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Arredare casa: se la coppia non si accorda chi decide?

3 Febbraio 2019


Arredare casa: se la coppia non si accorda chi decide?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Febbraio 2019



Scelta di mobili, divani, poltrone, letti, colore delle pareti e stile dell’arredo: la soluzione legale per le coppie sposate e quelle di conviventi.

Se sei sposato o convivi con il tuo partner e stai arredando casa sai quale banco di prova sia per una coppia la scelta della mobilia: dal colore delle pareti (tinta unica, colori diversi, cromoterapia, ecc.) allo stile degli armadi (classico, moderno, antico, country, etnico); dalla tipologia dei divani (pelle, tessuto, alcantara, ecc.) ai tappeti e letti; per non parlare dei quadri e delle tende. Non è facile andare d’accordo e scendere a compromessi quando, per tutta una vita, si è fantasticato pensando alla casa dei propri sogni. Prova ad entrare in un negozio di poltrone per rendertene conto: scoprirai quanti piccoli litigi – celati da uno stentato sorriso – si consumano segretamente davanti agli arredatori. Per chi non ha chiare le idee c’è sempre la possibilità di rimettersi a un terzo esperto, un architetto, che sappia consigliare i padroni di casa e interpretare la linea di compromesso tra i due. Quando però non ci sono le possibilità economiche per consultare un professionista, entra in gioco la legge. Ed è allora lì che l’uomo e la donna – per la prima volta – assaporano i primi aspetti legali della loro convivenza: se, nell’arredare la casa, la coppia non si accorda chi decide? Esiste una norma che attribuisca a uno dei due un potere di scelta superiore rispetto all’altro oppure bisogna giocarsela alla sorte?

Trovare la maggioranza quando si è in numero pari è impossibile. Ecco perché dovrebbe intervenire un terzo. E a ben vedere la legge prevede proprio questa possibilità. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa succede per le coppie sposate e per quelle invece conviventi.

Scelte della coppia sposata: chi decide?

La legge lascia liberi i coniugi di stabilire il cosiddetto «indirizzo della vita familiare», un concetto sicuramente molto più ampio ed “elevato” rispetto al problema relativo al colore dei divani o alla dimensione di un armadio ma che, tuttavia, non lo esclude. Del resto l’arredamento influenza l’umore, gli stati d’animo e la praticità di un quotidiano sempre più frenetico, diventando fondamentale per una buona qualità della vita di ogni giorno. Dunque non si può ritenere che l’arredo di una casa sia una questione futile seppur è triste pensare che non vi sia la capacità di risolvere il primo di numerosi conflitti che possono crearsi tra coniugi.

Il nostro ordinamento non entra nelle scelte della coppia, ma fissa dei limiti, dei principi di carattere generale.

La prima di queste regole è di buon senso: marito e moglie devono perseguire i preminenti interessi familiari e metterli prima rispetto a quelli personali. Ad esempio se la moglie vorrebbe un divano più costoso e il marito non può permetterselo non può puntare i piedi per terra. Allo stesso modo, se l’uomo volesse un televisore ampio quanto una parete solo per vedere le partite, impedendo così che sullo stesso muro possa trovare posto una libreria dovrebbe cedere il passo a una scelta più ragionata. I coniugi devono insomma contemperare le propri individuali esigenze con il prevalente interesse comune.

Il secondo principio che la coppia deve seguire è quello di parità dei coniugi: sarebbe contrario a tale principio un contratto, firmato da marito e moglie prima di sposarsi, con cui uno dei due accetta di sottomettersi alle decisioni dell’altro attribuendogli una posizione di supremazia. Si tratta, tuttavia, di un divieto che riguarda le questioni più importanti della vita familiare (ad esempio l’obbligo di contribuzione, di scelta della residenza, di educazione dei figli, ecc.) ma potrebbe trovare invece posto per questioni meno nobili come appunto lo stile dell’arredo di una casa. Sul punto, però, non si registrano precedenti giurisprudenziali (per come è anche logico immaginarsi).

Le scelte devono quindi rispettare i diritti fondamentali di ciascun coniuge. Quindi, scomparti dell’armadio perfettamente divisi (seppur con una certa elasticità per le scarpiere delle donne) e, se proprio si vuol optare per i letti separati, che siano entrambi comodi e sufficientemente ampi.

Che succede in caso di disaccordo tra i coniugi? Potrà sembrarti strano ma esiste un articolo del codice civile [1] che stabilisce il diritto sia per la moglie che per il marito di rivolgersi al giudice quando non si riesce a trovare una via comune. Questo norma stabilisce, con riferimento agli affari non essenziali, che ciascun coniuge può chiedere, senza formalità, l’intervento del giudice il quale, sentite le opinioni espresse dai due (Ed eventualmente dei figli con almeno 16 anni) tenta di raggiungere una soluzione concorda. «Senza formalità» significa che non c’è bisogno di fare una causa e di avvocati ma di una semplice istanza.

Se il magistrato non riesce a trovare la soluzione e la coppia non si mette d’accordo, sembra non esserci altra soluzione che l’estrazione a sorte o nientemeno la separazione.

Infatti solo per le questioni essenziali della famiglia – tra cui di certo non rientra la scelta dell’arredo – il codice dà al giudice il potere di risolvere il conflitto imponendo quella delle due posizioni in conflitto che ritiene essere più conforme all’interesse della coppia.

Né si può ritenere che, per dirimere il contrasto tra marito e moglie su chi debba scegliere l’arredo della casa si debba far riferimento al proprietario dell’immobile: sia perché molto spesso le abitazioni sono acquistate in regime di comunione dei beni, sia perché una simile soluzione si pone in conflitto col principio generale – di cui abbiamo accennato sopra – in tema di parità dei coniugi. