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Il dovere di mantenimento tra fratelli e sorelle

23 Gennaio 2019


Il dovere di mantenimento tra fratelli e sorelle

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Gennaio 2019



Tra fratelli esiste l’obbligo di versare gli alimenti solo se vi è un grave bisogno fisico e/o economico e il destinatario dei soldi non è in grado di provvedere al proprio sostentamento.

Che doveri esistono tra fratelli e sorelle? Cosa prevede la legge se uno di questi è talmente povero da non potersi mantenere e non riuscire a comprare il cibo per campare? E se non ha un tetto sotto cui vivere, quale familiare è tenuto a ospitarlo? 

I genitori, si sa, devono provvedere alle esigenze dei figli finché questi non raggiungono l’indipendenza economica. Una volta però interrotto tale legame, qualora dovessero riemergere difficoltà per eventi inaspettati (ad esempio un licenziamento), l’obbligo del mantenimento non resuscita più. Resta però un generale dovere di prestare gli “alimenti”, una misura di sostentamento molto più ridotta del mantenimento, che scatta solo in casi eccezionali, di assoluta necessità, quando cioè è a rischio la stessa sopravvivenza del figlio (si pensi al giovane che, per una malattia grave, non è più in grado di lavorare). Senonché i genitori non sempre ci sono e, quand’anche siano in vita, spesso non hanno più le capacità economiche di un tempo per aiutare la prole. Da qui la comune domanda: esiste un dovere di mantenimento tra fratelli e sorelle? Sul punto si è espressa ancora una volta la Cassazione [1].

Alimenti tra familiari: quando c’è l’obbligo?

Degli alimenti abbiamo già parlato diverse volte su queste stesse pagine. Richiamiamo ad esempio l’articolo Come chiedere gli alimenti? La legge stabilisce che, nel momento in cui una persona si trova in condizioni economiche precarie ed anche l’assegno sociale dello Stato non è sufficiente a soddisfare i suoi bisogni primari, può sempre chiedere (anzi, esigere) gli alimenti dai familiari più stretti. La legge infatti concede, a chi si trova in uno stato di bisogno incombente, di ottenere un «assegno alimentare» proporzionato alle proprie esigenze. Tenuti a pagarlo sono, nel seguente ordine:

  • il coniuge;
  • in sua assenza, i figli
  • in loro assenza, i nipoti
  • in loro assenza, i genitori
  • in loro assenza, generi e nuore
  • in loro assenza, suocero e alla suocera
  • in loro assenza, fratelli e sorelle (germani o unilaterali).

Chi chiede gli alimenti a un obbligato in ordine successivo (ad esempio ai figli) deve dimostrare che gli obbligati di grado anteriore (ad esempio il coniuge) non hanno la possibilità economica di adempiere, in tutto o in parte, alla loro obbligazione. Se più persone sono obbligate nello stesso grado alla prestazione degli alimenti, tutte devono concorrere alla prestazione stessa, ciascuna in proporzione delle proprie condizioni economiche. 

Quindi una persona che non è sposata e non ha figli – e quindi neanche nipoti, generi, nuore, suoceri e suocere, deve rivolgersi direttamente ai fratelli o sorelle.

Affinché fratelli e sorelle – o gli altri familiari stretti appena elencati – siano tenuti a versare gli alimenti, è necessario che il richiedente dimostri:

  • di trovarsi in un reale stato di bisogno fisico e/o economico. Tale situazione si verifica quando vi è una assoluta impossibilità a provvedere alle esigenze fondamentali della propria vita, per assenza di un patrimonio (ad esempio immobili) e  per mancanza involontaria di un lavoro (è il caso di un invalido che non può lavorare);
  • di non essere in grado di provvedere, in tutto o in buona parte, al proprio sostentamento.

A quanto ammontano gli alimenti?

La legge non fissa una misura per gli alimenti. Il codice dice solo che il diritto agli alimenti è limitato al necessario per la vita di chi lo richiede, considerando la sua posizione sociale. Dunque gli alimenti devono essere innanzitutto rapportati alle condizioni economiche di chi li versa; in secondo luogo devono tenere conto dei bisogni del richiedente. Di norma, però, si tratta di un contributo di poche centinaia di euro, rivolto solo a pagare i beni di stretta necessità. Nel caso deciso dalla Cassazione, di cui a breve parleremo, è stato fissato un assegno mensile di 150 euro.

Negli alimenti rientra anche l’attività di assistenza e supporto al soggetto in stato di bisogno, in termini di presenza, compagnia, conforto e affetto. Il supporto si deve però tradurre in una prestazione concreta non potendo coincidere con una semplice presenza o custodia generica.

La giurisprudenza ha ammesso anche la rivalutazione dell’assegno alimentare a seguito dell’intervenuta svalutazione monetaria.

Chi deve somministrare gli alimenti può scegliere se farlo mediante assegno periodico o accogliendo e mantenendo nella propria casa la persona che vi ha diritto. Quest’ultima non può rifiutarsi, a pena di perdita degli alimenti. 

Qual è la differenza tra alimenti e mantenimento?

