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Scadenza rapporto di lavoro e mensilità successive di retribuzione

23 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Febbraio 2019



Nel 1979 sono stata assunta a tempo indeterminato, perchè invalida civile presso la clinica privata convenzionata con la mia Regione. Nel 2006 il contratto della sanità privata non è stato firmato e nell’ottobre del 2017 sono andata in pensione INPS contributiva. Dopo quasi 12 anni finchè non arriverà la firma del contratto della sanità privata c’è una legge che mi permette di chiedere un acconto sul lavorato?

Al lavoratore che abbia eseguito la sua prestazione di lavoro spetta sempre la retribuzione in base, anche e soprattutto, al fondamentale principio contenuto nell’articolo 36 della Costituzione secondo il quale il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro.

Pertanto, anche se il contratto collettivo nazionale è scaduto, al lavoratore che abbia eseguito le sue prestazioni dopo la scadenza del contratto collettivo spetta comunque la retribuzione in base alle regole ed ai parametri contenuti nel contratto collettivo nazionale scaduto (in questo senso si è espressa anche la Corte di Cassazione con sentenza a Sezioni Unite n. 11.325 del 30 maggio 2005).

Perciò se il datore di lavoro della lettrice non ha pagato a quest’ultima delle mensilità relative al periodo successivo alla scadenza del contratto collettivo nazionale, la stessa aveva già allora ed ha adesso (nei limiti che a breve si diranno) il diritto di chiederne il pagamento in base alle regole ed ai parametri contenuti nel contratto collettivo nazionale scaduto (salvo poi eventuali integrazioni che saranno stabilite quando verrà stipulato il nuovo contratto collettivo nazionale di categoria).

Si deve tener presente però, che le retribuzioni spettanti mensilmente al lavoratore (cioè tutti i crediti di natura retributiva spettanti al lavoratore) sono soggetti a prescrizione quinquennale in base quello che stabilisce l’articolo 2948 del Codice civile.

Questo vuol dire che se il lavoratore si dimentica, per un periodo superiore a cinque anni, di chiedere al proprio datore di lavoro di pagargli quanto gli è dovuto a titolo di retribuzione, quelle mensilità cadono in prescrizione ed il datore può legalmente e definitivamente rifiutarsi di pagarle.

Ma da quando comincia a decorrere il termine di cinque anni che il lavoratore ha a disposizione per chiedere al suo datore di pagargli le mensilità di retribuzione e tutti i crediti di tipo retributivo?

Dipende dal tipo di datore:

– in linea di massima se il datore di lavoro della lettrice era un’impresa con più di 15 dipendenti il termine di cinque anni che il lavoratore (cioè la lettrice) aveva a disposizione per chiedere al datore di pagargli le mensilità lavorate cominciava a decorrere dal momento stesso in cui il datore era in ritardo nel pagamento della singola mensilità (sono i contratti collettivi stabiliscono il termine entro il quale il datore di lavoro deve effettuare il pagamento della mensilità al lavoratore); se, quindi, il datore di lavoro della lettrice aveva alla proprie dipendenze più di quindici lavoratori, allora quest’ultima doveva chiedere il pagamento delle mensilità entro cinque anni dalla scadenza di ogni mensilità (perciò se non ha mai chiesto formalmente il pagamento delle mensilità arretrate, oggi sarebbero prescritte e la lettrice non potrebbe più recuperare tutte le mensilità precedenti al 2014);

– se, invece, il datore della lettrice aveva meno di 16 dipendenti allora i cinque anni di tempo che il lavoratore ha a disposizione per chiedere il pagamento delle mensilità arretrate comincia a decorrere solo dal momento della cessazione del rapporto di lavoro (che nel caso di specie è avvenuta nel momento in cui la lettrice è andata in pensione): in questo caso, quindi, la stessa sarebbe ancora in tempo per chiedere al suo datore il pagamento di tutti i suoi crediti di natura retributiva che non le fossero stati pagati durante tutta la durata del suo rapporto di lavoro (prima e dopo la scadenza del contratto collettivo di lavoro).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’ avv. Angelo Forte


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