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Il processo del lavoro

12 Febbraio 2019
Il processo del lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Febbraio 2019



Le controversie in materia di lavoro devono essere introdotte di fronte al giudice seguendo uno specifico tipo di processo detto processo del lavoro.

Si parla molto spesso, in Italia, dei guai della giustizia civile, della sua eccessiva lentezza e dell’insufficiente dotazione di personale degli uffici giudiziari. Nell’ambito del processo civile, però, ci sono delle tipologie particolari di processo che devono essere seguite per introdurre in fronte al giudice delle specifiche tipologie di controversie. Una di queste tipologie di processo è il processo del lavoro, con il quale i giudici trattano le controversie in materia di lavoro e previdenza sociale. Il processo del lavoro, come vedremo nel presente articolo, ha delle caratteristiche che lo rendono particolarmente veloce e, proprio per questo, molti ritengono che bisognerebbe estendere questa tipologia di processo a tutte le controversie civili per ottenere il risultato della velocizzazione della giustizia.

Processo del lavoro: ambito di applicazione

Il processo del lavoro è la particolare tipologia di procedimento giudiziario che deve essere seguito per introdurre una controversia di lavoro o di previdenza di fronte al giudice.

La legge [1] stabilisce che tale tipologia di processo si applica nelle controversie relative a:

  • rapporti di lavoro subordinato privato, anche se non inerenti all’esercizio di una impresa;
  • rapporti di mezzadria, di colonia parziaria, di compartecipazione agraria, di affitto a coltivatore diretto, nonché rapporti derivanti da altri contratti agrari, salva la competenza delle sezioni specializzate agrarie;
  • rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale ed altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato;
  • rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici che svolgono esclusivamente o prevalentemente attività economica;
  • rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici ed altri rapporti di lavoro pubblico, sempre che non siano devoluti dalla legge ad altro giudice.

Quando la controversia è relativa ad uno dei rapporti appena menzionati occorre dunque seguire le regole del processo del lavoro.

Il tentativo facoltativo di conciliazione

La legge [2] prevede che chi vuole introdurre di fronte al giudice una controversia regolata dal processo del lavoro può, prima di avviare la causa, cercare la conciliazione della controversia con il cosiddetto tentativo di conciliazione. Si tratta di una possibilità offerta alle parti che, al contrario di quanto avveniva in passato, non è obbligatoria.

Il tentativo di conciliazione deve essere svolto di fronte alla commissione di conciliazione istituita presso l’Ispettorato territoriale del lavoro competente per territorio.

Come attivare il tentativo di conciliazione? Facciamo un esempio. Tizio, licenziato dalla società Alfa, vuole impugnare il licenziamento e fare causa. Prima, però, vuole tentare una conciliazione.

Per fare questo dovrà consegnare a mani o con raccomandata una richiesta all’Ispettorato territoriale del lavoro con cui chiede di attivare la commissione di conciliazione.

La richiesta deve essere consegnata o spedita con raccomandata con ricevuta di ritorno a cura della stessa parte istante anche alla controparte.

La richiesta deve precisare:

  • nome, cognome e residenza dell’istante e del convenuto;
  • il luogo dove è sorto il rapporto ovvero dove si trova l’azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto;
  • il luogo dove l’istante vuole ricevere le comunicazioni inerenti alla procedura;
  • l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa.

A questo punto l’azienda, che riceve l’istanza di Tizio, può accettare la procedura di conciliazione, depositando presso la commissione di conciliazione, entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale. Oppure può non fare nulla: in tal caso è chiaro che l’azienda non accetta la conciliazione e Tizio potrà procedere con la causa.

La commissione di conciliazione è composta da un presidente, che è un funzionario dell’Ispettorato territoriale del lavoro, da un rappresentante dei datori di lavoro e da un rappresentante dei lavoratori.

Se il tentativo riesce la controversia si chiude prima ancora di far partire la causa.

A quale giudice rivolgersi?

Se il tentativo di conciliazione non riesce o se non è stato attivato, la parte che vuole agire in giudizio deve iniziare la causa vera e propria. Come si individua il giudice competente?

La legge [3] prevede che le controversie che seguono il processo del lavoro sono in primo grado di competenza del tribunale in funzione di giudice del lavoro. Si tratta di una particolare sezione del tribunale civile che si occupa di lavoro. Per quanto concerne la competenza per territorio ci sono tre possibilità.

Il ricorso può essere depositato:

  • presso il giudice nella cui circoscrizione è sorto il rapporto (ossia nel luogo di firma del contratto di lavoro);
  • oppure presso il giudice nella cui circoscrizione si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto.

Per quanto concerne i rapporti di agenzia, rappresentanza o alle collaborazioni coordinate e continuative, competente per territorio è il giudice nella cui circoscrizione si trova il domicilio dell’agente, del rappresentante di commercio ovvero del titolare degli altri rapporti di collaborazione.

Per quanto concerne le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, competente per territorio è il giudice nella cui circoscrizione ha sede l’ufficio al quale il dipendente è addetto o era addetto al momento della cessazione del rapporto.

