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Acqua non potabile: si paga di meno?

30 Gennaio 2019


Acqua non potabile: si paga di meno?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Gennaio 2019



Se dai rubinetti sgorga acqua che puzza o sporca, o che sa di ruggine, o in cui è presente arsenico sopra le soglie consentite è possibile chiedere la restituzione sulla bolletta del canone dovuto alla depurazione.

Sono poche le famiglie che ormai attingono l’acqua dal rubinetto per riempire le comuni bottiglie di vetro e berla a tavola. Tuttavia si continua ad usare l’acqua corrente per cuocere la pasta, fare il caffè, bollire le uova, lavare frutta e verdura, ecc. Insomma è impossibile, anche al giorno d’oggi, evitare il contatto tra ciò che ingeriamo nel nostro organismo e ciò che è presente negli acquedotti, nelle condutture comunali e nei tubi che giungono fino ai nostri appartamenti. Ecco perché è sempre bene conoscere il grado di purezza dell’acqua che ci viene fornita, la qualità, l’eventuale presenza di agenti inquinanti. Del resto, con la bolletta paghiamo un’acqua che si professa potabile; per cui, al di là delle precauzioni che si vogliono adottare, abbiamo comunque diritto a un’acqua che si possa bere senza rischi per la salute. Di fatto sappiamo che ciò non sempre avviene: come possiamo tutelarci in tali situazioni? Se l’acqua non è potabile si paga di meno? 

La questione è stata dibattuta più volte all’interno delle aule dei tribunali. Non pochi giudici hanno riconosciuto uno sconto sulla bolletta idrica dovuta dagli utenti al gestore locale a causa della presenza di arsenico o detriti, per il colore torbido o per l’odore forte. Sulla presenza di calcio, invece, ancora non vi sono pronunce dipendendo ciò anche dalla fonte naturale. 

Il problema dell’acqua non potabile e del pagamento della bolletta in misura ridotta è stato affrontato, proprio di recente, dal Giudice di Pace di Cagliari che, con una sentenza del 2018 [1], ha fornito un ulteriore contributo all’argomento di interesse nazionale.

La causa per ottenere lo sconto sulla bolletta dell’acqua

Il principio fissato dal magistrato è abbastanza chiaro e, del resto, confluisce in quel filone di giurisprudenza che dà ragione agli utenti privati: tutte le volte in cui l’acqua del rubinetto è sporca e magari ha colore e odore di ruggine, la tariffa non va pagata a prezzo pieno, ma deve essere ricalcolata come quando si eroga acqua grezza. 

Chiaramente, non ci si può basare sull’olfatto o sulla vista: è necessaria la prova di tali affermazioni e questa passa solo attraverso analisi di laboratorio. Chi ha il sospetto di bere un’acqua non conforme agli standard ministeriali che sanciscono le soglie di pericolosità deve prelevare un campione dell’acqua che sgorga dal rubinetto e portarlo in un centro specializzato. Se anche i risultati delle analisi confermano ciò che l’occhio e il naso umano percepisce – ossia la presenza di acqua non potabile – si può intentare la causa al gestore. Nel corso del giudizio, il giudice sarà tenuto a nominare un proprio consulente che rediga un’ulteriore perizia a conferma di quella già depositata dalla parte. Se anche il consulente tecnico d’ufficio (cosiddetto CTU) conferma che l’acqua non può essere utilizzata non solo per uso domestico ma anche per lavarsi, scatta allora la condanna del gestore a risolvere al più presto il problema, a segnalare – con mezzi pubblici di informazione – la pericolosità del liquido alla collettività e, infine, l’obbligo di restituire parte del prezzo incassato con le bollette degli ultimi cinque anni (tale infatti è il termine di prescrizione per le azioni restitutorie), ivi compresi i vari conguagli. Si ricorda però che, a partire dal 2019, la prescrizione è scesa a due anni.  

Giudice competente per l’azione di restituzione della bolletta acqua

La controversia va instaurata davanti al giudice del tribunale ordinario e non al Tar. Come spiegato dalla Cassazione, «In ipotesi di azione risarcitoria proposta nei confronti del gestore del servizio idrico integrato, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario se si controverte soltanto del risarcimento del danno causato all’utente dalla fornitura di acqua in violazione dei limiti ai contenuti di sostanze tossiche – nella specie, come l’arsenico ed i fluoruri – imposti da disposizioni anche di rango Eurounitario, ovvero del diritto alla riduzione del corrispettivo della fornitura stessa per i vizi del bene somministrato: infatti, l’attività di programmazione o di organizzazione del servizio complessivo di fornitura di acqua posta in essere dalla pubblica amministrazione incaricata della gestione di quello costituisce soltanto il presupposto dell’erogazione di acqua non conforme e, quindi, del non esatto adempimento delle obbligazioni in capo al gestore in forza del rapporto individuale di utenza» [2].

A quanto ammonta lo sconto sulla bolletta dell’acqua non potabile?

