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Assegno: vale come pagamento?

23 Gennaio 2019
Assegno: vale come pagamento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Gennaio 2019



La quietanza rilasciata da chi riceve un assegno bancario non prova l’adempimento ma solo la consegna del titolo.

Immagina di avere un credito nei confronti di una persona e che questa ti paghi con un assegno bancario. Prima di consegnarti il titolo ne fa una fotocopia e, sulla stessa, ti fa firmare una quietanza di pagamento: «Il sottoscritto dichiara di aver ricevuto l’assegno numero… a saldo della fattura numero…. per il pagamento di… e di non avere pertanto null’altro a che pretendere da… Il debito si deve quindi considerare definitivamente estinto». Tutti soddisfatti ve ne tornate ai vostri affari; ma quando porti l’assegno all’incasso la banca ti rivela che non ci sono fondi per coprirlo. L’istituto di credito manda così l’avviso al proprio cliente invitandolo a ripristinare la provvista, così come prevede la legge. Questi però non si attiva e l’assegno viene protestato. Ti rechi dal debitore per richiedere il pagamento in altra forma, ma lui sostiene che, firmando la quietanza, lo hai liberato ormai da qualsiasi obbligo. Inutili le tue rimostranze volte a evidenziare che si tratta di un pretesto, magari ordito in malafede sin dall’inizio per incastrarti. Ti decidi di rivolgerti all’avvocato, ma prima ancora ti chiedi: l’assegno vale come pagamento? Di tanto si è occupata la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco i chiarimenti che fanno al caso tuo.

Assegno: cos’è?

L’assegno bancario viene definito tecnicamente un titolo di credito. Anche se tutto ciò che vedi è un foglio di carta, esso rappresenta un ordine, impartito dal correntista alla propria banca, di pagare la somma riportata sull’assegno a chi è indicato come beneficiario. Con i nuovi limiti alla trasferibilità degli assegni superiori a mille euro, non si può più parlare di un “titolo al portatore”; per cui la banca adempie al proprio incarico solo dopo aver accertato che il possessore dell’assegno è proprio colui il cui nome e cognome è stato scritto su di esso.

Il fatto che sia un “titolo di credito” comporta la sostanziale uguaglianza tra l’assegno e una sentenza di condanna di un giudice: difatti la sola disponibilità di un assegno non pagato consente al possessore di rivolgersi all’ufficiale giudiziario – senza prima bisogno di fare una causa – per pignorare i beni del debitore inadempiente. Questa qualità dura per massimo sei mesi. Dopodiché l’assegno mantiene solo la sua natura di prova scritta di un credito e, non potendo legittimare l’esecuzione forzata diretta, consentirà almeno di chiedere al giudice un decreto ingiuntivo contro il debitore.

Assegno salvo buon fine

Spesso si usa dire «assegno salvo buon fine» quando, in un contratto o in una quietanza di pagamento, si dà atto del fatto che il pagamento è avvenuto appunto con l’assegno. Questa dicitura esprime la riserva del creditore ad accettare l’assegno e a liberare il debitore solo a condizione che il titolo sia coperto e quindi pagato dalla banca. In questo sta la sostanziale differenza tra assegno bancario e assegno circolare: nel primo non c’è alcuna certezza della presenza delle somme sul conto (essendo il carnet consegnato al correntista su sua richiesta ed a prescindere dalle coperture), mentre nel secondo caso l’assegno viene rilasciato dall’istituto di credito solo dopo che il cliente ha depositato le somme a copertura del titolo. L’assegno circolare quindi non può mai essere protestato proprio perché è impossibile che sia scoperto.

La mancata specificazione «assegno salvo buon fine» non comporta in automatico la liberazione del debitore qualora il titolo non venga pagato. Difatti esso costituisce pur sempre una promessa di pagamento e, quindi, consentirà al creditore di agire per il recupero del credito. Quindi, in ogni caso, il rilascio dell’assegno non comporta in automatico l’estinzione del debito, dipendendo ciò unicamente dal fatto che sul fondo vi siano le somme necessarie a pagarlo al possessore.

Assegno: vale come pagamento?

Per rispondere all’iniziale domanda, ossia se l’assegno vale come pagamento, la risposta è chiaramente «sì, salvo buon fine», a prescindere però che tale riserva sia stata espressa o meno dal creditore all’atto del ricevimento del titolo. L’effetto estintivo dell’obbligazione si verifica solo con la materiale riscossione della somma. 

Risultato: la quietanza rilasciata da chi riceve un assegno bancario in pagamento non prova l’adempimento ma solo la consegna del titolo. La cessazione del debito, infatti, si realizza solo quando l’assegno viene pagato dalla banca mentre la semplice dazione deve considerarsi effettuata “pro solvendo”.  