La differenza dunque tra alimenti e mantenimento (quello del marito verso la moglie o dei genitori verso i figli) è netta sia in termini quantitativi (gli alimenti consistono in una somma nettamente inferiore rispetto al mantenimento), sia in termini di condizioni per l’assegnazione (gli alimenti scattano solo quando è a rischio la sopravvivenza, mentre per il mantenimento è sufficiente il rapporto di familiarità e l’impossibilità a procurarsi un proprio reddito). 

Il mantenimento mira a soddisfare tutte le esigenze di vita del mantenuto, anche quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza (come invece gli alimenti) ed anche a prescindere dallo stato di bisogno.

Gli alimenti sono per sempre?

Se dopo l’assegnazione degli alimenti mutano le condizioni economiche di chi li somministra o di chi li riceve, il giudice provvede, a seconda delle circostanze, per la cessazione, la riduzione o l’aumento degli alimenti.

Stato di bisogno del fratello o della sorella: scattano gli alimenti?

Il caso deciso dalla Cassazione con l’ordinanza in commento è paradigmatico per capire quando scattano gli alimenti tra fratelli e sorelle. 

Una donna si era dimessa volontariamente dalla propria attività di collaboratrice domestica. Percepiva un assegno dall’Inps di 526 euro e un contributo di 300 euro dal Comune. Secondo i giudici, gli 856 euro sono sufficienti a parlare di situazione di difficoltà economica, legata soprattutto all’indisponibilità di un appartamento in cui vivere. I magistrati hanno ritenuto evidenti «i bisogni» della donna, vista la correlata esigenza di sopportare l’onere del pagamento di un canone di locazione. Hanno quindi obbligato il fratello, anch’egli titolare di una pensione, a versare alla sorella 150 euro ogni mese a titolo di alimenti. 

note

[1] Cass. ord. n. 1577/19 del 22.01.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 23 febbraio 2018 – 22 gennaio 2019, n. 1577

Presidente/Relatore Campanile

Rilevato che:

il sig. Gi. Sa. propone ricorso, affidato a tre motivi, avverso la sentenza indicata in epigrafe, con la quale la Corte di appello di Genova, in sede di rinvio, lo ha dichiarato tenuto al pagamento, a titolo di alimenti, della somma di Euro 150,00 con decorrenza dalla liquidazione, in corso di causa, del trattamento pensionistico (fermo, per il periodo anteriore, il maggiore, in favore della sorella Pi. Sa.;

la parte intimata resiste con controricorso;

Considerato che:

con il primo motivo si denuncia la violazione degli artt. 438 e 439 cod. civ.: la controparte non verserebbe in stato di bisogno, avendo interrotto volontariamente la propria attività di collaboratrice familiare e percependo le somme di Euro 526 da parte dell’INPS e di Euro 300 a titolo di contributo versatole dal Comune di Casarza Ligure;

con il secondo mezzo la violazione delle norme suddette viene prospettata in relazione alla situazione economica del ricorrente, che percepisce una pensione di importo pressoché analogo agli introiti dell’alimentanda;

la terza censura attiene all’omessa considerazione dell’incremento della posizione della sorella in corso di causa, nel senso che il riconoscimento del diritto alla corresponsione di una somma mensile pari ad Euro 150,00, a decorrere dalla data di liquidazione del trattamento pensionistico, confliggerebbe con l’elisione dello stato di bisogno determinata da tale trattamento;

i motivi suddetti, da esaminarsi congiuntamente, non sono fondati;

nel giudizio relativo alla prestazione di alimenti, per evidenti ragioni legate all’applicabilità dell’art. 440 cod. civ., occorre tener presente dei mutamenti delle condizioni delle parti verificatesi in corso di causa (Cass., 5 giugno 1967, n. 1231; Cass., 26 luglio 1966, n. 2066);

a tale principio di è correttamente uniformata la Corte territoriale, laddove ha tenuto conto dell’attribuzione alla Sa. di un trattamento pensionistico, nonché della percezione di altre somme, ai fini della determinazione dell’assegno in favore della stessa; ha poi verificato la corte distrettuale, riducendo quindi l’assegno determinato in prime cure, se la citata sopravvenienza, per la sua entità, ponesse la ricorrente in grado di provvedere – come statuito da questa Corte con la decisione che disponeva il giudizio di rinvio -alle proprie esigenze primarie, atteso che, trattandosi di fratelli, la corresponsione degli alimenti deve essere limitata allo “stretto necessario”;

tale accertamento è stato correttamente effettuato, con motivazione congrua, dalla corte distrettuale, la quale ha tenuto conto sia dei principi enunciati nella sentenza che aveva disposto il giudizio di rinvio, sia, compiendo una valutazione complessiva ed accurata, dei bisogni dell’alimentanda, con particolare riferimento all’indisponibilità di un alloggio e della correlata esigenza di sopportare l’onere del pagamento di un canone di locazione;

risulta altresì rispettato il canone di proporzionalità, essendo stata posta in evidenza, oltre a quella reddituale, anche la consistenza patrimoniale del ricorrente, proprietario della casa da lui abitata; l’impugnata decisione, pertanto, deve essere confermata, ricorrendo giusti motivi, avuto riguardo alla necessità di adeguare la portata delle decisione di questa Corte alle indicate sopravvenienze, per altro inizialmente sottaciute, in violazione dei doveri di leale collaborazione, dall’alimentanda;

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese relative al presente giudizio di legittimità.

 


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