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Indagini sul conto corrente: 8 soluzioni a problemi quotidiani

31 Gennaio 2019


Indagini sul conto corrente: 8 soluzioni a problemi quotidiani

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 Gennaio 2019



Accertamenti fiscali su prelievi, bonifici e versamenti di contanti: fin dove può arrivare l’Agenzia delle Entrate? I controlli sui conti esteri e Paypal.

Il timore delle indagini della Guardia di Finanza o dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti ha molta presa sui contribuenti che, spesso, al fine di evitare contestazioni, preferiscono ricorrere ai cari e vecchi contanti. Ciò non necessariamente se si ha qualcosa da nascondere, ma anche quando non si dispone delle prove documentali  – da opporre al fisco in caso di accertamenti – circa la correttezza del proprio operato. Facciamo un esempio: se i tuoi genitori, sapendo che sei disoccupato, ti hanno regalato negli anni diverse migliaia di euro e tu, d’un tratto, decidi di trasferirla dal materasso al conto corrente, dovresti poi spiegare all’Agenzia delle Entrate la provenienza del denaro, ossia che si è trattato di donazioni e non di guadagni. E se non hai firmato e registrato un apposito atto di donazione, tali somme ti verranno ugualmente tassate, pur essendo esenti.

Per evitare di incorrere in facili errori, abbiamo voluto sintetizzare in questo articolo 8 soluzioni a problemi quotidiani in materia di indagini sul conto corrente. Scoprirai che quando la controparte è il fisco nulla è scontato.

Indagini sul conto del coniuge: sono legittime?

Immagina di aver acceso un conto corrente a nome di tua moglie e di far transitare su di esso alcune somme che, in verità, dovrebbero essere dirette a te. Lo fai per non destare sospetti ed evitare la tassazione degli importi: tua moglie è infatti disoccupata e presumi che il conto di una casalinga non sia sottoposto a controlli. Bene, se ragioni in questo modo ti sbagli di grosso. Infatti, tutte le volte in cui vi è il fondato sospetto di una intestazione fittizia del conto corrente, l’Agenzia delle Entrate può estendere i controlli fiscali anche al conto corrente del coniuge. A tale conclusione è arrivata una recente sentenza della Cassazione [1].

Se il conto corrente è cointestato rischio le indagini?

La legge stabilisce [2] che tutti i bonifici ricevuti e i versamenti di denaro contante effettuati sul conto corrente del contribuente e da questi non “riportati” nella dichiarazione dei redditi annuale vengono considerati come reddito imponibile e quindi, in caso di controlli, vengono tassati. Per evitare questa conseguenza bisogna cautelarsi in anticipo: o evitando di accreditare sul conto delle somme di cui non si può dimostrare la provenienza lecita oppure dimostrando, in ipotesi di accertamento, che tale denaro è già stato tassato alla fonte (v. una vincita al gioco) o è esentasse (v. un risarcimento). In assenza di prova contraria da parte del correntista – prova che deve però essere necessariamente documentale e non può derivare da una testimonianza – si ha quella che viene tecnicamente definita una presunzione a favore dell’Agenzia delle Entrate: in pratica il fisco non deve provare l’irregolarità commessa dal contribuente e può già ritenere che dette somme siano il frutto di un’evasione fiscale.

È questa, forse, una delle disposizioni più penalizzanti per chi utilizza un conto corrente. Ebbene, la legge applica tale presunzione non solo al conto intestato al contribuente ma anche a quello cointestato. Dunque, il marito che cointesta il conto alla moglie o il padre che lo cointesta al figlio non si sottrae dall’accertamento.

Come detto al punto precedente, sono esenti dai controlli solo i conti intestati esclusivamente a persone diverse, anche se legate al contribuente da vincoli familiari (coniuge) o commerciali (soci), salvo che l’Agenzia delle Entrate riesca a dimostrare che l’intestazione a terzi è fittizia e, quindi, la sostanziale imputabilità al contribuente medesimo del rapporto bancario.

Sono disoccupato: il mio conto corrente è soggetto a controlli?

Assolutamente sì: l’Agenzia delle Entrate può sottoporre a indagini – e di fatto lo fa – non solo i conti degli imprenditori o dei professionisti (tradizionalmente considerati a rischio evasione) ma anche quelli di tutti gli altri contribuenti, ivi compresi lavoratori dipendenti, pensionati e disoccupati. Ecco perché il fatto di non avere un reddito non mette al riparo da eventuali verifiche del conto corrente. Anzi, un nullatenente avrà maggiori difficoltà a difendersi dal fisco proprio per per via della contraddittorietà che sussiste tra una situazione di reddito pari a “zero” e un conto corrente invece fiorente.

Sono in contabilità semplificata: devo dimostrare i movimenti bancari?

Secondo una recente sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio [3], anche se il contribuente si trova in contabilità semplificata è tenuto comunque a spiegare in modo analitico tutte le movimentazioni bancarie contestate dal fisco. Sbagliato quindi pensare che il titolare di una piccola impresa con contabilità semplificata non sia tenuto a dare spiegazioni all’Agenzia delle Entrate di tutti i movimenti finanziari.

