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Meglio l’annullamento del matrimonio o il divorzio?

23 Gennaio 2019


Meglio l’annullamento del matrimonio o il divorzio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Gennaio 2019



La dichiarazione di nullità del matrimonio, pronunciata dalla Sacra Rota, ha effetti retroattivi e cancella anche l’assegno di mantenimento a patto che intervenga prima del passaggio in giudicato della sentenza di divorzio.

Quando il matrimonio finisce, ci sono due vie per dirsi addio: la prima è quella tradizionale della separazione e del successivo divorzio davanti al tribunale civile; la seconda è quella della sentenza emessa dal tribunale ecclesiastico con cui viene dichiarata la nullità del matrimonio. Anche se l’obiettivo di entrambi i procedimenti è quello di slegare per sempre i coniugi, le differenze in termini pratici sono notevoli. Notevoli perché in un caso (separazione e divorzio) si prende atto della cessazione di un rapporto che, comunque, ha avuto effetti nel passato (e, in parte, li continua a spiegare anche per il futuro); nell’altro caso invece (nullità del matrimonio) il rapporto tra i coniugi viene cancellato del tutto, con effetto retroattivo, come se i due non si fossero mai sposati. Questo porta a chiedersi spesso se è meglio l’annullamento del matrimonio o il divorzio.

Premesso che l’espressione più corretta, sotto un profilo giuridico, non è “annullamento” ma “nullità”, la risposta a questo interessante quesito non è facile: tutto dipende infatti da qual è l’obiettivo che si prefigge la parte. Ad esempio, se ci si vuole risposare in chiesa la via obbligata è quella della nullità. Se invece si preferisce mantenere l’assegno di mantenimento si deve optare per il procedimento davanti al tribunale ordinario con separazione e successivo divorzio.

Si tenga peraltro conto che il procedimento presso la Corte di Appello che “convalida” la sentenza del tribunale ecclesiastico può sopraggiungere anche dopo la sentenza di separazione e finanche dopo il divorzio (in quest’ultimo caso, però, come vedremo a breve, affinché abbia effetti deve intervenire prima che tale sentenza diventi definitiva).

In questo articolo cercheremo di analizzare tutti i vantaggi delle due procedure e spiegare se è meglio un matrimonio nullo o un divorzio?

Le cause che consentono il divorzio e quelle che consentono la nullità del matrimonio 

Il primo aspetto da affrontare è quello delle condizioni per adire il giudice e chiedere la separazione/divorzio oppure la nullità della sentenza.

Per ottenere la separazione e il divorzio è sufficiente che vi sia la crisi coniugale, ossia il venir meno della comunione spirituale e materiale tra i coniugi. Questo elemento peraltro non deve essere dimostrato: si presume per il solo fatto che viene depositato il ricorso in tribunale. Con la conseguenza che separarsi e divorziare è molto semplice. La difficoltà interviene solo quando le parti non si mettono d’accordo sul mantenimento o sull’affidamento dei figli, nel qual caso bisogna istruire una causa lunga e a volte costosa.

Al contrario, la nullità del matrimonio può essere richiesta per ragioni prefissate dalla legge in assenza delle quali il tribunale ecclesiastico rigetta la domanda.

Ai sensi del diritto canonico, le cause che garantiscono la nullità del matrimonio sono:

