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Residenza fittizia: rischi e sanzioni

27 Gennaio 2019
Residenza fittizia: rischi e sanzioni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Gennaio 2019



Falsa residenza: come il Comune, i vigili, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di finanza scovano le dichiarazioni false all’anagrafe solo per ottenere benefici fiscali, assistenziali o sociali.

Hai deciso di spostare la tua residenza presso un altro indirizzo, magari la tua seconda casa o quella dei tuoi genitori. Non sai che, se non ci vivi effettivamente, stai commettendo un reato? Non tanto perché, qualora il postino non dovesse trovarti, risulteresti irreperibile ai creditori e al fisco quanto per il fatto che stai dichiarando il falso al funzionario dell’anagrafe, il quale è un pubblico ufficiale. «Ma lo fanno tutti!» esclama qualcuno con malizia vestita da ingenuità. È vero: in passato si è tanto parlato di residenze fittizie come una prassi comune, ma nessuno racconta dei numerosi controlli effettuati, dei procedimenti penali e delle sanzioni tributarie applicate. Si pensi solo che, secondo un’indagine pubblicata tre giorni fa dal noto quotidiano Il Sole 24 Ore, le indagini della Finanza hanno rivelato che, su 10 sussidi concessi dalla pubblica amministrazione, ben sei sono finiti a persone che non ne avevano diritto. Gli stratagemmi utilizzati dai consueti “furbetti” fanno leva sempre sulla stessa pratica: il cambio di residenza per godere di sconti fiscali (si pensi alle imposte sulla casa) o per separare il proprio Isee da quello del nucleo familiare e, apprendo così più “poveri”, ottenere benefici sociali e assistenziali non dovuti. Ma quali sono i rischi e le sanzioni in caso di residenza fittizia? Cosa prevede la legge e come avvengono i controlli? Ne parleremo qui di seguito.

Residenza: dove e quando

Si suole ritenere che la residenza sia quel luogo indicato all’anagrafe del Comune come indirizzo per la reperibilità di ogni cittadino. In verità la residenza è molto di più. Essa deve necessariamente coincidere con l’abitazione ove il cittadino vive quotidianamente o in gran parte dell’anno (si pensi a chi è costretto a viaggiare spesso per lavoro). In buona sostanza la residenza deve essere la dimora. Non si può dichiarare la residenza in un posto diverso, anche se di propria disponibilità. Ad esempio, chi è proprietario di due case non può decidere in quale di queste fissare la residenza ma è obbligato a indicare al Comune quella ove abitualmente dorme e mangia. Allo stesso modo due persone sposate non possono dichiarare la residenza ciascuno presso i propri genitori.

Insomma, sbaglia chi pensa che la residenza sia un dato puramente formale, modificabile a proprio piacimento. E questo perché è dovere di ogni cittadino essere reperibile: al postino, alle forze dell’ordine (polizia, carabinieri), all’ufficiale giudiziario, al messo notificatore del Comune, all’Agenzia delle Entrate, all’Agente della Riscossione esattoriale, ma anche al creditore privato come la banca, la finanziaria, la società della luce, del gas e dell’acqua. Insomma ciascuno di noi deve poter essere raggiungibile in qualsiasi momento.

Per questo la legge impone – come preciso obbligo di ciascun cittadino – di dichiarare all’anagrafe comunale la propria residenza entro massimo 20 giorni dal trasferimento. La comunicazione va fatta presso il Comune di destinazione e non quello di origine (sarà poi il primo a comunicarlo al secondo, alla Motorizzazione, all’Agenzia delle Entrate, all’Esattore e a tutte le altre pubbliche amministrazioni). È a cura dell’interessato invece informare del cambio di residenza il proprio datore di lavoro se il contratto lo prevede.

L’ufficio anagrafe, che riceve la dichiarazione di residenza del cittadino, deve aggiornare i propri registri entro 48 ore. Da quel momento la modifica della residenza è effettiva ed ufficiale, senza bisogno di ulteriori adempimenti. Il soggetto quindi riceverà tutte le notifiche presso il nuovo indirizzo, mentre quelle inviate al vecchio si considerano nulle perché mai pervenute a conoscenza del destinatario.

