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Alimentazione selettiva: cos’è e come intervenire

18 Febbraio 2019 | Autore: Francesca Canino


Alimentazione selettiva: cos’è e come intervenire

> Salute e benessere Pubblicato il 18 Febbraio 2019



Selezionare i cibi e nutrirsi di una ristretta gamma di alimenti è un disturbo del comportamento alimentare che colpisce bambini e adulti.

Siete tra quelle persone che rinunciano a partecipare a feste, cene, pranzi o ad altri inviti che richiedono un appuntamento con la tavola imbandita perché vi nutrite di pochi alimenti? Vostro figlio mangia solo cibi di un determinato colore o di una determinata consistenza? Se la vostra risposta è “Sì”, allora potreste essere di fronte a un problema che viene definito “Alimentazione selettiva”. L’espressione indica un comportamento diffuso nei bambini e negli adulti che rifiutano di mangiare una vasta gamma di cibi – e di assaggiarne dei nuovi – limitando la loro alimentazione a cinque/sette vivande. I più piccoli preferiscono solitamente le patate fritte, i biscotti o i panini e se i genitori provano ad ampliare la varietà delle pietanze, il bambino si oppone, agitandosi e mostrando una reazione di disgusto, fino ad arrivare ai conati di vomito. Il problema investe anche gli adolescenti e gli adulti, che hanno paura di soffocare o di fare indigestione se ingeriscono alimenti diversi dai pochi di cui si nutrono. Le conseguenze, in questi casi, si ripercuotono sulla vita sociale del soggetto. Per saperne di più sull’alimentazione selettiva: cos’è e come intervenire, continua a leggere l’articolo, ti forniremo alcune informazioni utili per modificare i tuoi atteggiamenti nei riguardi del cibo.

Cosa si intende per alimentazione selettiva?

Definita con l’acronimo inglese Arfid (Avoidant Restrictive Food Intake Disorder, cioè Disturbo evitante-restrittivo nell’assunzione di cibo), l’alimentazione selettiva è una nuova forma di disturbo del comportamento che consiste nel limitare i cibi di cui nutrirsi, rifiutando una grande varietà di alimenti, specialmente se sconosciuti. Colpisce i bambini in tenera età – dai 2-3 anni fino all’adolescenza – in particolare di sesso maschile.

I piccoli mangiano solo pochi cibi, scelti in genere secondo il colore, l’odore o la consistenza e di conseguenza sono soggetti a perdita di peso, a insorgenza di carenze nutrizionali e a una restrizione della vita sociale. Il bambino, così come l’adolescente o l’adulto colpito da Arfid, evita di frequentare gli amici, perché sa bene che avrà delle difficoltà con gli alimenti proposti. È bene non confondere l’alimentazione selettiva con l’anoressia: la prima non presenta mai l’ossessione per il peso corporeo, non insegue la magrezza a tutti i costi e quindi la perdita volontaria di peso.

Come si manifesta

L’alimentazione è un aspetto basilare dello sviluppo infantile e viene considerata come un percorso evolutivo per l’affermazione della propria autonomia. Il bambino passa dall’allattamento materno all’alimentazione autonoma attraverso il periodo dello svezzamento, acquisendo abilità di autoregolazione e interazione sociale. È in questo periodo che sorgono le prime forme, a volte transitorie, di difficoltà ad accettare molti alimenti.

Il piccolo impara pian piano a scoprire nuovi sapori, nuove consistenze, ad allontanarsi dal seno materno o dal biberon per approdare a cibi nuovi. Spesso li respinge, ma non per capriccio, è una fase della crescita: il bimbo comincia a costruire la sua identità, prende consapevolezza di sé e impone la sua presenza anche attraverso il rifiuto a mangiare alcuni alimenti.

Verso i 18/20 mesi di vita, compare la fase detta ‘neofobia’, durante la quale i cibi che il piccolo non riconosce perché nuovi o quelli che non considera sicuri vengono allontanati con disgusto. La paura per gli alimenti non familiari protegge i piccoli dall’assunzione di cibi tossici. Questa fase perdura di solito fino al terzo anno di età, quando i bambini, per gradi, cominciano ad avere una visione più integrata di ciò che occorre per nutrirsi. A volte il disturbo si protrae fino all’età adolescenziale o adulta e non deve essere trascurato perché potrebbe essere il segnale di un malessere psichico.

Quali sono le cause dell’alimentazione selettiva?

Fattori genetici, familiari, ambientali possono essere la causa dell’insorgenza dell’Arfid. Uno dei fattori genetici alla base del disturbo è l’ipersensibilità sensoriale, che si manifesta quando il bambino prova fastidio per alcuni odori e sapori al punto da rifiutarli. Tra i fattori familiari occorre ricordare, in particolare, le forti insistenze a mangiare e il controllo e il conflitto genitoriale.

Nei fattori ambientali o sociali intervengono le abitudini alimentari scorrette apprese nel gruppo e nel contesto in cui si vive. In alcuni casi, l’alimentazione selettiva deriva da un’esperienza traumatica, come l’essersi imbattuto in qualcuno nella stessa condizione o aver rischiato di soffocare per un boccone di cibo. Ciò può creare una fobia per gli alimenti, non facilmente superabile.

