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Cosa succede se abbandono il posto di lavoro?

4 Febbraio 2019


Cosa succede se abbandono il posto di lavoro?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Febbraio 2019



Il lavoratore che abbandona il posto di lavoro senza un valido motivo rischia pesanti conseguenze disciplinari che possono anche arrivare al licenziamento.

Recentemente si è sentito molto parlare di furbetti del cartellino e, in generale, della prassi di alcuni dipendenti, diffusa in alcune pubbliche amministrazioni, che timbrano il cartellino anche per conto dei loro colleghi, che non sono realmente in servizio, o che durante l’orario lavorativo abbandonano il posto di lavoro per andare a fare spesa, per andare in palestra o per altre finalità personali e non di servizio. Cosa succede se abbandono il posto di lavoro? E’ bene che qualsiasi dipendente a cui venga in mente di allontanarsi senza giustificazione dal luogo di lavoro si ponga questa domanda poiché le conseguenze che rischia di subire sono pesanti e possono anche portare al suo licenziamento disciplinare. In questo articolo cerchiamo di capire meglio cosa succede se si abbandona il posto di lavoro.

I doveri del lavoratore

Il contratto di lavoro, al pari di ogni altro contratto in cui le parti si scambiano reciprocamente delle prestazioni, prevede obblighi a carico di ciascuna delle parti.

Il datore di lavoro deve pagare regolarmente lo stipendio nei tempi previsti dal contratto collettivo di lavoro, deve adibire il dipendente alle mansioni previste nel contratto, deve tutelare la salute e la sicurezza del dipendente, etc.

Il lavoratore è parimenti gravato da una serie di obblighi e di doveri che derivano direttamente dalla legge, dal contratto collettivo di lavoro o dal contratto individuale di lavoro.

Il principale dovere del dipendente è eseguire le direttive e le prescrizioni impartite dal datore di lavoro. E’ proprio per questo che si parla di rapporto di lavoro subordinato. Il dipendente è, infatti, assoggettato al potere direttivo del datore di lavoro che stabilisce cosa deve fare il dipendente e con quali tempistiche [1].

Durante l’orario di lavoro previsto nel contratto di lavoro va da sè che il dipendente non può dedicarsi a nessuna attività diversa da quelle di lavoro e non può in nessun caso allontanarsi dal posto di lavoro a meno che ciò non gli sia prescritto dall’azienda stessa.

Vi sono infatti numerosi casi in cui è il datore di lavoro a chiedere espressamente al lavoratore di svolgere la prestazione di lavoro in un luogo diverso dalla sede abituale di lavoro. Questo è il caso delle attività esterne e delle trasferte che prevedono, peraltro, anche il pagamento di apposite indennità per il dipendente.

Cos’è l’abbandono del posto di lavoro?

Veniamo ora al cuore del problema. Come detto, durante l’orario di lavoro, il dipendente deve restare nella sede di lavoro a svolgere le proprie mansioni e, più in generale, deve restare a disposizione del datore di lavoro che potrebbe, in ogni momento, comunicargli cosa deve fare ed impartirgli direttive.

L’obbligo di non allontanarsi dal luogo di lavoro è direttamente connesso al rapporto di lavoro: il dipendente viene pagato per essere presente nel luogo di lavoro per tutto l’arco dell’orario di lavoro e non può dunque allontanarsi in modo arbitrario.

Per parlare di abbandono del posto di lavoro, però, il dipendente deve effettivamente andarsene dalla sede di lavoro. Diversa cosa, infatti, è il mero allontanamento del posto di lavoro che si caratterizza per il breve lasso temporale in cui il lavoratore si allontana dal lavoro e per il fatto che, a livello spaziale, il dipendente non va lontano ma si allontana leggermente dalla sede lavorativa.

Si deve però sottolineare che non è tanto il fattore tempo ad essere rilevante. In altre parole, si ha abbandono del posto di lavoro non solo se l’allontanamento dalla sede lavorativa si prolunga per molto tempo. Ciò che conta, infatti, per poter parlare di abbandono del posto di lavoro è che tale comportamento può incidere negativamente sulle esigenze del servizio.