  • la mancanza di consenso da parte di uno dei coniugi o di entrambi al matrimonio, compresa la riserva mentale e la simulazione che si ha quando i coniugi, prima di sposarsi, si sono messi d’accordo per non adempiere agli obblighi e non esercitare i diritti matrimoniali («Mi sposo, ma tanto so già che divorzieremo»). Ad esempio, possiamo pensare allo straniero che si sposa solo per acquisire la cittadinanza del coniuge o all’Italiano stesso che lo fa per ottenere la reversibilità della pensione o per esaudire il desiderio dei genitori di regolarizzare una situazione attraverso il cosiddetto matrimonio riparatore (la classica ragazza rimasta incinta senza volerlo);
  • il fatto che uno dei coniugi si sposi escludendo, però, una delle finalità essenziali del matrimonio religioso: procreazione («mi sposo ma non voglio figli»), la fedeltà («mi sposo ma sono libero di andare a letto con chi mi pare»), l’indissolubilità del vincolo matrimoniale («mi sposo ma sono libero di divorziare in qualsiasi momento»);
  • l’errore sulla persona del coniuge: classico esempio è il matrimonio per procura (che si ha quando, in sostanza, Maria sposa Alberto, pensando sia Raffaele) o sulla qualità (sposo Alberto perché credo che sia un medico, in realtà è solo un laureando in medicina);
  • la violenza fisica o il timore («sposo Giovanni altrimenti mi ammazza»);
  • l’impotenza, da non confondere con la semplice sterilità che non è causa di nullità del matrimonio, tranne nel caso in cui la parte sterile abbia tenuto dolosamente nascosta la sua condizione all’altra parte solo per convincerla a sposarsi, cosa che altrimenti non avrebbe fatto;
  • matrimonio non consumato: significa che marito e moglie non hanno avuto un rapporto sessuale completo;
  • di recente introduzione è il “mammismo”, termine coniato appositamente dalla Sacra Rota per definire il coniuge che non riesce a staccarsi dai genitori.

Alcune di queste cause possono essere facilmente dimostrabili se c’è l’accordo di entrambi i coniugi. Ad esempio se tanto il marito quanto la moglie intendono annullare il matrimonio, sarà più facile dimostrare la riserva mentale dell’uno o il rifiuto di avere figli.

Sposarsi una seconda volta

Sia in caso di divorzio che con la nullità del matrimonio gli ex coniugi possono risposarsi. Ma solo con la sentenza della Sacra Rota lo possono fare di nuovo in chiesa. Altrimenti il rito concordatario è precluso.

L’assegno di mantenimento 

La nullità del matrimonio ha effetto retroattivo: implica cioè la cancellazione di tutti gli effetti del matrimonio. Se quindi è vero che un matrimonio non è mai esistito, non è dovuto neanche il mantenimento. Quindi, è chiaro che chi ha un reddito più elevato riterrà più conveniente chiedere la nullità del matrimonio, mentre chi ha un reddito più basso o è disoccupato perderà in tal caso il contributo mensile. Di solito, l’ex marito ricorre al tribunale ecclesiastico proprio allo scopo di non dover pagare nulla alla moglie. La sentenza di nullità del matrimonio, che per essere valida per lo Stato italiano deve essere delibata (ossia “approvata”, “certificata”, “convalidata”) dalla Corte di Appello competente, può intervenire anche dopo la sentenza di separazione, così cancellando tutti gli effetti in termini di mantenimento, ivi compreso l’obbligo di pagare l’assegno. Può anche intervenire dopo la sentenza di divorzio, ma in tal caso, per avere una concreta utilità, dovrà essere delibata prima che questa diventi definitiva, ossia passi in giudicato. Se infatti scadono i termini per impugnare la sentenza di divorzio, la delibazione della sentenza di nullità non cancella più gli effetti della pronuncia del tribunale ordinario che ha condannato l’ex coniuge al pagamento del mantenimento. L’ex coniuge ha diritto all’assegno se il divorzio passa in giudicato prima della delibazione ecclesiastica di nullità del matrimonio.

Leggi sul punto: Mantenimento: viene revocato con l’annullamento del matrimonio?

Reversibilità, eredità e Tfr

Chi aspira a ottenere la pensione di reversibilità dell’ex coniuge deve rimanere solo separato. Se divorzia non può più ottenerla. Non ne ha neanche diritto con la sentenza di nullità.

Stesso discorso per i diritti ereditari che permangono finché la coppia non divorzia (quindi, se uno dei due coniugi muore dopo la separazione, l’altro gli succede). Anche in questo caso, però, la nullità del matrimonio esclude ogni diritto successorio.

Il Tfr dell’ex coniuge spetta solo dopo il divorzio e non dopo la separazione, né in caso di sentenza di nullità.

Ne abbiamo parlato più approfonditamente in Conviene divorziare o restare separati?