A quanto ammonta l’indebito che va rimborsato ai consumatori? Il calcolo dovrebbe tenere conto della parte di bolletta versata dai consumatori a titolo di «contributo per la depurazione» dell’acqua: questa voce, laddove l’acqua non sia potabile, non deve infatti essere presente nella bolletta.

Le spese legali seguono la soccombenza: significa che la parte sconfitta deve rimborsare a quella vincitrice le spese sostenute per il giudizio, ivi compresa la parcella dell’avvocato.

Acqua potabile e arsenico

Si è in passato parlato spesso della presenza di arsenico nell’acqua potabile, tollerabile solo fino a una certa soglia. In particolare è stato detto che [3] la concentrazione di arsenico nell’acqua potabile può arrivare fino a 20 ug/l senza rischi per la salute, salvo casi particolari.

Proprio in tema di concentrazione ammissibile di arsenico nell’acqua potabile, la Commissione Europea ha spiegato [4] che le prove scientifiche nei documenti indicati in riferimento negli orientamenti dell’Organizzazione mondiale della sanità e nel parere del comitato scientifico dei rischi sanitari e ambientali consentono deroghe temporanee fino a 20 µg/l, mentre valori di 30 40 e 50 µg/l determinerebbero rischi sanitari superiori, in particolare talune forme di cancro, e conseguentemente non ha concesso le deroghe richieste dall’Italia per valori superiori a 20 µg/l. Tanto è stato chiarito anche dal tribunale di Roma con una recente sentenza [5].

Non si dimentichi che se a utilizzare l’acqua non potabile è una ditta che realizza prodotti destinati al consumo umano scatta un apposito reato [6]. Tale disposizione richiede, tuttavia, la nocività del prodotto, essendosi in presenza di un reato di pericolo per la salute pubblica che deve essere però concreto ed attuale. La sola constatazione della mancata osservanza delle disposizioni di legge o il riferimento ad un pericolo astratto non integrano l’ipotesi delittuosa.

Se nell’appartamento in affitto c’è acqua non potabile

È interessante una sentenza del tribunale di Mantova [7] secondo cui qualora il conduttore di un immobile destinato ad uso abitativo non abbia potuto fruire dell’acqua potabile, in quanto contaminata da arsenico, va disposta una congrua riduzione del canone di locazione (nella specie, si è ritenuta equa una diminuzione del quaranta per cento) per tutto il tempo in cui l’inconveniente si è protratto.

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note

[1] Giudice di pace di Cagliari sent. n. 1453/2018.

[2] Cass. sent. n. 32780/2018. 

[3] Trib. Roma, sent. n. 13695/2017.

[4] Commissione Europea decisione del 28.10.2010 n. 7605.

[5] Trib. Roma, sent. n. 20581/2017. Cfr. anche Consiglio di Stato sent. n. 3390/2013: «La ratio sottesa alla disciplina in deroga nelle concentrazione di arsenico nelle acque destinate al consumo umano consiste nella realizzazione di un ragionevole bilanciamento tra situazioni giuridicamente tutelate (sul piano costituzionale e comunitario), nella specie, tra il diritto alla salute (peraltro, con una tecnica di tutela preventiva improntata al principio di precauzione, tenuto conto della opinabilità scientifica dei parametri correlati alla presenza nelle acque di elementi minerali di origine geologica e della loro pericolosità per la salute), e l’esigenza di evitare i rischi igienico-sanitari connessi alla limitazione d’uso o di sospensione della distribuzione idrica, pure incidenti in modo pregiudizievole su interessi primari della collettività e della persona. Alle amministrazioni coinvolte (non solo a quella statale, ma anche a quelle regionali e agli enti locali), la normativa di settore – di derivazione comunitaria – ha attribuito la responsabilità, con il correlativo potere, di individuare un punto di equilibrio dinamico in termini di rischi-benefici, improntata ai principi di proporzionalità e ragionevolezza, tant’è che la concessione della deroga è stata subordinata alla previsione ed alla implementazione delle misure necessarie a ripristinare la qualità dell’acqua nel tempo, in un regime di costante sorveglianza e monitoraggio. Pertanto, non è configurabile quella lesione o messa a pericolo del diritto alla salute paventata, e dunque neppure una condotta (attiva od omissiva) contra ius, poiché le relative esigenze di tutela sono state considerate in modo esaustivo dalle autorità comunitarie e nazionali, in contemperamento con gli interessi pubblici e le situazioni giuridiche confliggenti, attraverso un’azione legislativa e amministrativa che, in un’ottica di precauzione inserita in un processo dinamico di progressivo adeguamento degli standard del servizio in esame ai valori ottimali “a regime”, era tesa a ridurre progressivamente i valori parametrici al fine di incrementare il livello di protezione degli utenti del servizio idrico ed a contrastare la presenza naturale dell’arsenico negli acquiferi destinati alla produzione di acque potabili.»

[6] Art. 5 co. 1 lett. d) L. n. 283/1962. Così Cass. sent. n. 2375/2011.

[7] Trib. Mantova sent. dell’11.02.2014.


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