Nel caso deciso dalla Corte, un uomo era stato chiamato in giudizio dal venditore per ottenere il pagamento del prezzo non versato per una compravendita immobiliare. L’acquirente aveva pagato con un assegno bancario non trasferibile risultato però scoperto per assenza di fondi. Alla richiesta del denaro da parte del venditore, il compratore si era ancorato alla quietanza di saldo rilasciata dall’altra parte e riportata nel rogito notarile. Tale dichiarazione, a suo dire, avrebbe avuto valore di confessione stragiudiziale, con l’efficacia peraltro dell’atto pubblico; stante la sua efficacia di piena prova non vi era l’onere da parte sua di provare il pagamento esistendo già in atti la relativa prova.

La Cassazione ha però detto che la quietanza attesta la ricezione del titolo, ma non il pagamento dello stesso. Ne consegue che nel caso di pagamento effettuato mediante un comune assegno di conto corrente l’effetto liberatorio per il debitore si verifica con la riscossione della somma portata dal titolo poiché la consegna dello stesso deve considerarsi effettuata, salva diversa volontà delle parti, pro solvendo. Con la conseguenza che la dichiarazione di ricezione del pagamento mediante assegno non documenta l’adempimento dell’obbligazione, ma la mera circostanza della ricezione dell’assegno.

Alla fine dei conti, la Corte sintetizza il principio fondamentale di tale decisione per come segue: il creditore che rilasci al debitore una dichiarazione di ricezione in pagamento di un assegno bancario non circolare assevera non il fatto dell’adempimento dell’obbligazione ma il mero fatto del ricevimento dell’assegno. E ciò anche se su tale dichiarazione viene riportata la dicitura «quietanza di pagamento».

note

[1] Cass. ord. n. 1572/19 del 22.01.2019.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 23 novembre 2018 – 22 gennaio 2019, n. 1572

Presidente Travaglino – Relatore Scoditti

Rilevato

Che:

B.M. e Be.Br. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Bologna N.A. chiedendo la condanna al pagamento della somma di Euro 290.000,00 quale prezzo non versato della compravendita immobiliare di data (omissis) oltre il risarcimento del danno. Espose la parte attrice che l’assegno bancario non trasferibile emesso dall’acquirente, corrispondente al prezzo di vendita, non era mai stato incassato perché mai consegnato ed emesso solo per ragioni di natura fiscale (tracciabilità del pagamento). Il Tribunale adito accolse la domanda. Avverso detta sentenza propose appello il N. . Con sentenza di data 15 novembre 2016 la Corte d’appello di Bologna rigettò l’appello.

Osservò la corte territoriale che nel rogito notarile risultava specificato che “il corrispettivo di cui sopra al punto 2) è stato pagato mediante un unico assegno bancario in data odierna tratto sulla Banca CRV”. Aggiunse che in sede di memoria ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 6, n. 2 l’appellante aveva dato atto sulla base di produzione documentale che il pagamento del prezzo non era avvenuto tramite l’assegno (con ciò aderendo in via confessoria alla prospettazione di parte attrice) ma mediante pagamenti antecedenti al rogito e che tale posizione implicava il riconoscimento della natura meramente formale e apparente della quietanza, non essendo in realtà intervenuto il pagamento da essa indicato, mentre era da considerarsi tardiva la produzione documentale.

Ha proposto ricorso per cassazione N.A. sulla base di due motivi e resiste con controricorso B.M. . È stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.. Il pubblico ministero ha depositato le conclusioni scritte. È stata presentata memoria.

Considerato

Che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2730, 2735, 2732 e 1988 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonché omesso esame del fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che la dichiarazione di quietanza a saldo, con la rinuncia all’iscrizione di ipoteca legale, contenuta nel rogito notarile, ha il valore di confessione stragiudiziale, con l’efficacia peraltro dell’atto pubblico, e che stante la sua efficacia di piena prova non vi era l’onere per il N. di provare il pagamento esistendo già in atti la relativa prova, mentre la confessione stragiudiziale era revocabile solo in presenza di errore di fatto o di violenza. Aggiunge che irrilevante è la preclusione processuale rilevata dal giudice di merito con riferimento all’art. 183 c.p.c., comma 6, n. 2 posto che nell’atto di citazione era stata omessa l’allegazione di errore di fatto o di violenza in relazione alla dichiarazione confessoria.

Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2700 c.c., artt. 116 e 345 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonché omesso esame del fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Osserva il ricorrente che in modo contraddittorio il giudice di appello per un verso ha ritenuto tardive le allegazioni e le produzioni documentali di cui alla memoria istruttoria per l’altro ha ritenuto che la posizione assunta nella medesima memoria costituisse riconoscimento della natura formale e apparente della quietanza, senza considerare che già gli atti introduttivi del giudizio erano sufficienti per la risoluzione della controversia sulla base della dichiarazione di quietanza.