A volte, invece, i comportamenti selettivi sono l’espressione di una causa organica, come le intolleranze alimentari, la celiachia, il reflusso gastroesofageo o un disturbo del neurosviluppo. Altre volte esprime una difficoltà emotiva o relazionale, specialmente se il bambino vive in una famiglia in cui ci sono forti tensioni, è timido o presenta un disturbo di apprendimento come la dislessia.

L’alimentazione selettiva, inoltre, potrebbe essere l’espressione di una probabile disarmonia della sfera affettiva del bambino, di un malessere determinato da una difficoltà evolutiva. Sono dei messaggi che non devono essere sottovalutati ed è importante che i genitori osservino il figlio per comprendere se il comportamento è transitorio, legato a un momento particolare come la nascita di un fratellino, l’ingresso all’asilo o a scuola, o se è, invece, un disturbo di lunga data per il quale occorre prendere i dovuti provvedimenti.

Come si interviene?

L’alimentazione selettiva preoccupa i genitori e genera in loro ansia e inquietudine, poiché il momento della preparazione e del consumo dei pasti spesso diventa una circostanza intrisa di emozionalità negativa, avvertita dal bambino, che può manifestare nervosismo e disinteresse per il cibo.

I pasti rappresentano da sempre l’occasione per stare insieme alla famiglia, agli amici o ai colleghi di lavoro, sono, pertanto, dei momenti di forte socialità. È fondamentale evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Sono sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (se non mangi viene il lupo) o minacciosi (se non mangi non vedrai i cartoni animati), così come non si deve ricattare affettivamente il piccolo (mangia altrimenti la mamma piange). Il comportamento alimentare del bambino non deve essere ‘educato’ o ‘omologato’, ma compreso.

Esclusa l’esistenza di cause organiche, è necessario capire se il comportamento è determinato da cause psicologiche. L’alimentazione selettiva, infatti, potrebbe nascondere una difficoltà evolutiva del bambino o una sofferenza che non riesce a comunicare se non attraverso questo modo di agire.

Per comprendere a fondo il messaggio del bambino e per capire se si è in presenza di una psicopatologia del comportamento alimentare, è necessaria una consulenza psicologica. Quando, invece, il disturbo esula sia da cause organiche che psicologiche, allora occorre rieducare i bimbi che selezionano il cibo, proponendo, ad esempio, di fare la spesa al supermercato, lasciando scegliere al piccolo una parte dei cibi da acquistare o apparecchiare la tavola con fantasia. Anche cucinare insieme può rivelarsi un’attività utile, infatti, se lo scopo non è esclusivamente quello di far mangiare i cibi preparati, i figli riescono a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti. Questa è un’attività che soddisfa le esigenze affettive, le curiosità del bambino, il desiderio di sentirsi grandi, l’imitazione dei genitori e anche l’appetito.

È importante, però, evitare di usare il cibo come strumento di potere e offrire un buon modello educativo con proposte di alimenti diversificate, invitando il bambino ad assaggiare piatti nuovi per poi avere un suo giudizio.

I pasti devono essere considerati come il momento del dialogo in famiglia, quindi è consigliabile spegnere la televisione e i cellulari per dedicarsi in toto al bambino e parlare del cibo nella giusta maniera. Da ricordare che i bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione, inutile, dunque, insistere se dicono di non voler altro da mangiare.

Spesso i genitori hanno un’idea sbagliata del fabbisogno nutrizionale del proprio figlio e temono che possa non mangiare abbastanza, che possa andare incontro a problemi di salute se non assume giornalmente una variegata gamma di alimenti, comprensivi di proteine, carboidrati, fibre, vitamine e sali minerali.

Talora interviene, specialmente nelle mamme, un profondo senso di colpa, quando si insinua in loro il dubbio che il proprio modo di cucinare lasci molto a desiderare. Sono pronte a fare corsi di cucina, a chiedere consigli alle amiche e finanche alle suocere purché il proprio piccolo mandi giù cibo di diverso genere.

I risultati di alcuni studi

Uno studio condotto su oltre 2.000 bambini americani ha individuato il profilo comportamentale dei bambini con alimentazione selettiva. I risultati hanno mostrato che essi consumano meno quantità di alimenti come vegetali, carne, pesce e si nutrono di alimenti come i prodotti derivati dal grano, latticini come lo yogurt e frutta, come tutti gli altri bambini. Un dato interessante è emerso dallo studio in questione: i piccoli con alimentazione selettiva consumano più prodotti confezionati come biscotti, snack o patatine rispetto agli altri.

I ricercatori hanno ipotizzato che le madri di questi bimbi siano propense a usare atteggiamenti più permissivi e consentano ai figli di mangiare cibi poco sani per compensare l’apporto ridotto di altri alimenti.

Un’altra ricerca sull’alimentazione selettiva ha rivelato che i bambini richiedono quasi 15 esposizioni a un cibo prima che si decidano di assaggiarlo e un’altra decina di esposizioni per sviluppare una preferenza, mentre i genitori, di solito, evitano di offrire un cibo rifiutato dopo 5 tentativi: troppo presto perché un bambino si abitui.

L’alimentazione dei più piccoli è un tema di cui si è occupata anche la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, mentre i diritti dei bambini all’alimentazione sono tutelati, seppur in maniera indiretta, dalla Costituzione italiana [1].


Di Francesca Canino

note

[1] Artt. 3, 36 e 41 Cost.


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