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Ospite non va via di casa: è violazione di domicilio?

27 Gennaio 2019


Ospite non va via di casa: è violazione di domicilio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 Gennaio 2019



Tutela penale e civile contro chi resta a casa degli altri e non sloggia nonostante l’invito del proprietario ad andare via. Come ci si può difendere?

Tempo fa, tuo fratello è stato sfrattato, con tutta la famiglia, dall’abitazione che aveva preso in affitto. Non avendo i soldi per andare in albergo, gli hai concesso di venire a vivere a casa tua per il tempo necessario a trovare un altro alloggio. Le settimane però sono diventati mesi e ora lui non vuole più andare via. Sostiene di non essere ancora in grado di pagare un canone di locazione. La convivenza è diventata difficile e, tra di voi, sono sorte delle liti. A sentire ciò che dice, non puoi buttarlo per strada dall’oggi al domani perché avrebbe ormai acquisito un diritto a restare fino a quando non potrà provvedere diversamente. Ma sono già trascorsi diversi giorni da quando gli hai chiesto di andarsene. Questo comportamento può essere passibile di denuncia? Se l’ospite non va via di casa è violazione di domicilio? La risposta a questo interessante quesito di carattere giuridico è stata data, proprio di recente, dalla Cassazione [1]. 

In una recente sentenza della sezione penale, la Suprema Corte ha affrontato un caso molto simile a quello appena descritto. Una madre, che inizialmente aveva ospitato il figlio e la sua famiglia (cioè moglie e figlia) nella propria casa popolare, gli aveva successivamente chiesto di andare via. L’uomo l’aveva presa malissimo, opponendosi all’invito. Ogni genitore – questa la sua tesi – è tenuto a garantire ai figli i mezzi di sostentamento, ivi compreso l’alloggio in caso di indisponibilità. Ma la madre, per tutta risposta, l’ha denunciato per violazione di domicilio. La mossa adottata dalla donna è corretta? Ecco cosa dice, in proposito, la legge.

Violazione di domicilio: cos’è?

Il Codice penale [2] punisce chiunque s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con inganno. La pena è la reclusione da sei mesi a tre anni.  

L’introdursi consiste nel varcare la soglia dell’abitazione o degli altri luoghi ad essa equiparati; il trattenersi nel permanere in un certo luogo. Tali condotte devono porsi in contrasto con la volontà del titolare.

Il dissenso non deve essere necessariamente esplicito, ma può desumersi anche da una situazione di fatto. Ad esempio, integra violazione di domicilio anche la condotta di chi si introduce nel domicilio altrui con intenzioni illecite ma alla luce del sole: in tal caso, infatti, si ritiene implicita la contraria volontà del titolare.

Alla stessa pena soggiace chi si trattiene nei detti luoghi contro l’espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, oppure vi si trattiene clandestinamente o con inganno.

Dunque, si ha violazione di domicilio anche quando un soggetto, inizialmente ospitato dal padrone di casa, non va via nel momento in cui questi gli chiede di sloggiare. È necessario che la volontà del proprietario sia espressa in modo chiaro, anche se non necessariamente esplicito. Dunque non è necessario inviare una diffida scritta all’invasore, essendo sufficiente una richiesta verbale.

Del resto la Costituzione tutela, contro illegittime intrusioni dall’esterno, la inviolabilità del domicilio, inteso come luogo nel quale si estrinseca, in ambito privato, la vita e la personalità del cittadino.

Se l’ospite resta a casa commette violazione di domicilio

Per la Cassazione, commette violazione di domicilio chi, inizialmente introdottosi a casa altrui con il consenso del legittimo proprietario, poi vi permane nonostante la richiesta di quest’ultimo di andare via. Il proprietario di casa è quindi libero, in qualsiasi momento, di revocare l’ospitalità e di sfrattare l’inquilino. Ciò non deve però avvenire con violenza. Ad esempio commetterebbe un illecito spossessamento il titolare dell’appartamento che, per mandare via l’inquilino moroso, cambi di nascosto le chiavi di casa quando questi è fuori in modo da lasciarlo fuori dalla porta. E lo stesso dicasi per la moglie che litiga col marito ed ha in procinto una causa di separazione. 