Non conta dunque che l’assenza si protragga per due minuti o per due ore: si ha abbandono se questo allontanamento incide sulle esigenze del servizio perché, ad esempio, lascia scoperto un servizio, crea un disagio organizzativo, espone l’azienda a rischi di sicurezza etc.

Nel pubblico impiego, peraltro, l’abbandono del posto di lavoro può essere anche considerato un reato in quanto il dipendente viene pagato con i soldi pubblici e non esegue il suo lavoro ma si allontana. Partendo da questo presupposto la Cassazione ha recentemente considerato un dipendente che si allontanava per fumare reo del reato di truffa [2].

Abbandono del posto di lavoro: le conseguenze disciplinari

Come detto, l’abbandono del posto di lavoro è in ogni caso una violazione degli obblighi che deve rispettare il lavoratore. Da ciò deriva il fatto che tale condotta può portare l’azienda ad aprire un procedimento disciplinare.

Ma facciamo un passo indietro. Come abbiamo detto uno dei caratteri tipici del rapporto di lavoro subordinato è il fatto che il datore di lavoro ha il cosiddetto potere direttivo, ossia, in sostanza, il potere di dire al lavoratore cosa deve fare e cosa non deve fare.

Da questo potere ne deriva un altro, e cioè, il potere di “punire” chi non rispetta le direttive date: è il cosiddetto potere disciplinare.

Di fronte ad un abbandono del posto di lavoro, dunque, l’azienda può decidere di aprire un procedimento disciplinare le cui caratteristiche e fasi sono indicate dalla legge [3].

In sintesi, venuta a conoscenza dell’abbandono del posto di lavoro da parte del dipendente, l’azienda potrà:

  • consegnare al dipendente una lettera di contestazione disciplinare in cui gli contesta il fatto, ossia l’avvenuto abbandono del posto di lavoro, illustrando in modo specifico ed analitico la data, l’ora e le circostanze in cui è avvenuta tale infrazione;
  • nella lettera di contestazione disciplinare l’azienda darà al dipendente un termine, pari minimo a 5 giorni dal ricevimento della lettera, o pari al maggiore termine previsto dalla contrattazione collettiva, entro il quale il lavoratore può rassegnare per iscritto le proprie giustificazioni;
  • ricevute e lette le giustificazioni o, comunque, spirato il termine dei 5 giorni o il maggior termine del Ccnl, l’azienda può infliggere una “punizione” al dipendente ossia una sanzione disciplinare.

Le sanzioni disciplinari vanno scelte sulla base della gravità del fatto commesso. E’ chiaro che non si può sanzionare con la stessa sanzione un ritardo di un minuto con una rissa.

Le sanzioni che possono essere applicate sono:

  • il rimprovero verbale;
  • il rimprovero scritto;
  • la multa per un massimo di 4 ore (ossia togliere dallo stipendio un certo numero di ore di retribuzione);
  • la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un massimo di 10 giorni;
  • il licenziamento disciplinare.

Abbandono del posto di lavoro: la linea della Cassazione

L’abbandono del posto di lavoro può portare, dunque, all’apertura del procedimento disciplinare che abbiamo sommariamente descritto.

Alla fine del procedimento, l’azienda, se non accetta le eventuali giustificazioni del dipendente, può applicare una sanzione disciplinare seguendo il criterio della proporzionalità.

E’ evidente che gli abbandoni del posto di lavoro non sono tutti uguali: occorre valutare tutte le circostanze specifiche del caso e, in particolare, per quanto tempo è perdurato l’abbandono, se il dipendente ha particolari doveri di responsabilità, sorveglianza e custodia, se l’abbandono mette in pericolo la sicurezza, se c’è un’eventuale giustificazione al comportamento del dipendente.

I Ccnl contengono, in molti casi, un elenco di comportamenti scorretti del dipendente con, per ognuno, l’indicazione della relativa sanzione disciplinare applicabile. L’azienda dovrà, dunque, in prima battuta, consultare il Ccnl per capire con quale sanzione viene punito l’abbandono del posto di lavoro.