In ogni caso, dopo aver aggiornato i propri registri anagrafici, il Comune può inviare la polizia municipale a effettuare controlli presso la nuova abitazione per verificare se il dichiarante ha detto la verità. Qualora, anche da informazioni apprese sul posto, dovesse risultare che questi non è effettivamente residente all’indirizzo indicato – e che pertanto ha dichiarato il falso – il cambio di residenza viene revocato.

Residenza fittizia: cosa si rischia?

Chi sceglie una residenza di comodo solo per non farsi rintracciare non sta tutelando la propria privacy ma commette un illecito. Di quale natura è questo illecito?

La Cassazione ha più volte chiarito che si tratta di un reato: quello di «falso in atto pubblico». È vero infatti che la dichiarazione fatta dal privato avviene su un modellino in carta semplice scaricabile dal sito internet del Comune o prelevabile agli sportelli, ma è anche vero che tale attestazione viene poi trasfusa in un atto pubblico (il registro dell’anagrafe civile), di cui poi diventa parte integrante. Dunque, il cittadino sta dichiarando il falso a un pubblico ufficiale nel momento in cui questo forma l’atto pubblico. E siccome tale atto serve a garantire la certezza nei rapporti tra privati e in quelli tra privati e P.A., non è consentito mentire.

Ecco perché la giurisprudenza ha usato la linea dura e ha punito penalmente tutte le false attestazioni di residenza. Leggiamo qui di seguito alcune delle più interessanti sentenze sul tema:

«Integra il delitto di falso ideologico in atto pubblico mediante induzione in errore del pubblico ufficiale la condotta di colui che ottenga la iscrizione nelle liste anagrafiche comunali dichiarando falsamente, prima, in allegato alla richiesta indirizzata agli uffici dello stato civile di aver trasferito la propria residenza nel comune in questione, e, successivamente, in sede di verifica da parte dei vigili urbani, di abitare insieme alla propria famiglia nel luogo indicato, a nulla rilevando, ai fini della affermazione della responsabilità del privato, la circostanza che il “deceptus” sia tenuto e possa effettuare controlli sulla veridicità di quanto dichiarato». Così Cassazione sent. n. 15651/2014.

Questa pronuncia evidenzia in modo chiaro e palese che dichiara una residenza in un luogo diverso da quello della propria abituale dimora costituisce reato di falso ideologico in atto pubblico. Il reato si commette anche nel momento in cui, al momento del controllo dei vigili urbani, il dichiarante continui a mentire confermando di essere effettivamente residente in un dato luogo ove invece non vive affatto.

«La dichiarazione di residenza rientra nella previsione di cui all’art. 483 c.p., in quanto si configura come un atto destinato a provare la verità di un fatto, con l’obbligo del dichiarante di affermare il vero. Non rileva, pertanto, ai fini della consumazione del reato di falsità ideologica, che tale dichiarazione sia trasfusa in un atto pubblico distinto dalla medesima, posto che le dichiarazioni sostitutive di certificazioni sono pienamente equiparate, agli effetti penali, agli atti pubblici poiché fatte a pubblico ufficiale, ex art. 75 del dPR n. 445/2000». Così Cassazione sentenza n. 29469/2018

Da questa sentenza si comprende ancor di più l’obbligo del cittadino, nel momento in cui fa la dichiarazione di residenza all’anagrafe civile, di dichiarare il vero. Non è una vera residenza quella fissata in una seconda casa di proprietà se in questa non si vive per gran parte dell’anno. Il reato scatta nonostante sia commesso compilando un semplice modellino, in quanto poi questo viene trasfuso in un atto pubblico.