Nel caso di specie deciso dalla Corte è stata ritenuta decisiva «la manifestazione di volontà» della donna di «revocare la propria disponibilità» ad ospitare il figlio, la nuora e la nipote. A testimoniarlo il fatto che ella non solo «aveva più volte richiesto al figlio di lasciare l’abitazione» ma aveva anche fatto presente la situazione alle forze dell’ordine. A fronte di questi dati, quindi, è impossibile, spiegano i magistrati, ritenere che l’abitazione della donna «fosse anche il domicilio del figlio e della sua famiglia». E ciò permette di ritenere «caratterizzata da illiceità» la sua prolungata – e mal gradita – presenza nella casa della madre.

Allontanamento da casa di persone pericolose

La nostra legge prevede altre forme di tutela per il padrone di casa contro eventuali ospiti, anche se familiari e parenti, ritenuti pericolosi. Si parla del cosiddetto allontanamento dalla casa familiare previsto dal Codice di procedura penale e il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Il giudice può disporre delle misure coercitive non detentive per prevenire la reiterazione di reati a danno di un coniuge o del convivente o di componenti di un gruppo familiare.  

Le misure coercitive sono disposte dal giudice solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza.

L’allontanamento dalla casa familiare è disposto nei confronti del coniuge che sottopone l’altro ad atti persecutori.

Per disporre l’allontanamento non è necessario che la coabitazione fra i coniugi sia attuale: è sufficiente che nella relazione familiare si manifestino condotte in grado di minacciare l’integrità della persona senza bisogno che la condotta si verifichi necessariamente all’interno della casa coniugale.

È anche possibile l’allontanamento d’urgenza [3] per anticipare ulteriormente la tutela dentro la famiglia. È disposto dalla polizia giudiziaria con l’autorizzazione del P.M., scritta oppure orale, ma confermata per iscritto o per via telematica.

Per ottenere l’allontanamento d’urgenza è necessario dimostrare l’esistenza di fondati motivi di pericolo. Bisogna cioè provare che vi è ragione di ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave e attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa. In tal caso gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono disporre di allontanare urgentemente dalla casa familiare, con divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, la persona colta in flagranza dei seguenti delitti:

  • violazione degli obblighi di assistenza familiare;
  • abuso dei mezzi di correzione o di disciplina;
  • lesioni personali limitatamente alle ipotesi procedibili d’ufficio o comunque aggravate;
  • riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù;
  • prostituzione minorile;
  • pornografia minorile;
  • detenzione di materiale pornografico;
  • tratta di persone;
  • acquisto e alienazione di schiavi;
  • violenza sessuale;
  • violenza sessuale aggravata;
  • atti sessuali con minore;
  • corruzione di minore;
  • violenza sessuale di gruppo;
  • minaccia commessa in danno dei prossimi congiunti o del convivente.

Ordini di protezione contro gli abusi familiari

Quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica e morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di tutela. Si parla a riguardo di ordini di protezione. In particolare il giudice ordina la cessazione della condotta pregiudizievole e dispone l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto tale condotta, ordinandogli, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante (luogo di lavoro, domicilio della famiglia d’origine ecc.), salvo che questi non debba frequentarli per esigenze di lavoro. La durata dell’ordine di protezione, che non può essere superiore a sei mesi, può essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario.

note

[1] Cass. sent. n. 3529/19 del 24.01.2019.

[2] Art. 614 cod. pen.

[3] Art. 384 bis cod. proc. pen.