Al di là di quel che dicono i Ccnl, secondo la Cassazione l’abbandono del posto di lavoro può legittimamente condurre al licenziamento disciplinare in questi casi:

  • nell’eventualità di abbandono del posto di lavoro da parte di un dipendente con mansioni di custodia e sorveglianza (guardiani, vigilanti, guardie giurate);
  • quando l’abbandono del posto di lavoro comporta un pregiudizio all’incolumità delle persone o alla sicurezza dei beni.

In una nota sentenza [4], la Cassazione ha considerato giustificato il licenziamento disciplinare della guardia giurata che aveva abbandonato il posto di lavoro per soli 20 minuti.

Di recente la Cassazione [5] ha anche chiarito che, in questi casi, affinché sia giustificato il licenziamento, non è necessario che l’abbandono del posto di lavoro abbia realmente permesso il verificarsi di un evento negativo.

Tornando all’esempio di prima, il licenziamento della guardia giurata è legittimo anche se l’abbandono non ha, nel concreto, provocato problemi poiché non si sono verificati furti, rapine, omicidi, violenze o altri fatti concreti che possano avere leso i diritti delle persone.

Ciò che conta è che il dipendente, infischiandosene dei suoi doveri di sorveglianza, abbia comunque messo a rischio la situazione che stava sorvegliando.

Nel caso affrontato in questa recente sentenza, la Cassazione ha considerato legittimo il licenziamento di una guardia giurata, addetta al piantonamento antirapina presso una banca, che in assenza di alcuna giustificazione si era assentata dal servizio. Nel caso specifico, l’assenza della guardia non aveva provocato alcun danno.

I dipendenti privi di ruoli di sorveglianza possono abbandonare il posto di lavoro?

La risposta è no. In questo caso però il licenziamento per il semplice abbandono del posto di lavoro potrebbe essere considerato eccessivo e sproporzionato.

Infatti la Cassazione [6] ha affermato che per il personale che non deve sorvegliare e custodire i beni aziendali o le persone il licenziamento disciplinare è legittimo solo se, oltre all’abbandono del posto di lavoro, il lavoratore ha commesso anche altre gravi infrazioni disciplinari come, a titolo esemplificativo, l’insubordinazione verso le direttive datoriali, comportamenti ingiuriosi, minacce o insulti, etc.

Con riferimento ai dipendenti privi di responsabilità di custodia o sorveglianza, dunque, l’abbandono del posto di lavoro, se non si accompagna con altri gravi illeciti, può giustificare semmai una punizione meno grave, come le sanzioni conservative che abbiamo visto sopra (rimprovero, multa, sospensione, etc.).

Abbandono del posto di lavoro: quando è legittimo?

Per concludere, la Cassazione ha anche individuato dei casi in cui l’abbandono del posto di lavoro non solo non può portare al licenziamento, ma è legittimo in quanto giustificato.

Ciò accade nei seguenti casi:

  • l’abbandono del posto di lavoro è la reazione ad un comportamento illegittimo del datore di lavoro. Ad esempio, il dipendente viene aggredito verbalmente oppure subisce molestie e, per reazione, abbandona il posto di lavoro;
  • l’abbandono della postazione di lavoro è dettata da un malore improvviso;
  • l’abbandono del servizio è determinato da un infortunio sul lavoro.

In questi casi, benché l’abbandono del posto sia legittimo, il dipendente deve comunque comunicare tempestivamente ai colleghi ed ai superiori gerarchici che sta abbandonando il posto per un motivo legittimo e deve produrre quanto prima i certificati medici che provano lo stato morboso.

note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 4454/2019.

[3] Art. 7 L. n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori).

[4] Cass. sent. n. 88/1986.

[5] Cass. sent. n. 9121/2018.

[6] Cass. sent. n. 7221/2006.


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2 Commenti

  1. Salve, sono un giocatore di schedine. Gioco al Lotto e Superenalotto. Vorrei sapere se vinco qualcosa devo dichiararla? Come funziona con le tasse? Devo pagarle sulla mia vincita? E se decidessi di iscrivermi ai concorsi di gioco online è legale? spero mi risponderete grazie mille. vi seguo costantemente

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