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Il reato di maltrattamenti in famiglia

19 Febbraio 2019


Il reato di maltrattamenti in famiglia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 Febbraio 2019



In quali ipotesi è possibile parlare di maltrattamenti in famiglia, chi può rendersene responsabile e nei confronti di quali soggetti possono essere posti in essere?

Ritieni di essere vittima di maltrattamenti in ambito familiare e vuoi conoscere quali sono i requisiti necessari perché tali atti possano essere perseguiti dall’autorità giudiziaria? Pensi che un tuo conoscente sia abitualmente vessato dal datore di lavoro, al punto da non poter più lavorare serenamente, o ancora, che un disabile subisca aggressioni fisiche e/o verbali da parte di colui che dovrebbe prendersene cura? Analizziamo nel dettaglio in quali casi ed a quali condizioni è possibile parlare di reato di maltrattamenti in famiglia ed approfondiamo la relativa disciplina normativa.

Che cosa si intende per maltrattamenti in famiglia?

Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, meglio noto come reato di maltrattamenti in famiglia, è disciplinato dal Codice penale e rientra tra i delitti contro la famiglia e, più specificamente, tra i delitti contro l’assistenza familiare [1].

La norma che incrimina questo deprecabile reato è stata di recente modificata dal legislatore, a seguito dell’entrata in vigore della legge di ratifica [2] della Convenzione di Lanzarote, avente ad oggetto la tutela dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.

Come si vedrà a breve, il legislatore ha in questa maniera voluto estendere l’ambito di applicazione del reato in esame, in considerazione del preoccupante incremento degli episodi di maltrattamenti registrati in ambito familiare negli ultimi anni.

Si tratta di un reato abituale che, in quanto tale, scatta soltanto se e nella misura in cui gli atti di vessazione non si risolvano in sporadici e singoli episodi, ma consistano in una serie indefinita di violenze psico-fisiche ai danni della vittima e per un lasso di tempo sufficientemente apprezzabile.

Affinché possa parlarsi di reato di maltrattamenti in famiglia, è quindi necessario che siano posti in essere comportamenti abituali, caratterizzati da una serie indeterminata di minacce, molestie, ingiurie e, in generale, vessazioni tali da ridurre la vittima in uno stato di soggezione nei confronti del reo, non essendo sufficienti atti di violenza occasionali ed isolati.

Ad esempio, non è possibile parlare di maltrattamenti in famiglia se un soggetto pone in essere un unico atto di violenza nei confronti del figlio o del coniuge, proprio poiché si tratta di un episodio singolo e non abituale.

Risponde, invece, del reato in esame colui che, ad esempio, è solito sopraffare ripetutamente un familiare, tramite minacce e violenze reiterate nel tempo oppure con atti di vessazione che riducono la vittima in uno stato di costante soggezione.

Il termine “maltrattamenti”, inoltre, va inteso in senso ampio, poiché comprende gli atti non solo di violenza fisica, ma anche quelli di violenza psicologica e morale, idonei a produrre nella vittima sofferenza, spavento, angoscia, tensione, eccetera.

Chi può essere denunciato per maltrattamenti in famiglia?

Come si comprende dalla lettura della norma di legge in esame [1], tutti coloro che compiono atti di vessazione nei confronti di familiari e conviventi possono rendersi responsabili del reato di maltrattamenti in famiglia.

Si tratta, infatti, di un reato comune che, in quanto tale, non richiede il possesso da parte di chi lo realizza di particolari requisiti soggettivi, né pretende che il responsabile ricopra un determinato ruolo.

Quali soggetti possono essere vittime del reato di maltrattamenti in famiglia

Perché il reato di maltrattamenti in famiglia possa ritenersi in concreto esistente, è necessario che vi sia un particolare rapporto tra il reo e la vittima.

La legge stabilisce infatti che il reato è integrato soltanto se la vittima è una persona facente parte della famiglia del reo, oppure se è con esso convivente o, ancora, se si tratta di un soggetto sottoposto alla sua autorità o a lui affidato per motivi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o lavorativi.

