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Assentarsi per pochi minuti dal posto di lavoro: rischi

25 Gennaio 2019
Assentarsi per pochi minuti dal posto di lavoro: rischi

Abbandono del posto di lavoro ingiustificato: l’allontanamento anche per pochi minuti, non certificato dal cartellino marcatempo (badge) può far scattare la truffa.

Ogni giorno, non appena prendi servizio al lavoro, noti alcuni dei tuoi colleghi che, subito dopo aver timbrato il cartellino, si allontanano per pochi minuti: chi per bere un caffè alla macchinetta automatica, chi per comprare le sigarette, chi solo per accompagnarli e scambiare quattro chiacchiere. Quest’uso ha portato gli uffici ad aprire, di fatto, con un leggero ritardo. Nessuno se n’è mai accorto, anche in ragione dell’esiguo lasso di tempo sottratto alle mansioni quotidiane, considerato in genere tollerabile e del tutto naturale in tutte le aziende pubbliche e private. I “responsabili” sostengono che sia normale preoccuparsi subito del badge, per evitare di risultare in ritardo, e poi concedersi cinque minuti per prendere fiato dal traffico e dallo stress dell’orologio prima di iniziare a lavorare in modo serrato. Ti chiedi però quali conseguenze possa avere un comportamento del genere qualora dovesse essere segnalato dall’utenza e se i superiori potrebbero intervenire per prendere provvedimenti. Insomma quali sono i rischi nell’assentarsi per pochi minuti dal posto di lavoro?

La questione è stata presa in esame da una recente sentenza della Cassazione [1]. In realtà, il principio elaborato dalla Suprema Corte, per quanto rigoroso possa apparire, non è nuovo. È vero: i cosiddetti “furbetti del cartellino” ci sono sempre stati; ed è anche vero che una recente riforma legislativa ne prevede l’immediato licenziamento. Tuttavia, nelle pieghe della pronuncia sembra intravedersi una scappatoia dalle conseguenze legali più pesanti. Ecco allora qual è stato il responso della Cassazione.

Un’ultima precisazione: il caso di specie si riferisce a un dipendente pubblico. Negli uffici dell’amministrazione, la gravità della condotta è particolarmente elevata. Difatti l’assenza ingiustificata si risolve in un danno non solo per l’azienda pubblica ma anche per il pubblico e per la generalità dei cittadini cui l’attività si rivolge. Ecco perché, al normale illecito disciplinare – previsto per le aziende private – in questo caso si accompagna anche l’ombra del reato e di un procedimento penale.

L’allontanamento dalla scrivania per poco tempo è un abbandono ingiustificato del posto di lavoro?

Secondo la Cassazione tutte le volte in cui un pubblico dipendente si allontana dal posto, senza però attestare la propria assenza tramite il badge o qualsiasi altro sistema di rilevazione delle presenze, commette reato di truffa aggravata. E ciò vale anche se l’assenza si protrae solo per pochissimo tempo e, quindi, se il danno causato all’ente è minimo da un punto di vista economico. Difatti, oltre all’irrisoria incidenza sulla busta paga che possono avere cinque minuti sottratti alle mansioni quotidiane, bisogna comunque considerare il pregiudizio causato all’organizzazione dell’amministrazione. Nel caso di specie l’imputato aveva ottenuto un vantaggio di poco più di 50 euro in termini retributivi per via delle assenze quotidiane di pochi minuti, traducendosi ciò in un danno poco apprezzabile per la pubblica amministrazione. 

In buona sostanza, sostiene la Corte, in caso di assenze lampo, tuttavia ripetute, non bisogna guardare solo, dal punto di vista quantitativo, al danno patrimoniale causato all’ente ma anche all’incidenza che tale condotta può avere sull’efficienza dell’ufficio pubblico, sulla sua immagine e sul rapporto con l’utenza. È intollerabile una modifica arbitraria, da parte del lavoratore, delle modalità di erogazione dei servizi. Non è il dipendente che può decidere da sé se esiste una pratica che consenta il cosiddetto “quarto d’ora accademico”. 