Ho un conto con Paypal e altri conti esteri: sono soggetti a pignoramento da parte dell’Agenzia Entrate Riscossione?

In ambito nazionale non esiste più il segreto bancario. Le banche e le Poste (e gli altri operatori finanziari) sono tenuti a comunicare all’anagrafe tributaria l’elenco delle persone con cui intrattengono depositi e conti correnti. Questi dati possono essere messi a disposizione dell’agente della riscossione, per l’espropriazione forzata e il pignoramento.

In ambito internazionale (Paesi Ue ed extra-Ue), l’Italia (e suoi organi strumentali, come l’agenzia delle Entrate e l’agente della riscossione) non può «effettuare ricerche presso le anagrafi tributarie di Paesi esteri», perché non ha sovranità e potere d’imperio fuori dai confini nazionali. Può però avvalersi dello scambio di informazioni con Paesi esteri, in forza di accordi, di trattati e di convenzioni, bilaterali e plurilaterali (per esempio, in ambito europeo, si veda la direttiva 2011/16/Ue). Se, per effetto di questa collaborazione, viene appurato che un contribuente detiene depositi e conti correnti all’estero, l’agenzia delle Entrate può chiedere alle autorità fiscali del Paese estero l’espropriazione forzata delle somme, da effettuarsi secondo le regole vigenti in quel Paese.

Posso mandare una denuncia anonima perché non ho ricevuto una fattura?

Le indagini sul conto corrente possono servire ad avvalorare anche le denunce anonime. Denunce che, in quanto carenti di firma, non devono necessariamente essere prese in considerazione dal fisco, ma possono far sorgere quantomeno i sospetti per l’avvio di una indagine. Ad esempio, se hai versato un assegno a un professionista o a un negoziante oppure gli hai fatto un bonifico o hai pagato con carta di credito e questi non ti ha emesso fattura o scontrino, il trasferimento di denaro apparirà sui terminali dell’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima infatti riceve dalle banche tutte le movimentazioni dei conti correnti dei contribuenti (l’archivio in questione, che rientra nell’Anagrafe tributaria, si chiama Archivio dei rapporti finanziari) e può quindi verificare se la tua segnalazione è fondata o meno. In tal caso avvierà un controllo automatico nei confronti dell’evasore e recupererà a tassazione le somme in commento. A conferma di come sia possibile l’accertamento fiscale dopo la denuncia anonima c’è anche un’ordinanza della Cassazione di questi giorni [4].

Quali sono i limiti di importo per i prelievi dal conto?

A differenza dei versamenti e dei bonifici – che devono essere sempre giustificati in caso di controlli – i prelievi invece sono liberi. Ciascun correntista può prelevare dallo sportello o dal bancomat le somme che preferisce; può anche chiudere il conto e richiedere l’intero deposito in contanti. Il dipendente di banca può richiedere chiarimenti sull’uso del denaro solo al fine di prevenire eventuali crimini particolarmente gravi, ma se non hai nulla da nascondere non devi temere nulla.

Quindi non è corretta la prassi di chi, dovendo versare una somma in contanti a un’altra persona, preferisce attingere dal conto non più di qualche centinaio di euro per volta fino a raggiungere l’importo complessivo.

Si ricorda peraltro che il limite al trasferimento di contanti pari a 3mila euro riguarda solo gli scambi tra soggetti diversi e non vale invece per i prelievi in banca.

Ho venduto casa e, con i soldi ottenuti e alcuni titoli che detenevo, ne ho acquistata un’altra. Mi può arrivare un accertamento fiscale?

L’acquisto di beni di lusso come una casa o un’auto può dar luogo a un accertamento mediante redditometro solo se il valore della spesa supera il 20% del reddito dichiarato. Tuttavia il contribuente, prima dell’accertamento, viene chiamato dall’ufficio a spiegare la provenienza del denaro. In quella sede può dichiarare che la somma usata per il nuovo acquisto deriva dalla vendita del precedente immobile. In termini pratici, ciò significa che il contribuente dovrà dimostrare che ha disinvestito beni di cui era prima proprietario, o somme depositate in fondi, conti correnti o altro, per pagare l’acquisto immobiliare in questione. In tutte queste ipotesi, occorrerà fornire prova della tracciatura del denaro, al fine di dimostrare che quello specifico disinvestimento è stato utilizzato per l’acquisto oggetto di indagine. Le somme precedentemente accantonate/investite devono essere frutto di redditi regolarmente tassati o legittimamente non transitati in dichiarazione. Se si riesce a fornire tale prova, non è necessario alcun riscontro rispetto al reddito conseguito nell’anno dell’acquisto.

note

[1] Cass. sent. n. 2386/19.

[2] Art. 32 Dpr 600/1973.

[3] Ctr Lazio, sent. n. 8908/18.

[4] Cass. sen. n. 1348/19 del 18.01.2019.


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