Nei contratti commerciali le parti possono prevedere clausole specifiche che regolano la competenza per territorio, mentre nel caso di controversie regolate dal processo del lavoro sono nulle le clausole derogative della competenza per territorio.

Come proporre la causa

Nel processo del lavoro la parte che fa causa deve depositare un ricorso nella cancelleria del giudice che deve essere individuato seguendo le regole appena viste.

Il ricorso deve contenere:

  • l’indicazione del giudice;
  • il nome, il cognome, nonché la residenza o il domicilio eletto dal ricorrente nel comune in cui ha sede il giudice adito;
  • il nome, il cognome e la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto;
  • se il ricorrente o il convenuto è una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato, il ricorso deve indicare la denominazione o ditta nonché la sede del ricorrente o del convenuto;
  • la determinazione dell’oggetto della domanda;
  • l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto sui quali si fonda la domanda con le relative conclusioni;
  • l’indicazione specifica dei mezzi di prova di cui il ricorrente intende avvalersi e in particolare dei documenti che si offrono in comunicazione e delle prove testimoniali che si chiede al giudice di ammettere.

Il giudice, entro cinque giorni dal deposito del ricorso, fissa, con decreto, l’udienza di discussione, alla quale le parti sono tenute a comparire personalmente.

Il ricorrente, cioè colui che ha avviato la causa depositando il ricorso, deve quindi notificare il ricorso ed il decreto di fissazione di udienza emesso dal giudice alla controparte nei termini di legge.

Il convenuto avrà tempo fino a 10 giorni prima dell’udienza per depositare una memoria nella quale replicare a quanto scritto dal ricorrente nel ricorso e proporre la propria versione dei fatti.

Nella memoria, oltre a prendere posizione sui fatti e sugli elementi di diritto presenti nel ricorso, deve indicare i mezzi di prova di cui vuole avvalersi.

Il processo del lavoro è un processo molto concentrato e rapido. Le carte vanno giocate tutte nei due atti introduttivi: ricorso e memoria del convenuto. Gli atti saranno dunque solitamente lunghi e completi perché le parti non hanno la possibilità di integrare la propria posizione in atti successivi. Nel prosieguo del processo le parti si esprimeranno solo oralmente ed è dunque importante che gli atti iniziali siano completi.

La prima udienza e le successive

Alla data indicata nel decreto di fissazione di udienza si svolge quindi la prima udienza di comparizione delle parti. Le parti, in questa udienza, devono essere presenti personalmente.

Il giudice per prima cosa tenta la conciliazione della controversia. Le modalità di svolgimento del tentativo di conciliazione dipendono molto dal singolo giudice.

Alcuni giudici si limitano a chiedere alle parti se ci sono margini per trattare. Altri, invece, si fanno parte attiva della possibile controversia fino ad ipotizzare le condizioni alle quali potrebbe essere siglato un accordo congruo.

Se il tentativo di conciliazione fallisce, il giudice solitamente rinvia ad una successiva udienza per ammettere i mezzi istruttori, ossia, le prove che le parti chiedono che vengano introdotte nel processo.

Il giudice deciderà dunque quali testi ascoltare e su quali capitoli di prova formulati dalle parti. Inizierà dunque la fase istruttoria che può durare una sola o più udienza: dipende da quanti testimoni devono essere ascoltati e da quanto sono lunghe e complesse le prove testimoniali richieste.

Finita tale fase il giudice invita le parti alla discussione.

Nella discussione ciascuna parte cercherà di utilizzare quanto è uscito fuori con le prove testimoniali per dimostrare che la propria richiesta è fondata e deve essere accolta.

Dopo la discussione il giudice può leggere il dispositivo già in udienza ma nella maggior parte dei casi trattiene la causa in decisione.

Ciò significa che dopo qualche giorno emetterà il dispositivo con cui accoglie o respinge il ricorso pronunciandosi anche sulle spese legali.

I tratti salienti

La struttura del processo del lavoro è stata pensata per offrire una particolare tutela alla parte debole del rapporto, ossia, al lavoratore.

Proprio per questo, a differenza del processo civile, il processo del lavoro si caratterizza per:

  • concentrazione degli atti: tutte le carte da giocare vanno usate nei due atti introduttivi, ricorso e memoria del convenuto;
  • speditezza: il processo del lavoro è mediamente molto più veloce del processo civile. Ciò per fornire una tutela rapida ad un bene che la legge tutela con particolare forza, ossia, il lavoro;
  • ricerca della verità e poteri del giudice: sotto certi profili è come se il processo del lavoro fosse un processo civile con alcuni caratteri del processo penale. Infatti, così come avviene nel processo penale, il giudice del lavoro ha poteri istruttori molto ampi: può interrogare le parti, citare testimoni che reputa rilevanti, ordinare l’esibizione di documenti, etc. Il tutto perché al di là delle richieste delle parti, il giudice deve cercare di far emergere la verità visto che in ballo c’è un bene di rilevanza costituzionale come il lavoro.

