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Esiste la privacy tra moglie e marito?

23 Gennaio 2019


Esiste la privacy tra moglie e marito?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Gennaio 2019



Che succede se uno dei due coniugi apre il portafogli, entra nei cassetti o nel profilo Facebook dell’altro e fa una fotografia (screenshot) alle conversazioni da questi intrattenute con altre persone per dimostrare un tradimento? 

Lettere nascoste nei cassetti della scrivania, foglietti con appunti e un numero di telefono trovato nella borsa; sms salvati sul cellulare e chat segrete all’interno del profilo Facebook; lo scontrino di una notte al ristorante dopo aver frugato nel portafogli: gli indizi di un tradimento possono essere ovunque, anche in dettagli apparentemente insignificanti. È del resto da un sottile filo di sospetto che iniziano le migliori indagini. Ma qui non siamo nell’ambito del diritto penale: la ricerca non è rivolta a scovare reati, bensì un semplice illecito civile le cui ripercussioni sono solo di natura economica (chi tradisce perde tutt’al più il diritto a ottenere l’assegno di mantenimento). Per cui la riservatezza e la sfera personale restano invalicabili. Anche tra coniugi. A chiedersi se esiste la privacy tra marito e moglie è più di una persona quando, all’atto di procurarsi le prove dell’altrui infedeltà, si mette alla ricerca di quei documenti che potrebbero convincere il giudice. Ma qui la giurisprudenza è rigorosa. Non sono pochi i giudici ad aver ritenuto che le prove acquisite illegalmente – e in questo vi rientra anche la violazione della privacy – non possono essere utilizzate nel processo. Col rischio, per di più, di prendersi una querela per «abusivo accesso a sistema informatico» o «interferenze illecita nella vita privata» altrui.

Due sentenze della Cassazione pubblicate ieri [1] toccano il tema dell’introduzione, da parte di un coniuge, nell’account Facebook dell’altro benché quest’ultimo, in un momento precedente, avesse rivelato le proprie credenziali di accesso (username e password). Di tanto parleremo qui di seguito, analizzando il problema della privacy tra marito e moglie sotto tutti i profili. 

Accesso del coniuge nel profilo Facebook dell’altro: è reato?

Facciamo un esempio. Marito e moglie sono felicemente sposati. Un giorno, uno dei due riferisce all’altro le credenziali di accesso al proprio account Facebook non avendo nulla da nascondergli. Quando però tra i due scende la crisi, quelle stesse credenziali vengono utilizzate per tenere sotto controllo l’altrui profilo social e spiare le chat intrattenute con altre persone. Ben preso il topo cade nella trappola e compaiono le prime conversazioni riservate ove viene palesata un’attrazione fisica con un altro utente. Il coniuge geloso si introduce in questa conversazione e provoca delle risposte che possano palesare il coinvolgimento sentimentale tra i due. E ci riesce. Addirittura, modifica le password di accesso all’account in modo che il legittimo titolare non possa entrarvi più. Poi fotografa tutta la chat e la porta al giudice per dimostrare l’infedeltà del proprio coniuge e negargli l’assegno di mantenimento. È legittimo un comportamento del genere?

Assolutamente no, ribadisce la Cassazione. La condivisione di username e password con il partner non costituisce di fatto una implicita autorizzazione all’introduzione all’interno del profilo social dell’altro e di cui, in modo lecito, si posseggono le chiavi di accesso. Sussiste dunque, in ogni caso, il reato di «abusivo accesso a sistema informatico» che viene punito penalmente. Senza dimenticare, infine, «la circostanza obiettiva della connessione servita per modificare la password» del profilo.

Per di più, se addirittura si utilizza il social simulando di essere il titolare del profilo scatta l’ulteriore reato di sostituzione di persona.

In sostanza, se la donna ha in passato – e prima della rottura – fatto conoscere al marito nome utente e password, non si può comunque escludere «l’abusività degli accessi» on line compiuti successivamente dall’uomo, osservano i Giudici. Soprattutto perché il marito ha così potuto ottenere «un risultato certamente in contrasto con la volontà della moglie», ossia «la conoscenza di conversazioni riservate» e addirittura «l’estromissione della titolare dall’account Facebook».

Per la Cassazione non scatta automaticamente alcuna scusante dalla lecita conoscenza delle chiavi di accesso. E, men che mai, se si modificano le credenziali impedendo l’accesso al titolare o se si utilizza il social per ingiuriare terzi sotto la falsa identità di chi formalmente appare. 

In sintesi, entrare nel profilo Facebook di mogli o ex fidanzate, che abbiano spontaneamente comunicato le proprie credenziali di accesso, è comunque un reato se questo avviene contro la loro volontà.

Prendere il cellulare del coniuge è reato?