I motivi, da valutare unitariamente, sono infondati. Come affermato da Cass. Sez. U. 22 settembre 2014, n. 19888, la quietanza, pur non essendo del tutto identificabile con la confessione stragiudiziale in quanto corrispondente ad un atto dovuto espressione di un diritto del solvens ed essendo sottoposta ad un regime speciale quanto all’accertamento della data (art. 2704 c.c., comma 3), è tuttavia soggetta in via analogica agli artt. 2732 e 2735 c.c. in quanto asseverazione di un fatto a sé sfavorevole e favorevole al solvens. In quanto dichiarazione di scienza, con portata equivalente a quella della confessione, la quietanza è affermazione di un fatto e non di un effetto giuridico quale l’estinzione dell’obbligazione (cfr. Cass. 25 marzo 1999, n. 2819). La quietanza attesta dunque il fatto suscettibile dell’effetto estintivo dell’obbligazione, la ricezione del pagamento, ma non l’effetto medesimo, il quale appartiene al piano delle qualificazioni giuridiche.

Nel caso di specie il fatto asseverato, sulla base del giudizio di fatto del giudice di merito, è il pagamento mediante assegno bancario. Non ricorre l’ipotesi dell’assegno circolare, non essendovi un conforme accertamento da parte del giudice di merito (sull’efficacia estintiva del debito del pagamento mediante assegni circolare, pure in assenza di una volontà delle parti in tale senso, Cass. 19 dicembre 2006, n. 27158 – per Cass. 14 febbraio 2007, n. 3254 e altre conformi è invece necessaria la volontà delle parti o un conforme uso negoziale). Nel caso di pagamento effettuato mediante un comune assegno di conto corrente l’effetto liberatorio si verifica con la riscossione della somma portata dal titolo poiché la consegna dello stesso deve considerarsi effettuata, salva diversa volontà delle parti, pro solvendo (Cass. 5 giugno 2018, n. 14372; 30 luglio 2009, n. 17749). Come affermato da Cass. 5 febbraio 1997, n. 1108 a proposito della disposizione di cui all’art. 1198 c.c., “la cessione del credito in luogo di adempimento, se determina l’immediata trasmissione del credito ceduto, non ha per questo l’effetto di determinare l’altresì immediata estinzione dell’obbligazione, di cui provoca invece solo l’inesigibilità, inesigibilità che permane per il tempo in cui perdura la pendenza del rapporto che deriva dalla cessione del credito”.

Il pagamento asseverato dalla dichiarazione in questione è un pagamento mediante assegno, il cui effetto estintivo dell’obbligazione non deriva certo dall’asseverazione contenuta nella dichiarazione, la quale si limita ad attestare il ricevimento dell’assegno in funzione di pagamento, ma dalla riscossione della somma portata dal titolo, riscossione che non è stata dedotta dal ricorrente (il quale si è limitato a dedurre la circostanza della quietanza), né tanto meno è stata accertata dal giudice di merito.

La quietanza poi, in quanto dichiarazione di scienza, non è idonea ad integrare la “volontà delle parti” costitutiva dell’effetto estintivo del debito sulla base del ricevimento dell’assegno. Per il caso di cessione di credito in luogo di adempimento è consentito dalla norma l’effetto estintivo dell’obbligazione prima della riscossione del credito, ma a condizione che tale sia la volontà delle parti (art. 1198 c.c., comma 1). La produzione dell’effetto estintivo deriva dalla natura negoziale della dichiarazione in discorso (“volontà delle parti”), nell’ambito di una fattispecie complessa di estinzione dell’obbligazione, risultante dalla cessione del credito e dall’accordo negoziale (e la volontà di conferire al titolo efficacia pro soluto, con conseguente immediata estinzione dell’obbligazione di pagamento, deve essere espressa in modo univoco ed inequivocabile – Cass. 16 aprile 2015, n. 7820), mentre alla base della quietanza vi è una mera dichiarazione di scienza, inidonea come tale a determinare l’effetto estintivo dell’obbligazione.

La dichiarazione di ricezione del pagamento mediante assegno non documenta quindi l’adempimento dell’obbligazione, ma la mera circostanza della ricezione dell’assegno, dovendo l’effetto estintivo dell’obbligazione essere imputabile alla riscossione del medesimo assegno (documenta invece l’estinzione dell’obbligazione cartolare la consegna quietanzata da parte del portatore dell’assegno bancario al trattario che lo paghi – art. 37, comma 1, legge assegni). Al di là del nomen adoperato dal creditore, la dichiarazione di ricezione del pagamento mediante assegno non costituisce quietanza in senso tecnico, la quale, ai sensi dell’art. 1199 c.c., è asseverazione del pagamento liberatorio (e tale non è quello del pagamento mediante comune assegno bancario), ma è mera dichiarazione di scienza avente ad oggetto la ricezione dell’assegno.

Va in conclusione affermato il seguente principio di diritto: “il creditore che rilasci al debitore dichiarazione di ricezione in pagamento di un assegno bancario non circolare assevera, indipendentemente dall’utilizzo del nomen quietanza, non il fatto dell’adempimento dell’obbligazione ma il mero fatto del ricevimento dell’assegno”.

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 e viene disatteso, sussistono le condizioni per dare atto, ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1 – quater all’art. 13 del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.


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