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Attività commerciale: ditta individuale o società se riguarda bambini?

2 Marzo 2019
Attività commerciale: ditta individuale o società se riguarda bambini?

Mia moglie intende aprire una nuova attività in locale commerciale (piano strada) per dare principalmente consulenza per uso di fasce e marsupi per bambini (certificata in apposita scuola). In uno spazio molto ridotto, vi sarà del materiale in vendita (fasce e qualche giocattolo). È prevista anche la somministrazione di bevande e alimenti (piccola merenda x i bambini presenti). Qual è la forma migliore per avviare questa attività? Ditta individuale con p.iva, associazione o altro? 

Secondo quanto indicato nel quesito l’attività che si intende svolgere comprende diverse fattispecie: una consulenza, tipica delle attività professionali; una vendita di materiali, tipica delle attività commerciali e la predisposizione di merende per i bimbi, tipica della somministrazione alimenti e bevande.

Più che porre un quesito, per altro, viene in realtà richiesto un parere su quale sia la forma migliore per esercitare tutte queste attività contemporaneamente, suggerendo alcune soluzioni (partita iva individuale, associazione, ecc.).

Per fornire una risposta corretta alla richiesta di parere è necessario fare una premessa, infatti la scelta della forma da utilizzare per esercitare una attività economica dipende da molti fattori:

– il rischio, d’impresa e professionale che si assume nello svolgere le attività economiche prescelte; 

– gli eventuali obblighi di legge, amministrativi e fiscali, che occorre rispettare per svolgere le attività economiche prescelte;

– il costo, economico e fiscale, della creazione, della acquisizione e del mantenimento della forma da utilizzare.

Si ritiene che il primo elemento da valutare, per scegliere la forma sotto la quale svolgere una attività o una serie di attività, sia infatti il rischio d’impresa che viene assunto dall’imprenditore.

Il rischio è tanto più rilevante quanto più le attività sono attinenti a, o  comportano riflessi su, la salute delle persone e le fasce deboli della società (anziani, bimbi, disabili, ecc.), pertanto si ritiene che le attività indicate comportino sicuramente rischi da tenere in attenta considerazione (uso e vendita di attrezzature e giochi per bimbi e neonati, somministrazione di alimenti a bambini).

Da tali rischi potrebbero discendere conseguenze sia di carattere civilistico, in caso di danni a persone e/o a cose, che di carattere penale, eventuali danni alla salute dei piccoli utenti dei locali, causati da malesseri causati dalla somministrazione o dall’utilizzo dei giochi e delle attrezzature.

Il secondo fattore da considerare è costituito dagli obblighi di legge da rispettare per esercitare una certa attività e, nel caso specifico, a parte la consulenza, che non richiede particolari autorizzazioni, invece la vendita di materiali richiede una autorizzazione comunale preventiva – Scia ovvero segnalazione certificata di inizio attività – mentre la somministrazione di alimenti e bevande necessita non solo di una Scia, ma anche di opportuna autorizzazione sanitaria, sia dei locali, sia dei cibi e delle bevande che vengono forniti qualora non confezionati e frutto di manipolazioni, inoltre occorre anche la presenza dei requisiti di legge per la somministrazione in capo o al titolare o ad un delegato di quest’ultimo.

L’ultimo elemento da prendere in considerazione, infine, è il costo della creazione e del mantenimento della forma da utilizzare per svolgere le attività suddette.

Sotto il profilo fiscale, occorrerà effettuare una valutazione di convenienza economica che può essere fatta solo in presenza di un conto preventivo di costi e ricavi attesi, senza il quale non si può esprimere alcun parere.

Sotto il profilo previdenziale le attività commerciali richiedono l’obbligatoria iscrizione all’Inps – gestione commercianti, mentre le attività di consulenza richiedono l’iscrizione all’Inps – gestione separata, dunque se le attività da svolgere rientrano in entrambe queste ipotesi occorrerà verificare la possibilità di iscrizione contemporanea alle due gestioni oppure si dovrà scegliere una gestione “assorbente” che nel caso di specie sarà sempre quella della gestione commercianti.

Sotto il profilo dei costi di creazione e mantenimento la differenza fra una partita iva individuale ed una società è piuttosto variabile ma, in genere, si può dire in termini percentuali che una ditta individuale ha costi di inizio attività e di mantenimento annuale – contabilità e consulenza – pari a circa il 50%/60% di quelli necessari per una società di persone o di capitali.

Premesso quanto sopra, il professionista cercherà sempre di consigliare, sebbene più onerosa, la struttura migliore per evitare i rischi, pur facendo un calcolo di convenienza economica ovviamente, infatti evitare un rischio ha sempre un costo, che vale la pena di sostenere purchè sia logico e razionale e proporzionato al rischio che deve evitare.

Nel caso specifico occorre ancora notare che nel quesito non sono indicati numeri di potenziali clienti e di ricavi attesi, dunque si ritiene che si tratti di una attività tutta da esplorare senza riferimenti oggettivi che, a priori, possano offrire un riferimento sull’effettivo risultato economico previsto, soprattutto in fase di start-up.

Alla luce di tutto quanto sopra la scelta della forma da utilizzare può oscillare fra due estremi: da una parte la creazione di una impresa individuale in regime forfetario con l’indicazione di tre codici di attività, scegliendo il prevalente fra quello dei tre che si ritiene essere quello che produrrà i maggiori ricavi, dall’altra la creazione di una società a responsabilità limitata semplificata.

La ditta individuale elimina molti adempimenti burocratici e fiscali ma lascia aperta la porta al rischio patrimoniale e penale, in capo al titolare, in caso di problemi con la salute dei bimbi, mentre la Srls invece può limitare il rischio, anche se solo quello patrimoniale e non quello penale, che permane in capo all’amministratore.

La soluzione suggerita della associazione, alla luce delle recente riforma degli enti del terzo settore non appare utilizzabile in quanto piuttosto complessa, onerosa e dipendente dalla necessaria presenza di terzi associati senza i quali la struttura non reggerebbe, con conseguenze imprevedibili in capo a chi effettua un qualsiasi investimento.

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Mauro Finiguerra


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