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Insulti razzisti: è reato?

22 Gennaio 2019


Insulti razzisti: è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Gennaio 2019



Offese a sfondo razziale: con la depenalizzazione dell’ingiuria, il comportamento di chi dice “sporco negro” o “marocchino di m…a” non può essere più punito penalmente. Resta il risarcimento dei danni.

Immagina che un uomo offenda un extracomunitario chiamandolo “sporco negro” o “marocchino di m…”. Magari si tratta del padrone di casa a cui non è stato versato l’affitto o semplicemente una persona di bassa evoluzione culturale secondo cui il colore della pelle è motivo di distinzione tra gli esseri umani. «Tu non sei italiano; vattene via da qui»; «Siete venuti a rubarci il lavoro, immigrati puzzolenti»; «Hitler vi doveva sterminare» e frasi di questo tipo a cui, purtroppo, le cronache degli ultimi tempi ci hanno dolorosamente abituato. Immaginiamo che l’episodio si consumi “a due”: il razzista si rivolge direttamente alla persona di colore al fine di umiliarla e intimorirla. Quest’ultimo però non ci sta e, poco dopo, si presenta alla polizia a sporgere denuncia. Cosa rischia il responsabile delle offese? Può essere incriminato? La soluzione – che potrà lasciare a bocca aperta gli strenui difensori dei diritti umani – è contenuta in una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1]. Nel commentarla, spiegheremo dunque se proferire insulti razzisti è reato o meno. 

Non prendere a riferimento, quindi, altre indicazioni che potresti trovare sul web se non questa: difatti la materia dell’ingiuria, anche se a sfondo razziale, è stata di recente riformata. La Corte, per la prima volta, ha preso atto della riforma esprimendo il proprio giudizio in merito alle offese rivolte nei confronti di soggetti appartenenti ad altre “razze”, siano essi clandestini irregolari o regolari, persone oneste o delinquenti. 

Ingiuria: è reato?

L’ingiuria è quel comportamento che pone chi offende un’altra persona, a prescindere dalle ragioni (se lecite o meno), al fine di mortificarla. L’unico caso in cui l’ingiuria non viene punita è quando è la reazione – immediata e non ragionata – a un’altra ingiuria o a una diffamazione subìta poco prima. Se invece c’è intento vendicativo (che, di solito, non si fa d’impulso ma a mente fredda) l’ingiuria resta punibile.

L’ingiuria però, dal 2016, non è più reato. Per cui non è punita penalmente. Il decreto svuotacarceri [2] ne ha previsto la depenalizzazione e la trasformazione in un illecito civile. Risultato: chi offende una persona può solo subire una causa di risarcimento del danno e, all’esito, una multa inflitta dal giudice, da versare allo Stato. È quindi scomparsa la possibilità di querelare chi pronuncia insulti. 

Restano però punite penalmente la diffamazione – che è il comportamento di chi, in assenza della vittima, ne parla male in presenza di almeno due persone – e la minaccia che, spesso, si accompagna all’ingiuria. Per esempio, dire «Brutto negro, ti brucio vivo» è reato non per la frase “brutto negro” ma per aver detto “ti brucio vivo” (a prescindere dalle effettive intenzioni), trattandosi di una minaccia. Allo stesso modo, offendere l’inquilino del primo piano, confidandosi con cinque condomini, è reato di diffamazione.

Ingiuria a sfondo razziale: è reato?

Ci si può chiedere se la discriminazione razziale possa essere una aggravante dell’ingiuria e farla così rientrare nell’orbita penale. In altri termini, preso atto che l’ingiuria non è più reato, se gli insulti sono razzisti che succede? Secondo la Cassazione le conclusioni non cambiano e chi pronuncia offese a sfondo razziale non può essere punito, sempre grazie alla depenalizzazione del reato di ingiuria. Inevitabile prendere atto che la condotta non ha più «rilevanza penale».

Dire «sporco negro» in presenza della vittima non è reato e non può essere punito. Peraltro, se non ci sono testimoni a sentire l’offesa, difficilmente la parte lesa potrà agire per il risarcimento a meno che non abbia utilizzato lo smartphone per registrare la conversazione. Difatti, nel processo civile – quale è appunto quello rivolto a ottenere i danni – non è ammessa la dichiarazione delle parti in giudizio come fonte di prova. Prova che dovrà quindi essere acquisita in modo differente. E di sicuro le videoregistrazioni, rese più agevoli dai moderni strumenti di tecnologia portatile, sono diventati un valido ausilio. Difatti, in un contesto “a due”, dove non ci sono altre persone che potrebbero riferire al giudice ciò che è stato detto e sentito, sarà impossibile far valere i propri diritti.