Gli altri gradi di giudizio

La sentenza emessa in primo grado dal tribunale del lavoro può essere impugnata alla Corte d’appello, sezione lavoro, competente per territorio.

Si svolgerà un secondo grado di giudizio con caratteristiche molto simili al primo grado.

Le parti avranno tuttavia una ridotta possibilità di chiedere prove. Il principio è che le parti non possono chiedere di ammettere prove che potevano essere richieste già nel primo grado di giudizio.

Contro la sentenza della Corte d’appello potrà essere promosso ricorso in Cassazione.

Per calcolare il termine entro il quale è possibile impugnare una sentenza di primo grado in appello oppure una sentenza di appello in Cassazione occorre distinguere due ipotesi diverse.

Se la sentenza non viene notificata dall’altra parte, allora il termine è di sei mesi e decorre dalla data di pubblicazione della sentenza.

Se, al contrario, la controparte notifica la sentenza scatta il termine breve di impugnazione pari a 30 giorni per l’appello e 60 giorni per il ricorso in Cassazione.

note

[1] Art. 409 cod. proc. civ.

[2] Art. 410 cod. proc. civ.

[3] Art. 413 cod. proc. civ.


8 Commenti

  1. Come posso fare causa al mio datore di lavoro? Sono mesi che non mi paga e sinceramente ho bisogno del mio stipendio per tirare avanti. I risparmi ad un certo punto sono insufficienti.grazie

    1. Ciao Tiziana. Se decidi di fare causa al datore di lavoro perché questi non ti ha versato uno o più stipendi, raramente finirai subito in tribunale. La normativa prevede un primo passaggio davanti alla Direzione territoriale del lavoro (la Dtl) dove ci sarà un tentativo di conciliazione. Un passaggio, tuttavia, facoltativo, che non costa nulla se non l’onorario di un eventuale avvocato. Anche se ci si può presentare accompagnati da un rappresentante sindacale senza bisogno di un legale. Al tavolo ci sarà anche una rappresentazione dell’azienda e un presidente che promuoverà un accordo. Se l’intesa viene raggiunta, ha lo stesso valore legale di una sentenza, quindi il verbale diventa esecutivo e le parti sono tenute a rispettare i termini dell’accordo. Significa che se il datore di lavoro non tiene fede a questo impegno può essere sottoposto a pignoramento, nel caso in cui l’intesa preveda un risarcimento oppure il pagamento di arretrati.

  2. Come posso impugnare un contratto a termine? Quali sono i tempi da rispettare per intervenire e fare causa? vi ringrazio la legge per tutti

    1. L’impugnazione con diffida scritta va fatta entro 120 giorni dalla cessazione del contratto. Entro il successivo termine di 180 giorni si deve depositare il ricorso giudiziale o si deve comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Se la controparte rifiuta la conciliazione o l’arbitrato oppure non si raggiunge l’accordo, il ricorso giudiziale si deve proporre entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

  3. Grazie mille per le precisazioni. allora mi dite in quali casi si finisce in tribunale per il mancato stipendio?

    1. Il ricorso in tribunale è presentato dal tuo avvocato. Una causa a cui si arriva quando il tentativo di conciliazione è fallito, quando l’azienda non ha risposto alla diffida inviata dal tuo legale e quando ha pure disatteso un eventuale decreto ingiuntivo, cioè la richiesta – con prova scritta dell’inadempienza del datore – di pagamento degli stipendi non versati in toto o in parte. L’azienda ha 40 giorni di tempo per presentare opposizione al decreto ingiuntivo. Se lo fa, parte la causa. Se, invece, accoglie la richiesta del tuo avvocato, tutto finisce prima di arrivare davanti al giudice.

  4. Buongiorno. vi spiego la mia situazione. Il mio datore di lavoro mi ha licenziato ingiustamente, ho fatto causa e dopo il processo il giudice con una sentenza ha stabilito la reintegra sul posto di lavoro. Ora, il datore di lavoro ancora non si è fatto sentire… Come posso tutelarmi? a questo punto come viene sanzionato il datore di lavoro? ho diritto a lavorare e a guadagnare il mio stipendio e non capisco perché il mio datore di lavoro si stia comportando in questo modo e non stia rispettando la decisione del giudice… aiutatemi grazie mille

    1. Buongiorno a te Anna Paola. L’azienda che decide di non dare esecuzione alla sentenza con cui il giudice la condanna alla reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro rischia di dover pagare ulteriori danni al lavoratore. Innanzitutto, come abbiamo detto, oltre ad ordinarle la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro, il giudice condanna l’azienda a pagare al lavoratore tutti gli importi che avrebbe ricevuto se non fosse stato mai licenziato. La mancata reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro fa dunque lievitare questa somma: finché non lo reintegra l’azienda deve retribuire il dipendente come se fosse stato riammesso in servizio. Inoltre, tenere un dipendente a casa, nonostante in base alla sentenza dovrebbe tornare a lavorare, può esporre l’azienda ad altri ed ulteriori danni e, in particolare, al danno da demansionamento.

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