[4] Art. 282 bis co. 2 cod. proc. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 novembre 2018 – 24 gennaio 2019, n. 3529

Presidente Stanislao – Relatore Borrelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 5 luglio 2017, la Corte di appello di Palermo ha rigettato l’appello di An. Lu. avverso la sentenza di condanna per violazione di domicilio aggravata emessa dal locale Tribunale; secondo l’accusa, l’imputato si era trattenuto presso l’alloggio popolare assegnato alla madre Gr. Tr. (insieme a moglie e figlia) nonostante la persona offesa, dopo un iniziale consenso ad accoglierlo dati i suoi problemi economici, gli aveva ripetutamente chiesto di andarsene perché riteneva non più ulteriormente praticabile la convivenza.

2. Ricorre avverso detta sentenza il difensore del Lu., il quale articola un unico motivo per vizio di motivazione e violazione di legge.

La sentenza impugnata sarebbe illogica in quanto non aveva tenuto conto dell’assoluzione in altro processo di Lu. dal reato di maltrattamenti ai danni della madre e della ricostruzione dei rapporti familiari che ne era derivata.

La norma che si assume violata non tutela diritti reali o di natura obbligatoria, ma il concetto di domicilio; la sentenza aveva errato nell’attribuire rilievo alla genesi del rapporto di coabitazione ed alla decisione della persona offesa di allontanare gli ospiti, nonché nel trascurare che la madre aveva accolto il figlio ed il nucleo familiare di questi nella prospettiva della creazione di un gruppo familiare unico e di una convivenza stabile e che la casa era stata rivoluzionata per accogliere l’imputato e i suoi stretti familiari; la stabilità del rapporto di convivenza sarebbe dimostrata altresì dal fatto che Lu. è stato processato per il reato di cui all’art. 572 cod. pen., che presuppone una convivenza stabile; secondo il ricorrente, la sentenza di assoluzione per il delitto di maltrattamenti – di cui riporta uno stralcio – avallerebbe detto assunto.

La motivazione della sentenza era altresì contraddittoria quanto al riconoscimento della circostanza aggravante della violenza alla persona in quanto le aggressioni ai danni della madre erano correlate non già alle richieste di quest’ultima di lasciare l’abitazione, ma alle pretese di denaro dell’imputato; quanto all’aggravante della violenza alle cose, il danneggiamento delle porte era solo lo sfogo di una frustrazione e non era correlato al tema dell’allontanamento.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1. In primo luogo, quanto alla sussistenza oggettiva del reato, la sentenza ha spiegato, con argomentazioni non contraddittorie e prive di tratti di manifesta illogicità, perché si trattasse di un’ospitalità precaria nonché quale fosse la rilevanza – rispetto alla mancanza di stabilità del rapporto che legava l’imputato all’immobile – della sopravvenuta manifestazione di volontà dell’ospitante di revocare la propria disponibilità, resa nota ripetutamente sia al diretto interessato, a cui la madre aveva più volte richiesto di lasciare l’abitazione, sia alle forze dell’ordine e addirittura all’I.A.C.P.

Tale manifestazione di volontà da parte dell’unica avente diritto ad abitare quell’alloggio è stata razionalmente reputata, dal Collegio di merito, un fattore impeditivo all’insorgere di quel rapporto di stabilità indispensabile per ritenere che quell’appartamento fosse anche il domicilio del ricorrente e della sua famiglia e per escludere che la sua permanenza in loco fosse caratterizzata da illiceità.

Peraltro, a supporto delle proprie doglianze, il ricorrente pone la sentenza per maltrattamenti emessa dalla Corte territoriale palermitana da cui, in tesi, dovrebbe evincersi l’esistenza di un rapporto di coabitazione; tuttavia, al netto di ogni valutazione circa le implicazioni della convivenza rispetto alla configurabilità del delitto di cui all’art. 572 cod. pen., la censura non è supportata da specificazioni o produzioni che consentano di comprendere se il dato giudiziario evocato sia stato oggetto di una mancata valutazione dei giudici di merito ovvero come tale precedente possa orientare il giudizio di legittimità, ancorato alla sola valutazione della sentenza impugnata, salvo doglianze di ordine processuale o di travisamento della prova.

Si deve, pertanto, concludere che questo primo segmento del ricorso è inammissibile sia per manifesta infondatezza che per genericità.