Si pensi, ad esempio, all’ipotesi in cui un soggetto sia solito vessare il proprio figlio, con comportamenti reiterati violenti, fisici e verbali, e con la volontà di farlo vivere in uno stato di costante terrore.

Si pensi, ancora, a colui che rivolge alla persona convivente continui insulti, prepotenze e cattiverie tali da ridurla in uno stato di insostenibile dolore ed avvilimento e da non consentirle di reagire a simili soprusi.

Come anticipato, l’estensione della previsione che incrimina i maltrattamenti in famiglia anche ai conviventi è frutto della recente modifica apportata dal legislatore nel 2012.

In passato, infatti, poteva parlarsi di questo reato soltanto se i maltrattamenti venivano posti in essere in danno di familiari propriamente intesi e, cioè, nei confronti dei componenti della famiglia legittima, ossia fondata sul matrimonio.

Restavano, quindi, esclusi tutti quei soggetti che, seppure di fatto conviventi con il reo, non erano allo stesso legati da rapporti giuridici.

Prima della riforma del 2012, non poteva quindi parlarsi di reato di maltrattamenti in famiglia laddove il reo avesse usato violenza o minaccia nei confronti del partner che, sebbene convivente, non era a lui legato dal vincolo del matrimonio; in tale ipotesi, erano configurabili altri delitti (ad esempio, quello di violenza privata e di minaccia), ma non quello di maltrattamenti in famiglia.

Oggi, invece, il reato di maltrattamenti in famiglia scatta anche nell’ipotesi in cui gli atti di prevaricazione siano perpetrati in danno di persona soltanto convivente con il reo e, dunque, a costui legata da un rapporto affettivo tendenzialmente stabile, sia pure non giuridicizzato.

È quindi necessario e sufficiente che tra reo e vittima vi sia una relazione stabile, anche soltanto di fatto, dalla quale siano sorti rapporti di assistenza, solidarietà e protezione reciproca, per un periodo di tempo apprezzabile.

Ad esempio, risponde del reato in esame colui che abitualmente usa violenza fisica e/o morale in danno della donna con cui, pur non essendo sposato, convive e ha una relazione sentimentale stabile, oppure chi pone in essere reiteratamente condotte di sopraffazione nei confronti del figlio della compagna.

La giurisprudenza ritiene, inoltre, che il reato di maltrattamenti in famiglia scatti anche se gli atti di violenza e sopraffazione siano realizzati dopo la cessazione della convivenza e la separazione tra i coniugi, perché quest’ultima non fa venire meno il dovere di rispetto reciproco nascente dal matrimonio.

Se un soggetto è solito avere comportamenti vessatori nei confronti della moglie, dalla quale è ormai separato, tali da ridurre la donna in uno stato di timore ed esasperazione, allora può essere incriminato a titolo di maltrattamenti in famiglia.

Come visto, il reato di maltrattamenti in famiglia sussiste anche quando gli atti di violenza vengono realizzati nell’ambito di rapporti para-familiari, come quelli lavorativi, educativi, di assistenza e/o cura.

Ad esempio, il reato di maltrattamenti in famiglia ricorre quando il datore di lavoro si rapporta in maniera reiteratamente ostile con uno o più dipendenti, creando un clima talmente intimidatorio ed umiliante da ledere la loro integrità psico-fisica o da impedire loro di prestare l’attività lavorativa in maniera serena e dignitosa.

In proposito, la giurisprudenza ha tuttavia chiarito che, affinché possa parlarsi di maltrattamenti in famiglia, deve trattarsi di un rapporto lavorativo sufficientemente stretto, caratterizzato da relazioni intense ed abituali e dalla soggezione del lavoratore nei confronti del datore di lavoro.

Di conseguenza, la giurisprudenza ha escluso la ricorrenza di questo reato nell’ipotesi in cui i maltrattamenti siano, ad esempio, realizzati dal sindaco in danno di un dipendente comunale, poiché tra costoro non vi è un rapporto di supremazia-dipendenza assimilabile a quello di natura familiare [3].

