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Licenziamento: quale risarcimento?

22 Gennaio 2019


Licenziamento: quale risarcimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Gennaio 2019



Il giudice è libero di fissare il risarcimento da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità non solo basandosi sull’anzianità di servizio.

Se è vero che le ipotesi di reintegra sul lavoro, in caso di licenziamento illegittimo, sono diventate residuali e che il risarcimento è la regola anche per le imprese di grandi dimensioni, la preoccupazione per il dipendente a cui viene strappato il contratto di lavoro è capire a quanto ammonta la misura di tale indennizzo; è con questo infatti, e con l’assegno di disoccupazione, che dovrà vivere nei successivi mesi. La materia del risarcimento in caso di licenziamento illegittimo è stata modificata profondamente nel corso degli ultimi tre anni. Prima dal famoso Job Act, poi dal cosiddetto Decreto Dignità, infine da una sentenza della Corte Costituzionale che ha riscritto i criteri di quantificazione del risarcimento, pur rimanendo nella cornice del minimo e del massimo fissata dalla legge. Tali concetti sono stati così ripresi da alcune sentenze dei tribunali. Sulle base di queste ultime possiamo quindi stabilire, in caso di licenziamento, quale risarcimento spetta al dipendente e come viene quantificato.  

Forniremo tali chiarimenti qui di seguito: spiegheremo cioè quante mensilità di indennizzo spettano al lavoratore e in quali casi, invece, questi può sperare nella reintegra sul posto di lavoro a seguito dell’impugnazione del licenziamento illegittimo. Si tratta, infatti, di un argomento sempre attuale e, purtroppo, abbastanza frequente nella pratica quotidiana. Per maggiori approfondimenti su tali punti puoi leggere anche la nostra precedente guida dal titolo Licenziamento illegittimo: quanto spetta di risarcimento?

Licenziamento illegittimo: quando spetta la reintegra

Prima di spiegare a quanto ammonta il risarcimento in caso di licenziamento illegittimo, ricordiamo che il dipendente ha diritto alla reintegra sul posto nei seguenti casi:

  • licenziamento orale, ossia comunicato in forma non scritta, ma a voce;
  • licenziamento intimato nel periodo di maternità (dall’inizio della gravidanza fino a un anno di età del bambino); 
  • licenziamento intimato a causa del matrimonio (dal giorno delle pubblicazioni di matrimonio fino a un anno dalla celebrazione delle nozze);
  • licenziamento discriminatorio (ossia per ragioni di sesso, razza, religione, pensiero politico o sindacale, ecc.);
  • licenziamento disciplinare se il fatto non è mai esistito (spetta invece il risarcimento se il fatto è esistito ma è stato valutato in modo eccessivamente grave dal datore).

In tutte queste ipotesi, oltre alla reintegra, al lavoratore spetta una indennità risarcitoria (pari all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative; tale indennità non può essere inferiore a 5 mensilità). Inoltre gli è dovuto il versamento di contributi previdenziali e assistenziali.

In alternativa, su richiesta del lavoratore (il quale magari non voglia tornare più in azienda), il datore dovrà versare un’indennità sostitutiva della reintegrazione (15 mensilità ultima retribuzione globale di fatto), i contributi previdenziali e assistenziali e infine l’indennità risarcitoria (pari all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative; tale indennità non può essere inferiore a 5 mensilità).

Licenziamento illegittimo: come si contesta?

Per contestare il licenziamento illegittimo – e sperare nel risarcimento o, in casi residuali, nella reintegra – il dipendente deve rispettare due termini di decadenza:

  • entro 60 giorni dalla comunicazione di licenziamento deve inviare all’azienda una raccomandata a.r. o una Pec (posta elettronica certificata) in cui espressamente dichiara di opporsi al licenziamento in quanto illegittimo. In questa sede non deve per forza specificare le ragioni della contestazione. La missiva può essere inviata dal diretto interessato, da un suo rappresentante sindacale o dall’avvocato ma, in tali casi, con la sottoscrizione del dipendente per ratifica;
  • nei 180 giorni successivi dal ricevimento di tale contestazione, l’avvocato difensore del dipendente ingiustamente licenziato deve depositare, presso la cancelleria del tribunale del luogo ove si è svolto il rapporto di lavoro, l’atto di ricorso.

Se non viene rispettato anche uno solo di tali termini il dipendente non può più contestare il licenziamento per quanto illegittimo.

Licenziamento illegittimo: a quanto ammonta il risarcimento?

Il Job Act [1] ha stabilito che, qualora il datore di lavoro venga condannato dal giudice per aver intimato un licenziamento illegittimo, salvi i casi di reintegra appena visti (che costituiscono l’eccezione), al dipendente spetta il risarcimento del danno. Inizialmente fissato da 2 a 24 mensilità, le soglie di tale indennizzo sono state modificate dal Decreto Dignità [2]. Oggi la misura del risarcimento parte da un minimo di 6 mensilità e può arrivare fino a massimo 36 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr per ogni anno di servizio.

Questi limiti sono tutt’ora in vigore. Il punto però è capire con quale criterio, nel singolo caso, il giudice calcola quante mensilità debbano essere versate al dipendente. 

Il Job Act aveva ancorato tale quantificazione all’anzianità di servizio: tanto maggiori sono gli anni in cui il dipendente ha prestato servizio, tanto superiore è l’indennità.

La Corte Costituzionale [3] però ha scardinato tale meccanismo eliminando il parametro dell’anzianità di servizio quale esclusiva unità di misurazione dell’indennità per licenziamento illegittimo. Secondo la Consulta, infatti, una tale valutazione predeterminata dalla legge sarebbe in contrasto con i principi di eguaglianza e di ragionevolezza che impongono di tenere conto delle circostanze del caso concreto. 

Con la sentenza dell’anno scorso, la Corte costituzionale ha quindi detto che, fermo restando il limite minimo (6 mensilità) e massimo (36 mensilità) del risarcimento, oltre il quale non si può andare, il giudice può muoversi tra tali soglie con una certa discrezionalità, senza dover essere necessariamente vincolato agli anni di servizio. 

Questo significa che il magistrato potrà considerare altri fattori di riferimento per quantificare il risarcimento come i livelli occupazionali, le dimensioni dell’attività economica, il comportamento e le condizioni delle parti.

Sulla base di ciò sono state già emesse due sentenze di primo grado (una del tribunale di Genova, l’altra del tribunale di Bari [4]) che, partendo dalla pronuncia della Corte Costituzionale, hanno usato dei metri più elastici nel quantificare il risarcimento da licenziamento illegittimo. In particolare il tribunale di Genova ha liquidato a una dipendente giornalista illegittimamente licenziata l’indennità nella misura massima prevista dalla legge. Per determinare l’entità del ristoro patrimoniale, il tribunale si è specificamente affidato, a prescindere dall’anzianità aziendale, alle elevate competenze professionali della lavoratrice ed alle gravi violazioni che hanno accompagnato il recesso, osservando come le condizioni e il comportamento delle parti acquisiscano un ruolo centrale nella determinazione del risarcimento dovuto in applicazione delle tutele crescenti.

note

[1] Decreto legislativo 23/2015.

[2] Decreto legge 87/2018.

[3] C. Cost. sent. n. 194/2018.

[4] Trib. Genova, sent. del 21.11.2018.  Trib. Bari ord. n. 7016/18 dell’11.10.2018.

Autore immagine: 123rf com


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