1.2. Il ricorso è altresì inammissibile circa il riconoscimento delle aggravanti, dal momento che esso è teso a richiedere una nuova ponderazione delle risultanze processuali che è fuori dall’ambito decisionale di questa Corte, che non può rivalutare i fatti storici accertati nel corso dei gradi di merito e valutati con congrua motivazione. Come autorevolmente sancito da Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone e altri, Rv. 207944, l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (ex multis, anche Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

2. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende, così equitativamente determinata in relazione ai motivi di ricorso che inducono a ritenere la parte in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost. 13/6/2000 n.186).

3. La natura dei rapporti oggetto della vicenda impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2000,00 a favore della Cassa delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.

 


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6 Commenti

  1. Salve vorrei sapere come mandare via di casa il mio ex compagno. La relazione ormai è alla frutta e non riesco più a reggere la convivenza. Posso mettere fuori dalla porta le valigie o cambiare la serratura? Grazie mille

    1. Per mandare via di casa l’ex compagno occorre dapprima inviare una intimazione con la quale si concede un preavviso allo stesso per lasciare l’immobile e far trovare a questi una nuova sistemazione. Difatti, sebbene i due non risultino sposati, la legge tutela il convivente non proprietario dai casi in cui il convivente proprietario decida di punto in bianco di buttare via di casa l’ex compagno. Quanto detto trova eccezione nei casi in cui le condotte del convivente configurino un reato penale, quale maltrattamento in famiglia, lesioni, minacce e così via. Se dovessi buttare fuori di casa senza preavviso il tuo compagno, potresti subire una causa (sembra assurdo) per poi vederti dentro lo stesso uomo, dovendo in aggiunta pagare le spese legali. Quello che si consiglia è di inviare all’uomo una lettera, tramite legale, con il quale dare un preavviso congruo entro il quale questi dovrà lasciare l’abitazione, alla luce della cessazione del rapporto sentimentale.

  2. Ringrazio per la risposta immediata. Ma se dopo la lettera dell’avvocato, il mio ex comapagnio non volesse andar via? Come devo fare??? Come posso cacciarlo di casa? Lui insiste nel tentare di recuperare la relazione, ma ormai è finita e non voglio sentirmi costretta a dover fare un ulteriore tentativo per salvare l’insalvabile. Grazie mille

    1. Nel caso in cui il tuo ex compagno non dovesse rilasciare l’immobile entro il termine di preavviso concesso con lettera di un avvocato, allora si dovrà agire con un’azione legale finalizzata al rilascio dell’immobile di proprietà della stessa con la quale ottenere un provvedimento del giudice che ordini all’uomo di lasciare libera e sgombra la tua casa entro e non oltre un certo termine. Se, anche dopo questo provvedimento, l’uomo non dovesse lasciare l’immobile, allora potrai fare in modo tramite l’ufficiale giudiziario e i Carabinieri di cambiare la serratura e non far entrare più il tuo ex compagno nella tua abitazione.

  3. Grazie mille davvero! Mi avete rassicurata. Ora so cosa fare per mandare via di casa il mio ex compagno e grazie a voi conosco tutte le alternative. Se mi dite come richiedere una consulenza e magari potervi contattare, vorrei affidare a voi il mio caso visto che ho trovato risposte chiare e professionali.

    1. Grazie a te Bea per averci contattato. Ci farà piacere seguire il tuo caso e cercare insieme la migliore soluzione per tutelare i tuoi interessi. Per richiedere una consulenza legale e parlare con i professionisti del nostro network puoi cliccare qui https://www.laleggepertutti.it/richiesta-di-consulenza o chiamare al numero 3400515959.
      Nel frattempo, ti suggeriamo di approfondire l’argomento leggendo i nostri articoli:
      -Come mandare via di casa il convivente https://www.laleggepertutti.it/134138_come-mandare-via-di-casa-il-convivente
      -Mandare via di casa il convivente è reato? https://www.laleggepertutti.it/191058_mandare-via-di-casa-il-convivente-e-reato

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