Il reato di maltrattamenti in famiglia è inoltre ravvisabile quando le vessazioni vengono realizzate in danno di una persona affidata al reo per ragioni di istruzione, educazione, cura, vigilanza o custodia.

Si pensi, al riguardo, ai maltrattamenti perpetrati da un insegnante nei confronti dell’alunno, purché non si rientri nel campo applicativo di un altro reato, quale quello dell’abuso dei mezzi di correzione e disciplina [4], che ricorre quando il reo, titolare di un potere disciplinare verso la vittima, esagera nell’uso degli strumenti educativi, al punto da provocare nella persona offesa il pericolo di insorgenza di una malattia.

Il reato di maltrattamenti in famiglia ricorre, inoltre, quando un soggetto rivolge atti di violenza e sopraffazione nei confronti della persona disabile che ha in affidamento e/o se ne disinteressa totalmente, lasciandola, ad esempio, con abiti sporchi e dimessi, non nutrendola o, ancora, non curando la sua igiene personale, così da produrre nella vittima insostenibili umiliazioni e sofferenze.

Rientra nell’ambito del reato di maltrattamenti in famiglia anche la condotta di chi, avuto in consegna un minore allo scopo di accudirlo e educarlo, consente che questo viva in uno stato di abbandono o, addirittura, lo costringa a chiedere l’elemosina [5].

Riguardo a tali ipotesi, sempre più frequente nella prassi, e a tutti quei casi di maltrattamenti posti in essere per motivi religiosi o culturali da parte di chi cerca, con atti così gravi, di rivendicare la propria supremazia in famiglia, la giurisprudenza ha chiarito che simili convinzioni non possono in alcun modo giustificare condotte violente, perché si pongono in contrasto con i valori fondamentali del nostro ordinamento giuridico e, pertanto, sono idonee a far scattare il reato in esame.

Si pensi, in proposito, ai casi balzati all’attenzione della cronaca, in cui i genitori vessano ed impiegano la violenza psico-fisica nei confronti dei familiari che decidono di cambiare il proprio credo religioso o il proprio stile di vita, in contrasto con i principi ed i valori della famiglia di origine [6].

In quali ipotesi il reato di maltrattamenti in famiglia viene punito più severamente

Il legislatore ha stabilito che, in alcune ipotesi espressamente previste [7], il reato di maltrattamenti in famiglia debba essere perseguito in maniera più severa ed il responsabile punito più gravemente.

Tra queste ipotesi rientra quella in cui dalle condotte vessatorie derivi una lesione personale grave, gravissima o, addirittura, la morte della vittima.

Può parlarsi di lesione grave, ai sensi di legge [8], se dal fatto deriva una malattia di durata superiore ai quaranta giorni oppure l’indebolimento permanente di un senso o di un organo.

La lesione è, invece, gravissima [9], se la malattia scaturita dai maltrattamenti è certamente o probabilmente incurabile o se consiste nella perdita totale di un senso o di un arto ovvero nello sfregio permanente del viso.

In passato, era prevista una ulteriore circostanza idonea ad aggravare il reato di maltrattamenti in famiglia, la quale comportava l’aumento della pena nell’ipotesi in cui il delitto in questione venisse commesso in danno di una persona minore degli anni quattordici.

Tale ultima circostanza, tuttavia, è stata successivamente abrogata dal legislatore nel 2013 [10].

note

[1] Art.572 del cod. pen.

[2] L. n. 172 dell’1.10.2012.

[3] Cass. pen. sez. VI n. 43100 del 22.11.2011.

[4] Art. 571 cod. pen.

[5] Cass. pen. sez. VI n. 3419 del 30.01.2007.

[6] Cass. pen. n. 55 dell’8.01.2003.

[7] Art. 572 co. 2° del cod. pen.

[8] Art. 583 cod. pen.

[9] Art. 590 cod. pen.

[10] Art. 1 co. 1° bis D. L. 14.08.2013 n. 93, convertito con modificazioni nella L. n. 119 del 15.10.2013.


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