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Compenso all’avvocato: come regolare gli accordi secondo legge

16 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Febbraio 2019



Nel 2016, mia madre morì in seguito alle complicazioni di un intervento chirurgico. Il giorno stesso presentai un esposto ai Carabinieri. L’autopsia determinò che era stato commesso un errore durante l’operazione e l’assicurazione, dopo un paio d’anni, risarcì me, principale erede, e il fratello di mia madre. Un collega del mio avvocato, specializzato nelle questioni medico-legali, condusse le trattative con l’assicurazione. L’accordo non scritto con quest’ultimo legale prevedeva che agli avvocati, in solido, sarebbe andato il 10% dell’importo totale del risarcimento. Il secondo avvocato però mi ha inviato il documento di quietanza con un’email in cui mi appariva la seguente frase:”Dopo l’incasso, ci risentiremo per il saldo di quanto convenuto”. La quietanza prevede un risarcimento totale di 250.000 euro, dal quale vengono defalcati 30.000 euro per gli avvocati. Ciò rappresenta il 12% del totale, vale a dire superiore a quante pattuito. Il fatto che l’avvocato parli di “saldo di quanto convenuto” mi lascia supporre che intenda chiedermi l’incasso del 10% pattuito, mentre in realtà con il bonifico dell’assicurazione già avrebbe ricevuto il 12%. Nel documento di quietanza non si parla del primo avvocato ma appena del secondo: è lui che dovrebbe ricevere il denaro “a titolo di spese legali, di assistenza e/o di consulenza”. Mio zio ha già ricevuto le coordinate bancarie (non so di quale avvocato dei due) per inviare il 10% di quanto da lui ricevuto. Tutto ciò mi lascia supporre che la richiesta sarà di un ulteriore 10% del montante da me ricevuto. Come mi devo comportare? Se dovessi accettare le loro richieste, gli avvocati si spartirebbero il 21% del risarcimento, non più il 10% come pattuito. Ovviamente, fino a quando non avrò firmato la quietanza non riceverò il denaro. Di modificare la quietanza non se ne parla, anche perché l’avvocato mi bloccherebbe l’invio del denaro.

Alla luce del quesito posto, è opportuno esporre sinteticamente quanto segue:

Gli accordi sul compenso degli avvocati

La legge consente all’avvocato di accordarsi con il proprio cliente sulla misura del compenso. In particolare è scritto che la pattuizione è libera e che, nell’esercizio della stessa le parti possano accordarsi affinché il compenso sia stabilito a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa beneficiarne il cliente [1].

Tuttavia, per quanto la predetta pattuizione sia tendenzialmente consentita, essa non può travalicare determinati limiti:

– In primo luogo è necessario che la misura del compenso così stabilito, cioè a percentuale sul valore dell’affare, non sia sproporzionata rispetto all’attività svolta o che si dovrà eseguire [2]. In caso contrario, infatti, si tratterebbe di una pattuizione illecita oltreché giustificatrice di sanzioni disciplinari a carico del professionista responsabile [3];

– In secondo luogo, è obbligatoriamente prevista, a pena di validità, la forma scritta del predetto patto. Anche in questo caso è la legge stabilirlo [4], confortata dall’interpretazione della giurisprudenza [5].

Pertanto, solo in presenza dei descritti presupposti, l’accordo sul compenso tra cliente ed avvocato ed avente ad oggetto una percentuale sul valore dell’affare, potrebbe ritenersi valido.

CASO CONCRETO

L’accordo sul compenso descritto in quesito appare come nullo già in partenza, visto che non è stato oggetto di alcuna formalizzazione scritta (…L’accordo non scritto con quest’ultimo legale prevedeva quanto segue: agli avvocati (in solido: il primo avvocato ed il secondo, che avrebbe poi in effetti seguito la pratica) sarebbe andato il 10% dell’importo totale del risarcimento…).

Appare altresì illecita la predetta pattuizione anche in considerazione della manifesta eccessività del compenso così pattuito.

L’avvocato del lettore, infatti, cioè colui che di fatto e di diritto lo ha assistito nella presente vicenda e che ha pertanto maturato il diritto al compenso per l’attività prestata, a seguito dell’accordo transattivo in esame già percepisce € 30.000, per spese legali, di assistenza, consulenza ed oneri fiscali. Si tratta del cosiddetto costo del legale, assolutamente legittimo per sostanza e forma, che viene riconosciuto e liquidato dalla compagnia assicuratrice del responsabile ed in aggiunta al danno ricevuto (nel caso specifico, quantificato in € 220.000,00), trattandosi di spesa necessaria, vista la difficoltà del danno e della sua liquidazione e visto che non si tratta di una cifra modesta [6].

Ebbene la somma in esame, come detto legittima, se integrata del presunto 10% sul valore del risarcimento e cioè sui restanti 220.000 euro dovuti a titolo di sorta capitale a favore dei danneggiati, determinerebbe un compenso evidentemente sproporzionato rispetto all’attività compiuta. Si avrebbe, infatti, un totale di 52.000,00 euro di spese legali, di assistenza, consulenza ed oneri fiscali che, rapportato all’ammontare del risarcimento in questione, sarebbe quantificabile nella misura del 24% circa. Una cifra che per un’attività sostanzialmente stragiudiziale appare poco giustificabile, in contrasto coi divieti in materia e citati in premessa e, in ogni caso delegittimata dalla mancanza di un accordo scritto [7].

Per queste ragioni il lettore può firmare la quietanza ed incassare la propria quota di risarcimento/sorta capitale, senza poi sentirsi obbligato a dover rispettare un accordo sull’ulteriore compenso, manifestamente illecito per quanto espresso in precedenza.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello

note

[1] Art. 13 co. 3 Legge 247/2012

[2] Art. 29 Cod. Deont. Forense

[3] Cass. civ. S.U. sent. n. 25012/2014 – Cnf sent. n. 225/2013

[4] Art. 2233 cod. civ.

[5] Trib. di Roma sent. n. 556/2015

[6] Cass. civ. sent. n. 3266/2016 – 11154/2015.

[7] Cnf sent. n. 386/2016


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