Tempi e costi del processo

Altro punto a favore della sentenza di nullità è costituito dai tempi e oggi, dopo la riforma di Papa Francesco, anche dai costi. Tutto è molto celere e più economico rispetto al tribunale ordinario.

note

[1] Cass. ord. n. 1882/19 del 23.01.2019.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 13 dicembre 2018 – 23 gennaio 2019, n. 1882

Presidente Giancola – Relatore Sambito

Fatti di causa

Con sentenza non definitiva n. 254 del 2007, il Tribunale di Asti pronunciava la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra G.F. e Gr.Ma.Lu. rimettendo la causa in istruttoria per la soluzione delle questioni patrimoniali ad essa collegate. L’appello del marito, con cui tra l’altro si lamentava la mancata sospensione del processo in pendenza di quello ecclesiastico relativo alla dichiarazione di nullità del matrimonio, veniva rigettato dalla Corte di Torino ed il successivo ricorso per cassazione veniva, del pari, rigettato da questa Corte, con sentenza n. 24990 del 10.12.2010.

Nelle more, con sentenza del 5.3.2010, il Tribunale, all’esito dei disposti accertamenti tramite la GdiF, riconosceva, per quanto ancora d’interesse, il diritto della Gr. all’assegno divorzile e lo determinava in Euro 1.000,00, decisione che veniva confermata, con sentenza dell’11.6.2014, dalla Corte d’Appello di Torino, secondo cui: a) la delibazione, intervenuta nel corso del giudizio d’appello in data 14.2.2011, della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario non valeva ad escludere il diritto all’assegno, essendo in precedenza passata in giudicato la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio, con conseguente validità per lo Stato Italiano del vincolo coniugale; b) l’ammontare dell’assegno determinato dai primi giudici era congruo, in relazione ai redditi dell’obbligato, alla durata del matrimonio ed al presunto tenore di vita condotto dalla coppia, né era determinante la pregressa attività lavorativa che la moglie, onerata delle cure del figlio autistico, aveva svolto nella Società riferibile alla famiglia del marito.

Avverso detta sentenza, ha proposto ricorso G.F. sulla base di due motivi, ai quali la Gr. ha resistito con controricorso, con cui ha riproposto, in subordine, la domanda volta al riconoscimento di alimenti e risarcimento ex art. 129 bis c.c., alla quale il G. resistito con controricorso.

In esito all’adunanza del 17.1.2018, la causa è stata rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione delle Sezioni Unite su natura e presupposti dell’assegno divorzile. La controricorrente ha depositato memoria ed il PG conclusioni scritte.

Ragioni della decisione

1. Col primo motivo, si deduce, in riferimento alla statuizione sub a) di parte narrativa, la violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c., art. 2909 c.c.; art. 8, comma 2, dell’Accordo del 18 febbraio 1984 e reso esecutivo con L. n. 121 del 1985, circa la relazione tra gli effetti della sentenza passata in giudicato, che abbia delibato quella ecclesiastica di nullità del matrimonio religioso, con quelli della sentenza non definitiva passata in giudicato che abbia pronunciato solo sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, senza nulla statuire in ordine alle relative conseguenze economiche.

2. Il motivo è infondato. La conclusione cui sono pervenuti i giudici a quibus circa il rapporto tra la sentenza di nullità del matrimonio e quella di divorzio, è, infatti, coerente con la condivisibile giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 21331 del 2013, ed in precedenza n. 4202 del 2001; n. 4795 del 2005; n. 3186 del 2008; n. 12989 del 2012, vedi pure n. 11553 del 2018), che non si è limitata ad affermare il principio – invocato dal G. per escluderne la ricorrenza nel caso in esame – secondo cui il giudicato sulla spettanza di un assegno di divorzio resta intangibile, in ipotesi di successiva delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, ma ha, a monte, rilevato che non sussiste un rapporto di primazia della pronuncia di nullità, secondo il diritto canonico, del matrimonio concordatario sulla pronuncia di cessazione degli effetti civili dello stesso matrimonio, trattandosi di procedimenti autonomi, aventi finalità e presupposti diversi, e, soprattutto, ha aggiunto che, nel diritto italiano, il titolo giuridico dell’obbligo del mantenimento dell’ex coniuge si fonda sull’accertamento dell’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi stessi che è conseguente allo scioglimento del vincolo matrimoniale civile o alla dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, e non è costituito dalla validità del matrimonio, oggetto della sentenza ecclesiastica, tenuto conto che la declaratoria di nullità ex tunc del vincolo matrimoniale non fa cessare alcuno status di divorziato, che è uno status inesistente, determinando, piuttosto, la pronuncia di divorzio la riacquisizione dello stato libero.

