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L’ex può rientrare in casa?

28 Gennaio 2019


L’ex può rientrare in casa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Gennaio 2019



Violazione di domicilio nella casa coniugale se la relazione è finita: non è consentito ritornare anche se si hanno ancora le chiavi.

Quando, con la separazione tra marito e moglie, il giudice decide quale dei due ex coniugi deve rimanere nella casa coniugale, di fatto l’altro è completamente spossessato del bene e, quindi, non può farvi più ritorno. La moglie che ha ottenuto l’assegnazione di quella che un tempo era l’abitazione della coppia può anche cambiare chiavi alla serratura, salvo il diritto dell’uomo di ritirare la propria roba ad orari concordati. Il marito non ha quindi diritto a rimanere in casa, neanche se non ha un altro tetto sotto cui vivere. Obbligatorio fare le valigie subito. Il che avviene solo quando la coppia ha avuto figli: solo in tale occasione, infatti – e proprio per tutelare il diritto della prole a restare nel medesimo ambiente – il giudice può assegnare al genitore con cui i bambini andranno a vivere la casa di proprietà dell’altro o acquistata in comunione. Ma che succede in caso di coppia di conviventi? L’ex può rientrare in casa dopo la rottura della relazione? La risposta è stata fornita dalla Cassazione poche ore fa [1].

Per comprendere qual è il caso a cui si adatta il principio odierno, facciamo un esempio pratico.

L’ex convivente può far ritorno in casa?

Immaginiamo una coppia di fatto, uomo e donna, che decidono di convivere sotto lo stesso tetto. L’immobile è di proprietà della ragazza che già vi abitava da sola prima di conoscere il partner. La relazione d’un tratto finisce e lei gli intima di fare le valige. Lui si allontana, ma già dopo qualche giorno, forte del fatto di avere ancora una copia delle chiavi, rientra in casa. L’ex compagna gli intima di uscire subito, ma lui vi rimane contro la sua volontà. Non potendo fare nulla, attesa l’inferiorità fisica, la donna decide di denunciare il convivente alla polizia. Può farlo?

La risposta fornita dalla Corte è affermativa. Chi dopo la rottura con l’ex cerca di introdursi con forza nella casa dove fino a poco prima abitava ma di proprietà esclusiva dell’altro commette violazione di domicilio.

Si tratta, peraltro, dello stesso reato che commette l’ex marito che, dopo l’assegnazione della casa coniugale alla moglie, vi fa ritorno furtivamente, seppur per uno scopo apparentemente lecito (come tentare un riavvicinamento o recuperare i propri vestiti che lei non gli ha voluto riconsegnare o ancora alcuni documenti necessari alla causa di divorzio). Reato che viene commesso anche quando la casa è di sua proprietà o è in comunione. Conta infatti il provvedimento del giudice che ha disposto l’assegnazione dell’appartamento e che deve essere rispettato [2].

Il reato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Peggio vanno le cose se l’ex rientra in casa forzando la serratura di cui non ha più le chiavi. In tal caso c’è l’aggravante della violenza sulle cose, per cui la condanna penale per violazione di domicilio sarà più pesante. In tal caso, peraltro, il delitto è punibile a querela della persona offesa ma si procede d’ufficio.

Ritornando al caso dei conviventi, la Corte ribadisce la legittimità della condanna per il reato di violazione di domicilio aggravato: con la fine della relazione sentimentale, il partner perde anche il diritto – che fino a quel momento poteva vantare in base alla convivenza – di entrare nell’appartamento.

Secondo la Corte «l’allontanamento dal luogo di convivenza, senza mantenere la disponibilità delle chiavi di accesso, a seguito della decisione con la quale la donna aveva messo fine alla loro relazione, ha decretato oggettivamente la fine della convivenza (…). A quel punto, l’unica avente diritto all’abitazione stessa e l’unica titolare del diritto di esclusione di terzi, anche nei confronti del suo ex convivente, era la donna, con la conseguenza che la condotta del ricorrente integra la violazione di domicilio, essendosi introdotto nell’abitazione della sua ex compagna contro la sua chiara ed espressa volontà».

La responsabilità del coniuge che invade la casa

Come anticipato il coniuge rimasto nell’abitazione familiare ha il potere di non far entrare l’ex. Chiunque entra o si trattiene nell’abitazione (compreso il coniuge trasferitosi a vivere altrove) contro la volontà espressa o tacita del coniuge assegnatario, oppure clandestinamente o con l’inganno, commette il reato di violazione di domicilio.

Per integrare il reato è sufficiente che il coniuge abbia coscienza e volontà di introdursi nell’abitazione altrui senza il consenso dell’altro.

Ecco alcuni esempi in cui scatta la violazione di domicilio a carico dell’ex che fa ritorno in casa:

  • se l’ex coniuge entra nella casa della moglie contro la sua volontà, per cercare di parlare con lei e con i figli con cui non riesce ad avere un colloquio;
  • se l’ex coniuge, inizialmente entrato nella casa con il consenso dell’altro, dopo un litigio viene messo alla porta, ma decide di trattenersi. Il coniuge assegnatario può chiamare le forze dell’ordine per ottenere l’allontanamento dell’altro e l’accertamento del reato;
  • se l’ex entra nella casa dell’altro (assegnatario) clandestinamente, magari approfittando dell’assenza degli abitanti. In tale ipotesi il dissenso dell’avente diritto si considera implicito.

note

[1] Cass. sent. n. 3998/19 del 28.01.2019.

[2] Cass. sent. n. 19116/2009 e n. 6377/2010.


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