Insomma, sembra che a proteggere i razzisti non sia solo l’involuzione culturale degli ultimi anni, ma anche il nuovo quadro delle norme giuridiche.

Quando il razzismo è reato?

Probabilmente ti chiederai, a questo punto, se il razzismo è reato e quando. Il nostro ordinamento punisce la discriminazione in tutti i campi. Anche in materia di lavoro, il licenziamento intimato per ragioni collegate alla razza si considera nullo e obbliga l’azienda alla reintegra sul posto. Da un punto di vista penale, la legge sanziona con la reclusione fino ad un anno e sei mesi chiunque divulghi idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istighi a compiere o compia atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi [3]. Ciò che rende punibile però la discriminazione xenofoba (sia nella forma di razzismo supremazionista che in quella di odio razziale) è la propaganda e non – come abbiamo appena visto – l’offesa rivolta allo straniero. Per «propaganda» ci si riferisce a quell’attività volta a manifestare pubblicamente le proprie convinzioni col fine di influenzare l’opinione pubblica e modificare le idee e i comportamenti dei destinatari. Solo questo tipo di divulgazione viene considerata punibile con il reato, poiché suscettibile di ingenerare nella platea gli stessi sentimenti di avversione e di odio promossi da chi ne fa pubblica esibizione.

Leggi maggiori approfondimenti in Il razzismo è reato?

note

[1] Cass. sent. n. 2461/19 del 18.01.2019.

[2] D.lgs. n. 7/2016 del 15.01.2016.

[3] L. n. 9 ottobre 1967, n. 962.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 6 dicembre 2018 – 18 gennaio 2019, n. 2461

Presidente Sabeone – Relatore Sessa

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Con la sentenza impugnata, la Corte di Appello di Firenze, ha confermato la sentenza del Tribunale di Pisa del 23 ottobre 2013, che aveva riconosciuto la responsabilità di Co. Fa. in ordine al reato di ingiuria, aggravato dalla finalità della discriminazione e dell’odio razziale, commesso in danno di El Id. Kh..

2. Propone ricorso per cassazione l’imputato per il tramite del proprio difensore, deducendo che, in forza dell’art. 1, comma 1, lett e), D.Lgs. n.15 gennaio 2016, n. 7, l’art. 594 cod. pen. è stato abrogato, col conseguente venir meno della rilevanza penale della condotta imputata al Co. e per la quale è intervenuta condanna.

3. La Corte rileva che, in forza dell’art. 1, comma 1, lett e), D.Lgs. n.15 gennaio 2016, n. 7, l’art. 594 cod. pen. è stato abrogato il reato di ingiuria, di conseguenza, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato. Annullamento che, come statuito da Sez. U, n. 46688 29/09/16 – dep. 07/11/2016, Sc., si riverbera anche sui capi concernenti gli interessi civili, ossia sull’intervenuta condanna al risarcimento del danno, determinando il venir meno del nesso sostanziale tra un fatto penalmente rilevante e l’accusato la preclusione a decidere in merito agli effetti civili, in considerazione della regola generale del collegamento necessario tra condanna e statuizioni civili del giudice penale, della tassatività della deroga prevista dall’art. 578 cod. proc. pen. e della diversa disciplina sancita dall’art. 9 del D.Lgs. n. 8 del 2016 per gli illeciti oggetto di depenalizzazione, non prevista per le ipotesi di abolitio criminis dal D.Lgs. n. 7 del 2016, né ad esse applicabile in via analogica (cfr. Sez. U, Sentenza n. 46688 del 29/09/2016, «In caso di sentenza di condanna relativa a un reato successivamente abrogato e qualificato come illecito civile ai sensi del D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7, il giudice dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, deve revocare anche i capi della sentenza che concernono gli interessi civili, fermo restando il diritto della parte civile di agire “ex novo” nella sede naturale, per il risarcimento del danno e l’eventuale irrogazione della sanzione pecuniaria civile»).

4. Pertanto, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perché il fatto di ingiuria non è previsto dalla legge come reato e, conseguentemente, deve essere disposta la revoca delle statuizioni civili adottate in favore della parte civile nel giudizio di merito.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio il provvedimento impugnato perché il delitto ascritto non è previsto dalla legge come reato; elimina le statuizioni civili.


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