Il pubblico dipendente non può decidere quando iniziare a lavorare

Con una pronuncia calata fino in fondo nelle tristi abitudini italiane, la Suprema Corte bacchetta tutti quei lavoratori della P.A. le cui personali iniziative mettono a repentaglio i servizi pubblici, mutando a proprio piacimento i prestabiliti orari di presenza in ufficio e fornendo una prestazione diversa da quella dovuta per legge. Siamo in Italia, ma non per questo non bisogna essere “tedeschi” nel rispetto dei tempi. Per cui, se il contratto di lavoro stabilisce che lo sportello si apre alle 8:30, non ci sono ragioni per aprirlo alle 8:35. Il che non vale solo per chi ha a che fare con il pubblico, ma anche per i funzionari sottratti a tale onere, che hanno una propria scrivania e una funzione amministrativa.

Il principio dunque che si ricava dalla sentenza in commento è il seguente: la falsa attestazione del pubblico dipendente relativa alla sua presenza in ufficio, riportata sui cartellini marcatempo o fogli di presenza, integra il reato di truffa aggravata qualora il soggetto si allontani anche per pochi minuti senza far risultare, mediante timbratura del cartellino, i periodi di assenza. 

Come ridurre la condanna per truffa

La Corte sostiene però che, per la punibilità, il danno prodotto all’ente deve essere “economicamente apprezzabile”, ma anche una indebita percezione di poche centinaia di euro è un pregiudizio rilevante per il datore di lavoro pubblico vista comunque l’incidenza di tale condotta sull’organizzazione complessiva dell’ente. Tuttavia, aggiunge la Cassazione, l’esiguità della somma relativa al danno prodotto consente una scappatoia: quella di chiedere quantomeno l’attenuante della speciale tenuità [2] che però non impedisce la configurabilità del reato.

Il licenziamento del dipendente che si allontana dal posto

Alle ripercussioni penali sulla condotta illecita si accompagnano anche quelle sul piano disciplinare. Quando il comportamento del dipendente viene qualificato come “penalmente rilevante” scatta anche il licenziamento in tronco, una conseguenza questa che accomuna il comparto pubblico con quello privato. “In tronco” significa che non è dovuto il preavviso. 

note

[1] Cass. sent. n. 3262/19 del 23.01.2019.

[2] Art. 62, co. 4, cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 30 novembre 2018 – 23 gennaio 2019, n. 3262

Presidente Cammino – Relatore Beltrani

Ritenuto in fatto

Con l’ordinanza indicata in epigrafe, il Tribunale di Reggio Calabria, adito ex art. 310 c.p.p., ha revocato – per quanto in questa sede rileva – la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di pp.uu. o servizi per la durata di mesi due applicata a P.G. , in atti generalizzato, con ordinanza emessa dal GIP del medesimo Tribunale in data 4 giugno 2018 per il reato di cui al capo A15) (art. 81 cpv. c.p., art. 640 c.p., comma 2, n. 1). Il Tribunale ha escluso la configurabilità della contestata truffa osservando che il raggiro accertato, pur se quasi quotidiano, avrebbe prodotto nel complesso assenze di pochi minuti nell’arco delle singole giornate lavorative considerate, e che il calcolo delle ore lavorative nel complesso evase supererebbe, in termini retributivi, di poco la cifra irrisoria di Euro 50, concretizzando per la PA di appartenenza un danno non apprezzabile.

Contro questo provvedimento, ricorre il P.M. presso il Tribunale di Reggio Calabria, lamentando plurimi vizi di motivazione quanto alla ritenuta esclusione della configurabilità dell’elemento oggettivo della truffa contestata.

In data 27 novembre 2018 è pervenuta una memoria nell’interesse dell’indagato, con conclusiva richiesta di declaratoria di inammissibilità del ricorso.

All’odierna udienza camerale, dopo la verifica della costituzione delle parti e della regolarità degli avvisi di rito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe; successivamente, il collegio, riunito in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.

1. Deve premettersi che la memoria presentata nell’interesse dell’indagato è pervenuta tardivamente e non può quindi essere considerata.

1.1. A norma dell’art. 311 c.p.p., comma 5, nel presente procedimento si osservano le forme previste dall’art. 127 c.p.p..

1.2. A norma dell’art. 127 c.p.p., comma 2, le parti hanno facoltà di presentare memorie fino a cinque giorni prima dell’udienza.

Nel caso in esame, la memoria è pervenuta solo due giorni “liberi” prima dell’udienza.

1.3. Priva di rilievo è, in proposito, la disciplina speciale dettata dall’art. 311 c.p.p., comma 4, a norma del quale il ricorrente può enunciare motivi nuovi prima dell’inizio della discussione.

Trattasi, infatti, di facoltà concessa al solo ricorrente, che nel caso in esame è il P.M..