3. Così convenendo, la questione della spettanza e della liquidazione dell’assegno divorzile non è preclusa quando l’accertamento inerente all’impossibilità della prosecuzione della comunione spirituale e morale fra i coniugi – che, come si è detto, costituisce il titolo giuridico dell’obbligo qui in discussione – sia passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del medesimo matrimonio, come si verifica nell’ipotesi in cui nell’ambito di un unico giudizio la statuizione relativa allo stato sia stata emessa disgiuntamente da quelle inerenti ai risvolti economici. E, nella specie, tanto è accaduto: per effetto della sentenza di questa Corte n. 24990 del 10.12.2010 l’accertamento inerente all’impossibilità della continuazione della comunione spirituale e morale fra i coniugi è passato in giudicato prima della delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del 14.2.2011, sicché la valutazione di spettanza e quantificazione dell’assegno divorzile è ben ammissibile, non potendo in contrario dedursi che in caso di delibazione della sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio concordatario le conseguenze economiche siano disciplinate dagli artt. 129 e 129 bis c.c., in tema di matrimonio putativo, dettando tali articoli una normativa che, nel caso di passaggio in giudicato della sentenza di divorzio prima della delibazione della sentenza ecclesiastica, va, appunto, coordinata con i principi che regolano il giudicato, in applicazione dei principi già enunciati dalla giurisprudenza sopra citata al § 2.

4. Col secondo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.; L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6; ed omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione al reddito da lavoro subordinato da lui percepito.

5. Il motivo va rigettato per le seguenti considerazioni.

Val bene, al riguardo, rilevare che la giurisprudenza inaugurata con la sentenza delle SU di questa Corte n.11490 del 1990, ha affermato il carattere esclusivamente assistenziale dell’assegno divorzile il cui presupposto è stato individuato nell’inadeguatezza dei mezzi a disposizione del coniuge istante a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, e da liquidarsi in base alla valutazione ponderata dei criteri enunciati dalla legge (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio. Tale orientamento, rimasto fermo per un trentennio, è stato modificato con la sentenza n. 11504 del 2017, che, muovendo anch’essa dalla premessa sistematica relativa alla distinzione tra criterio attributivo e determinativo, ha affermato che il parametro dell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante deve essere valutato al lume del principio dell’autoresponsabilità economica di ciascun coniuge ormai “persona singola”, ed, all’esito dell’accertamento della condizione di non autosufficienza economica, da determinare in base ai criteri indicati nella prima parte della norma.

Con la recente sentenza n. 18287 del 2018 le Sezioni Unite di questa Corte sono nuovamente intervenute, e nell’ambito di una riconsiderazione dell’intera materia, hanno ritenuto che l’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi o all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive del coniuge richiedente sia da riconnettere alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli durante lo svolgimento della vita matrimoniale e da ricondurre a determinazioni comuni, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età di detta parte, affermando i seguenti principi di diritto, così riportati nelle massime ufficiali:

a) all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate;

b) la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi;

c) il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto.

6. La Corte del merito si è in concreto attenuta a tali nuovi criteri, laddove ha considerato la sussistenza sia del presupposto assistenziale (mancanza di attività lavorativa) che del criterio perequativo, essendo stato valutato l’apporto della moglie al menage familiare specie riconnesso alla cura del figlio autistico delle parti, di talché il riferimento al (presunto) tenore di vita goduto in costanza di convivenza si risolve in un formale rispetto del pregresso consolidato orientamento in materia, che non ha, in concreto, avuto valenza decisiva sulla determinazione del quantum. Non può sottacersi, peraltro, che la censura è volta, nella sua sostanza, alla richiesta di una rivisitazione del reddito percepito dallo stesso ricorrente, come dalle prodotte dichiarazioni fiscali, ed all’incidenza dell’onere di mantenimento di un altro figlio, il che attiene al giudizio di fatto ed è inammissibile in questa sede di legittimità.

7. Il ricorso va pertanto rigettato, restando assorbito il ricorso incidentale condizionato. Data la novità delle questioni affrontate, le spese vanno interamente compensate tra le parti.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale, e compensa le spese del presente giudizio di legittimità, Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento del doppio del contributo unificato. In caso di diffusione del provvedimento dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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