«In tema di notificazioni, qualora dalle ricerche anagrafiche risulti un indirizzo presso cui oggettivamente il destinatario non si trova, ed in tal senso la relata di notifica fa fede fino a querela di falso, lo stesso destinatario è legittimamente ritenuto irreperibile; infatti da un Iato sussiste un preciso onere dei cittadini di comunicare all’anagrafe i propri trasferimenti di residenza, dall’altro le ricerche che deve compiere il messo notificatore non devono spingersi a svolgere attività investigativa, propria delle forze di polizia per altri fini». Così Commissione Tributaria Regionale Perugia, sent. n. 348/2018.

La Commissione conferma il fatto che, se a un dato indirizzo fornito come luogo di residenza il destinatario non dovesse risultare reperibile, la notifica si considera ugualmente eseguita correttamente (e quindi l’atto conosciuto). Questo perché era onere del destinatario, se trasferito o dimorante in un luogo diverso, comunicare al Comune quello effettivo.

Sanzioni per chi dichiara la falsa residenza

La prima conseguenza per chi dichiara la falsa residenza è di tipo pratico. Tutte le notifiche effettuate al nuovo indirizzo, seppur non consegnate al destinatario, si considerano ugualmente eseguite con il deposito alla Casa Comunale. Si tratta della notifica per soggetti irreperibili che il codice contempla proprio per sanzionare chi non si fa trovare. Del resto, se così non fosse, sarebbe fin troppo facile sfuggire a multe, cartelle di pagamento, atti giudiziari e pignoramenti.

La seconda conseguenza è di ordine penale: per il reato di falso in atto pubblico scatta la reclusione fino a 2 anni che non può comunque essere inferiore a tre mesi (così dispone l’articolo 483 del codice penale).

Ulteriori conseguenze sono la revoca dei benefici fiscali e assistenziali ottenuti con l’inganno. Così, chi grazie alla falsa residenza ha ottenuto l’assegno sociale o lo sgravio dell’Imu sulla seconda casa è tenuto a versare all’Erario il maltolto.

Si pensi al caso di una coppia, marito e moglie che, proprietari di due appartamenti, fissino ciascuno la propria residenza in un immobile diverso al fine di beneficiare dell’esenzione Imu e Tasi. O si pensi a chi, volendo acquistare un’abitazione con il bonus prima prima, faccia un trasferimento di residenza fittizio.

False residenze: come avvengono i controlli?

I controlli per stanare le false residenze avvengono in svariati modi. Il primo di questi è l’accesso della polizia municipale nel luogo di residenza dichiarato dal cittadino: se gli agenti dovessero rilevare che non vi è nessuno, l’ente locale revoca il trasferimento e il soggetto viene considerato irreperibile. Da ciò poi possono derivare anche indagini penali e tributarie in caso di godimento di benefici non dovuti.

Emblematica è una recente ordinanza della Cassazione (n. 14793/18 del 7.06.2018) con cui è stato ritenuto valido il recupero a tassazione dell’Imu non versato sulla seconda casa da un contribuente che aveva dichiarato la falsa residenza nell’abitazione del mare: il Comune aveva avviato le indagini facendosi fornire dalla società elettrica le bollette delle ultime mensilità i cui bassi consumi erano incompatibili con la destinazione dell’immobile ad abitazione principale (leggi Falsa residenza: come il Comune fa a scoprirlo). Insomma, anche le utenze possono aiutare a svelare la residenza fittizia.

Un altro tipo di controllo può scaturire dalle indagini della Guardia di Finanza alla ricerca degli evasori fiscali o delle truffe ai danni dello Stato: si pensi alle prestazioni assistenziali e sociali erogate a soggetti che, pur di abbassare il proprio Isee, dichiarano una residenza in un luogo diverso da quello della famiglia di origine. Anche l’Agenzia delle entrate può effettuare la stessa tipologia di controlli.


2 Commenti

  1. Ho letto questa bestialità, i nostri magistrati non sanno quel che fanno, come al solito siamo in presenza di: arrestare i poveri per poter lasciare liberi i ricchi. Credo inoltre che ci sia la L’abuso nonché violazione della libertà personale e famigliare, ora mi meraviglio che nessuno dei molti magistrati seri ed onesti non facciano niente, sorge spontanea una domanda,a chi giova tutto ciò in particolare?

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