Diritto e Fisco | Editoriale

Mentre la rete esulta per il video hard di Belen Rodriguez, le Procure tentennano

26 Novembre 2011 | Autore:
Mentre la rete esulta per il video hard di Belen Rodriguez, le Procure tentennano

Il video hard di Belen Rodriguez, poiché materiale pedopornografico, può essere visto ma non pubblicato o conservato o salvato nel computer

Ormai lo sa tutta la rete: è ancora online – e facilmente raggiungibile – il video porno girato da Belen Rodriguez e il suo ex fidanzato, Tobias Blanco.

Non intendo, in questa sede, diffondere ulteriormente il link al filmato: non solo perché, così facendo, commetterei un reato, ma anche e soprattutto per rispetto alla Rodriguez. Lo dico, purtroppo – o per fortuna di molti – con la consapevolezza che, comunque, gli strumenti di Google consentono di arrivare ovunque, sin dalla prima pagina di ricerca…

Fatto sta che, come ormai avrete saputo, la soubrette ha presentato una denuncia alle autorità competenti e chiesto alla polizia postale di rimuovere il video (attività che, evidentemente, non è riuscita).

L’aggravante, nel caso di specie, è che Belen, all’epoca in cui si è lasciata riprendere, seppur consenziente, era minorenne. E quindi il filmato deve considerarsi materiale pedopornografico e, come tale, illecito.

Cosa prevede la legge in questi casi.

Prima di svolgere alcune considerazioni personali, ricordo che il nostro codice penale [1] riserva il carcere per chi sfrutta minori di diciotto anni per produrre materiale pornografico o comunque detenga o distribuisca, anche per via telematica, il suddetto materiale.

La stessa attività, invece, è pienamente lecita se le persone ritratte sono maggiorenni.

La semplice visione e fruizione di materiale pedopornografico da noi non è reato. Non subisce sanzioni, quindi, chi consulta tali immagini, ivi compreso il video di Belen. La punizione, invece, scatta quando ve ne sia la consapevole detenzione. Pertanto, se si effettua il salvataggio del file nel proprio computer, si commette illecito.

La memorizzazione delle immagini nella cache del browser – copia che, automaticamente, il computer fa al solo fine di velocizzare i futuri accessi al sito – non è considerata illegale poiché avviene in assenza della volontà (dolo) dell’utente. Spesso, infatti, il netizen non ha consapevolezza della creazione di tale cache e non ha neanche la competenza per disattivarla.

Riassumendo: tutti voi potrete vedere il video di Belen, ma non potrete né divulgarlo, né conservarne una copia nella memoria del pc, dovendovi per il futuro accontentare della semplice vostra memoria…

Alcune considerazioni.

Vien da chiedersi perché, nonostante tutto questa baraonda sollevata dai media, il video porno di Belen sia ancora online.

È vero, al di là di tutto, c’è una ragione di mercato: un’enorme richiesta. E il sito che diffonde impunemente il filmato sta facendo il record di visite, con conseguente vendita di spazi pubblicitari. Ma, in tutto ciò, le autorità non ci fanno una bella figura, dimostrando ancora una volta come il web, nonostante leggi, censure, restrizioni, ordinanze cautelari e sequestri, faccia sempre di testa sua. La rete è liquida e, come tutti i fluidi, quando si cerca di chiuderla in uno spazio, trova sempre il modo per sgusciare fuori da un’altra parte.

È facile quindi concludere che, al di là di quello che prevede  in astratto la norma, scarse sono, in questi casi, le tutele effettive, tali dovendosi considerare solo quelle che possano raggiungere un risultato tempestivo, prima che il danno diventi irrimediabile.

A ciò si aggiunge anche una scarsa conoscenza, da parte delle autorità, di quelle che sono le tecniche adottate dal cybercrime e degli strumenti per combatterle.

Questa inefficienza trova un esempio emblematico nel precedente raccontato dal puntuale avvocato Gianluca Pomante, sul proprio blog.

Alcune foto, scattate da una coppia in un momento di intimità, sono state poi dall’uomo pubblicate sulla rete senza il consenso della compagna. Dopo la denuncia di quest’ultima, la Procura della Repubblica ha inteso perseguire il reo con l’accusa di “interferenze illecite nella vita privata[2]. Un’accusa che ha portato al proscioglimento dell’imputato perché il Pubblico Ministero procedente aveva sbagliato il capo di imputazione. Vediamo perché.

Affinché vi sia reato di “interferenze illecite” (secondo comma) sono necessari due elementi:

a) che il reo si sia procurato indebitamente le immagini;

b) che tali immagini siano state diffuse personalmente dal reo.

Nel caso di specie, invece, i due presupposti non ricorrevano perché:

a) quanto al primo punto, le foto erano state scattate di comune accordo dalla coppia;

b) quanto al secondo punto, l’uomo aveva dichiarato di aver registrato le foto in un cd e di averlo poi smarrito. Essendo state, poi, tali immagini condivise attraverso un software di filesharing – che notoriamente non consente di risalire al primo soggetto che le ha divulgate -, non si è raggiunta la prova sulla volontà, da parte dell’imputato, di pubblicare le immagini e quindi alla sua colpevolezza. Con ulteriore danno per la povera donna, lesa due volte nell’intimità.

Le cose, però, non sarebbero andate così se il capo di imputazione fosse stato diverso. Se l’uomo fosse stato accusato di “trattamento illecito di dai personali”, sarebbe scaturita una condanna per il sol fatto di aver conservato le foto senza custodirle con diligenza. La legge 196/2003 sulla privacy, infatti – pur consentendo di conservare i dati di terzi per uso personale, se autorizzati (autorizzazione che, nel caso di specie, c’era stata) – punisce la loro comunicazione e diffusione o comunque la mancata adozione di misure di sicurezza per impedire che altri pubblichino o diffondino i dati.

In questo caso, pertanto, il solo fatto che vi fosse stata una pubblicazione, a prescindere da chi ne fosse l’artefice, rendeva l’uomo di per sé colpevole.

Come dire che, se non riesci a condannare Al Capone per omicidio, meglio incriminarlo per evasione fiscale.

Come giustamente sottolinea il collega Pomante, a essere impreparata quindi non è la legge, bensì gli operatori del diritto che dovrebbero applicarla.


note

[1] Art. 600 ter:

1. Chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da lire cinquanta milioni a lire cinquecento milioni.

2. Alla stessa pena soggiace chi fa commercio del materiale pornografico di cui al primo comma.

3. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da lire cinque milioni a lire cento milioni.

4. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui ai commi primo, secondo e terzo, consapevolmente cede ad altri, anche a titolo gratuito, materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa da lire tre milioni a lire dieci milioni.

[2] Art. 615 bis.

Chiunque mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’articolo 614, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace, salvo che il fatto costituisca più grave reato, chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, le notizie o le immagini ottenute nei modi indicati nella prima parte di questo articolo.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.


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