Immaginiamo di trovare il cellulare di nostro marito o di nostra moglie sul divano, dove pochi minuti prima lui era seduto e che ha lasciato lì per distrazione. Il telefono squilla e lui, dall’altro lato della porta del bagno, ci chiede di rispondere. Terminata la conversazione, però, ci accorgiamo di un avviso sul display: c’è un messaggio non letto. Lo apriamo e scopriamo una comunicazione riservata, indice di un possibile tradimento. Che succede se facciamo le foto di tali prove? Secondo una sentenza del Tribunale di Roma [2] quando si tratta di marito e moglie, la privacy subisce un affievolimento proprio per via del fatto che la coppia coabita sotto lo stesso tetto ed è quindi naturale che gli oggetti, come il cellulare, siano esposti alla possibile condivisione, apertura o lettura, sebbene non espressamente autorizzata. Insomma, la convivenza determina una sorta di manifestazione tacita di consenso alla conoscenza sia dei dati che delle comunicazioni del coniuge, anche se di natura personale. 

Privacy tra marito e moglie: esiste?

L’ultima sentenza citata si presta a interpretazioni analogiche e sembra voler dire che, a meno che i cassetti non siano chiusi a chiave e le borse custodite in luoghi riservati come il proprio armadio, chi trova la roba altrui disseminata per casa può liberamente accedervi. Per far scendere nuovamente la privacy serve un elemento di protezione che faccia intuire la chiara volontà di estromettere l’altro coniuge da tale aspetto della propria vita privata: un lucchetto, una password, una chiave, una cassaforte, una cassetta di sicurezza in banca.

Del resto il diritto alla riservatezza è tutelato dalla Costituzione e come tutti i diritti costituzionali non ammette deroghe [3]. Conseguenza logica è che tale diritto non può trovare limiti neanche tra marito e moglie o tra conviventi. In altri termini, il matrimonio o una relazione di fatto basata sulla convivenza non possono escludere il rispetto della privacy dei singolo soggetti interessati: il diritto alla riservatezza deve essere sempre tutelato e, in caso contrario, scatta il reato di «interferenze illecite nella vita privata». Non importa che i dati altrui così rilevati servano per far valere un proprio diritto in tribunale (come nel caso di separazioni e divorzi).

Ci sono altre applicazioni di questo concetto in materia di registrazioni e riprese video. Secondo la Cassazione il coniuge può, anche in casa propria, registrare le conversazioni intrattenute con l’altro, senza che quest’ultimo possa opporsi ancorandosi all’inviolabilità del domicilio. Addirittura la Corte ha ritenuto lecite le riprese di un rapporto sessuale fatte all’insaputa del partner all’interno della casa comune. 

Diverso è il discorso se la registrazione avviene in assenza dell’artefice. Immaginiamo il marito che, prima di uscire di casa per andare a lavorare, lasci un registratore acceso in salotto o una microspia in grado di captare tutto ciò che fa la moglie, trasmettendo immagini e audio a distanza. Questo comportamento è vietato dalla legge: ai fini della legittimità delle registrazioni è necessario che colui che le esegue sia fisicamente presente e non si sposti altrove (anche in altre stanze). Il soggetto “intercettato” infatti deve avere la consapevolezza di dialogare con l’altro e non con terzi.    

 

note

[1] Cass. sent. n. 2905/19 del 22.01.2019 e n. 2942/19 del 22.01.2019.

[2] Trib. Roma, sent. n. 6432/2016.

[3] La dottrina ritiene che il diritto alla privacy si possa evincere nell’articolo 2 della Costituzione, che “garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e da altra parte nell’articolo 3 della Costituzione, che riconosce “pari dignità sociale” a tutti i cittadini.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 2 ottobre 2018 – 22 gennaio 2019, n. 2905

Presidente Fumo – Relatore Borrelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 13 settembre 2017, la Corte di appello di Palermo ha confermato quella emessa dal Giudice monocratico del Tribunale della stessa città nei confronti di Do. Ba., condannato per il reato di cui all’art. 615-ter cod. pen., commesso accedendo al profilo Facebook della moglie Ma. Sc. grazie al nome utente ed alla password utilizzati da quest’ultima, a lui noti da prima che la loro relazione si incrinasse; l’imputato – secondo le sentenze di merito – aveva così potuto fotografare una chat intrattenuta dalla moglie con un altro uomo e poi cambiare la password, si da impedire alla persona offesa di accedere al social network.

2. La sentenza della Corte palermitana è stata impugnata per cassazione dal difensore dell’imputato, che ha articolato due motivi di ricorso.

2.1. Il primo verte sul vizio di motivazione che caratterizzerebbe la sentenza perché non si era data risposta ai motivi di appello. Il ricorrente rimarca, in particolare, che il primo dei riscontri alle dichiarazioni della persona offesa – la produzione, nel giudizio di separazione, delle schermate riproducenti le chat con un altro uomo – non era tale, dal momento che la difesa dell’imputato aveva in entrambi gradi segnalato che la scoperta della conversazione era avvenuta per caso, allorché il ricorrente si era collegato da remoto al suo PC tramite il cellulare quando era fuori casa ed aveva potuto vedere sul desktop del computer la conversazione in atto. Il secondo riscontro – l’accertamento del collegamento IP dall’utenza del padre dell’imputato – era equivoco perché non si era accertato l’apparecchio grazie al quale era stato effettuato il collegamento né chi lo avesse attivato, mentre era stata negativa la geolocalizzazione del cellulare dell’imputato nel momento dell’accesso abusivo.

