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Separazione consensuale: quando si può far modificare l’omologa

23 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Febbraio 2019



Nella omologa di separazione consensuale è stato scritto:”Il coniuge cederà a titolo gratuito la quota di proprietà della casa coniugale e le spese notarili relative all’atto di cessione saranno per metà a carico dei due coniugi”. Su questa  dicitura ho avuto pareri discordanti. Come da vs esaustiva risposta  alla mia precedente richiesta di consulenza se fosse stato scritto “dona” e non “donerà” non avrei dovuto rivolgermi ad un notaio ma semplicemente avvalermi di un legale e la spesa sarebbe stata decisamente diversa. Ho tre preventivi in mano di 3 notai e la spesa si aggira  tra i 1500 e 1800. Non lo ritengo giusto , io mi sono affidata a un professionista che ha agito con “leggerezza”. Come posso fare? Mi posso rivolgere a qualcuno? Posso far modificare l’omologa ( ovviamente il mio ex marito è d’accordo) per evitare questo danno economico?

Il principio che sussiste in materia è quello della modificabilità delle condizioni di separazione o di divorzio: l’art. 710 del codice di procedura civile, al primo comma, dice che «Le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio, la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione». Pertanto, è sempre possibile ricorrere al giudice per chiedere la modifica delle condizioni originariamente previste in sede di separazione, soprattutto se queste sono meramente economiche.

Il problema, però, è che nel caso di specie la modifica viene chiesta non per sopraggiunti motivi, ma per un mero ripensamento: le modificazioni di cui parla l’articolo, infatti, sarebbero consentite al solo fine di porre rimedio a discordanze tra la situazione tenuta presente in sede di separazione e la situazione successiva, e non per tardivi ripensamenti da parte di uno dei coniugi, non più soddisfatto dall’assetto di interessi concordato.

In altre parole, questo strumento è previsto per modificare le condizioni precedentemente stabilite nel caso in cui siano mutati i presupposti sui quali si poggiavano: ad esempio, è possibile chiedere la revisione dell’assegno di mantenimento nel caso in cui il coniuge onerato abbia perso il lavoro, oppure quello beneficiato lo abbia trovato. Non è sufficiente un qualsiasi mutamento delle condizioni, ma occorre che esso abbia portato come conseguenza uno squilibrio nei rapporti dei coniugi tra loro o nei confronti dei figli.

Pertanto, atteso il consenso dell’ex marito della lettrice, la stessa potrebbe anche provare ad effettuare un ricorso congiunto all’autorità giudiziaria, motivando la modifica delle condizioni con un peggioramento della situazione economica, il quale giustificherebbe un trasferimento immediato, senza intervento notarile. Gli esiti però sono incerti .

In alternativa al ricorso giudiziario la lettrice potrebbe ricorrere anche alla negoziazione assistita: praticamente, il suo avvocato e quello del suo ex marito dovrebbero stipulare una convenzione (debitamente sottoscritta da tutte le parti) ove si stabilisce, appunto, la modifica del precedente accordo e la cessione immediata della quota di proprietà. L’accordo così raggiunto sarà efficace proprio come una decisione del giudice. Anche questa convenzione, però, deve superare il vaglio della magistratura: l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarità, comunica agli avvocati il nullaosta.

Sempre a proposito della negoziazione assistita, però, si deve specificare che, quando si pattuiscono trasferimenti immobiliari o, comunque, operazioni soggette a trascrizione, la legge (Art. 5, co. 3, d.l. n. 132/2014) prevede esplicitamente che «per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale di accordo deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato». Occorrerebbe, quindi, l’assistenza di un notaio.

Ad avviso dello scrivente una modifica delle pattuizioni così come previste in sede di omologa, non essendo giustificata da un mutamento delle condizioni dei coniugi ma solamente da un ripensamento, o meglio dalla volontà di correggere le stesse in modo più favorevole, non corrisponde ai principi dell’ordinamento e, pertanto, sarebbe difficilmente realizzabile.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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