2. Ciò premesso, come osservato dal P.M. ricorrente, il Tribunale ha erroneamente escluso la configurabilità della contestata truffa, valorizzando elementi atti ad evidenziarne la non particolare gravità, ma che non ne impedivano la configurabilità.

2.1. Questa Corte (Sez. 5, sentenza n. 8426 del 17/12/2013, dep. 2014, Rv. 258987 – 01) ha già osservato che la falsa attestazione del pubblico dipendente relativa alla sua presenza in ufficio, riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, integra il reato di truffa aggravata ove il soggetto si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, sempre che questi ultimi siano economicamente apprezzabili, osservando che anche una indebita percezione di poche centinaia di Euro, corrispondente alla porzione di retribuzione conseguita in difetto di prestazione lavorativa, costituisce un danno economicamente apprezzabile per l’amministrazione pubblica.

2.2. L’affermazione può essere condivisa, ma con la precisazione che la speciale tenuità del danno arrecato alla PA potrebbe al più legittimare il riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 62 c.p., comma 1, n. 4, (tenuto anche conto dell’entità del profitto percepito), non certo impedire la configurabilità del reato.

2.3. Questa Corte (Sez. 6, sentenza n. 30177 del 04/06/2013, Rv. 256643) ha già chiarito che, anche ai fini della configurabilità della circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, rilevano, oltre al valore economico del danno, anche gli ulteriori effetti pregiudizievoli cagionati alla persona offesa dalla condotta delittuosa complessivamente valutata (fattispecie relativa ad una truffa commessa in danno di Poste Italiane S.p.A. attraverso l’utilizzo abusivo dei cartellini di ingresso e la conseguente alterazione dei dati sulle presenze in ufficio, in cui è stata esclusa l’attenuante, richiamando la grave lesione del rapporto fiduciario determinata dalla condotta delittuosa).

2.4. Osserva, in proposito, il collegio che assume all’uopo rilievo anche l’incidenza dell’accertata condotta delittuosa sull’organizzazione dell’ente interessato, che ben potrebbe aver subito pregiudizio rilevante per effetto delle pur minime assenze de quibus, poiché esse (ed il danno che ne consegue a carico della PA interessata) vanno valutate non soltanto sotto un profilo quantitativo, in riferimento al quantum di retribuzione in ipotesi indebitamente percepito dal deceptor, ma anche in quanto mettano in pericolo l’efficienza degli uffici: le singole assenze incidono, infatti, sull’organizzazione dell’ufficio, alterando la preordinata dislocazione delle risorse umane, nella quale il singolo funzionario non può ingerirsi, modificando arbitrariamente le prestabilite modalità di prestazione della propria opera quanto agli specifici orari di presenza.

La dislocazione degli impiegati nei singoli uffici è, infatti, predisposta dai dirigenti a ciò preposti curando l’utile e razionale impiego delle risorse disponibili, al fine di assicurare la proficuità (anche in favore dell’utenza) dello svolgimento della quotidiana attività amministrativa, certamente messa a repentaglio dalle personali iniziative di quei dipendenti che mutino a proprio piacimento i prestabiliti orari di presenza in ufficio (con il rischio di creare nocive scoperture ed inutili accavallamenti, e comunque fornendo una prestazione diversa da quella doverosa, non soltanto per durata, ma anche quanto all’orario di inizio e di fine).

3. Il provvedimento impugnato va, pertanto, annullato, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Reggio Calabria (Sezione per il riesame delle misure coercitive), che valuterà nuovamente gli elementi acquisiti, uniformandosi al seguente principio di diritto:

“la falsa attestazione del pubblico dipendente relativa alla sua presenza in ufficio, riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, integra il reato di truffa aggravata ove il soggetto si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, che rilevano di per sé – anche a prescindere dal danno economico cagionato all’ente truffato fornendo una prestazione nel complesso inferiore a quella dovuta – in quanto incidono sull’organizzazione dell’ente stesso, modificando arbitrariamente gli orari prestabiliti di presenza in ufficio, e ledono gravemente il rapporto fiduciario che deve legare il singolo impiegato all’ente; di tali ultimi elementi è necessario tenere conto anche ai fini della valutazione della configurabilità della circostanza attenuante di cui all’art. 62 c.p., comma 1, n. 4”.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame, con integrale trasmissione degli atti, al Tribunale di Reggio Calabria (Sezione per il riesame delle misure coercitive).

 


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