore, all’archivio dei rapporti finanziari, una sezione apposita dell’Anagrafe tributaria dove sono indicati tutti i rapporti in essere tra la banca e i propri clienti.

Questo maxi database è alimentato dagli stessi istituti di credito, tenuti periodicamente a comunicare al fisco una serie di dati come:

  • estremi dei conti correnti dei propri clienti;
  • saldo dei relativi conti;
  • movimentazioni in entrata e in uscita dal conto: quindi prelievi, versamenti e bonifici;
  • cassette di sicurezza;
  • conto di deposito titoli;
  • libretti di risparmio;
  • acquisto ed emissione di cambiali;
  • emissione ed estratti conto delle carte di credito e di quelle ricaricabili;
  • acquisti fatti tramite le carte di credito o bancomat;
  • accrediti su carte ricaricabili come postepay o paypal;
  • richieste di cambio di valuta in contanti;
  • richiesta di assegni circolari, postali o bancari;
  • cambi di assegni allo sportello della banca;
  • richiesta di libretti di assegni;
  • emissione certificati di deposito;
  • buoni fruttiferi, ecc.

In buona sostanza, tutte le volte in cui l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza stanno eseguendo degli accertamenti su un contribuente, accedendo all’Anagrafe dei conti correnti possono acquisire un patrimonio informativo molto più vasto ai fini della verifica dell’evasione fiscale. Anche in questo caso il titolare del rapporto non deve essere informato dell’avvio delle indagini che, pertanto, potranno avvenire a sua insaputa e senza che si possa difendere.

Quali controlli può fare il fisco con i dati dei conti correnti?

A questo punto, una volta ottenute tutte le informazioni dalla banca, cosa può fare l’Agenzia delle Entrate? In altre parole, quali di questi dati possono essere utilizzati ai fini di un accertamento fiscale e quali invece vanno scartati? Per fare un esempio, se dovesse risultare un prelievo del contribuente di 2mila euro, questo movimento potrebbe comportare dei rischi? E se invece si trattasse di un imprenditore? Versare sul conto corrente una cospicua somma di contanti può generare sospetti? La risposta varia a seconda che il contribuente sia un imprenditore o meno. Vediamo queste situazioni separatamente.

Controlli su lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, pensionati e disoccupati

L’Agenzia delle Entrate può chiedere contezza solo dei versamenti di contanti e dei bonifici ricevuti. Tali somme, se non giustificate, si considerano redditi e quindi vengono tassate. Ad esempio, se un contribuente dovesse ricevere mille euro sul proprio conto con un bonifico o dovesse versarne 2mila in contanti tramite lo sportello e tali importi non sono stati riportati nella dichiarazione dei redditi, il fisco può presumere che si tratti di nero. La presunzione è automatica. Spetta al contribuente dimostrare che si tratta di somme esentasse (ad esempio un risarcimento) o già tassate alla fonte (una eredità, una vincita al gioco). La prova fornita dal contribuente deve essere necessariamente scritta.

Al contrario, i prelievi – anche se di somme elevate – non possono mai generare alcun accertamento.

Controlli su imprenditori

Per gli imprenditori vale la stessa regola appena vista per quanto riguarda versamenti e bonifici.

A differenza degli altri contribuenti, però, agli imprenditori vengono controllati pure i prelievi a condizione che questi superino mille euro al giorno o 5mila euro al mese.

note

[1] Cass. sent. n. 8836/18

[2] Per le imposte dirette (Irpef) v. art. 32 DPR 600/1973; per l’Iva v. art. 51 DPR 633/1972.

[3] CTR Campania, sent. n. 2185/10/2018.

[4] Cass. sent. n. 3628/17.


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