2.2. Il secondo motivo fonda sulla violazione di legge in cui sarebbe incorsa la Corte di merito circa la valutazione della prova, perché non aveva osservato le regole logiche e giuridiche del ragionamento indiziario; la persona offesa si era espressa in termini di mero sospetto circa l’attribuibilità del fatto all’imputato, dicendo che tale sospetto era stato confermato dalla polizia giudiziaria. Chiunque – sostiene il ricorrente – poteva collegarsi alla rete wi-fi del padre dell’imputato ed accedere al profilo Facebook della persona offesa, presidiato da codici di accesso piuttosto comuni; peraltro poteva dubitarsi dell’operatività della norma di cui all’art. 615-ter cod. pen. perché la password era stata comunicata all’imputato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1. Il ricorrente tende a fornire una propria lettura degli accadimenti, pretendendo di valutare, o rivalutare, gli elementi probatori al fine di trarre proprie conclusioni in contrasto con quelle della Corte di appello, operazione non consentita nel giudizio di legittimità. Come si legge nelle motivazioni di Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011, Scibé, Rv. 249651, infatti, tale impostazione si risolve nella pretesa di ottenere dinanzi alla Corte di cassazione un giudizio di fatto che non le compete, dal momento che esula dai poteri del Giudice di legittimità quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali.

Secondo un’impostazione pertanto non corretta, i motivi proposti non fanno altro che postulare, del tutto assertivamente, l’esistenza di una diversa realtà fattuale – si pensi al collegamento da remoto al computer di casa – ovvero tendono a reinterpretare le acquisizioni probatorie mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito.

Di contro la Corte territoriale ha fornito una motivazione che sfugge alle censure di parte né palesa errori di diritto, dal momento che è stata correttamente e razionalmente valutata la convergenza tra una serie di elementi: il dato – incontestato – riferito dalla parte lesa circa la conoscenza che il prevenuto aveva delle credenziali di accesso a Facebook, la resa dei conti avvenuta mostrando alla moglie, quella mattina stessa, proprio la chat “incriminata” (e poi producendola nel giudizio di separazione) nonché la circostanza obiettiva della connessione servita per modificare la password, avvenuta dalla casa del padre dell’imputato. Nel contempo, i giudici di appello hanno spiegato altrettanto razionalmente la neutralità del mancato accertamento del posizionamento del cellulare dell’imputato in quella zona e valorizzato la compatibilità logica della condotta di cui l’imputato è accusato con il movente di gelosia che lo animava.

1.2. Va altresì affrontato un tema che il ricorrente ha posto, vale a dire quello della valenza a discarico dell’avvenuta comunicazione delle credenziali all’imputato da parte della moglie prima del lacerarsi della loro relazione, segnalando peraltro che non risulta chiaramente dalla sentenza impugnata quale sia stato il veicolo di conoscenza (se le credenziali non le avesse comunicate la Sc., evidentemente sarebbe esclusa in radice la possibilità di discutere di un’eventuale autorizzazione, ancorché implicita, all’accesso).

A prescindere da quest’ultima riflessione, giova comunque osservare che, come già affermato da questa sezione in un caso analogo al presente (Sez. 5, n. 52572 del 06/06/2017, P.F., non massimata), la circostanza che il ricorrente fosse a conoscenza delle chiavi di accesso della moglie al sistema informatico – quand’anche fosse stata quest’ultima a renderle note e a fornire, così, in passato, un’implicita autorizzazione all’accesso – non escluderebbe comunque il carattere abusivo degli accessi sub iudice. Mediante questi ultimi, infatti, si è ottenuto un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante rispetto a qualsiasi possibile ambito autorizzatorio del titolare dello ius excludendi alios, vale a dire la conoscenza di conversazioni riservate e finanche l’estromissione dall’account Facebook della titolare del profilo e l’impossibilità di accedervi. Tale interpretazione è confortata dalla recente Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, Savarese, Rv. 271061, che – sia pure rispetto ad una situazione diversa – ha valorizzato contra reum forzatura dei limiti dell’autorizzazione concessa dal titolare del domicilio informatico da parte di soggetto autorizzato ad accedervi.

2. Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile; ne consegue la condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di ricorso che inducono a ritenere la parte in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n.186).

Il ricorrente deve altresì essere condannato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel presente grado, che si liquidano in complessivi Euro 2932,83 oltre accessori di legge, disponendone il pagamento a favore dello Stato ex art. 110, comma 3, D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, giacché risulta che la parte civile è stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

3. La natura dei rapporti oggetto della vicenda impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2000,00 a favore della Cassa delle ammende, nonché al rimborso delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano in complessivi Euro 2932,83 oltre accessori di legge, disponendone il pagamento a favore dello Stato.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.


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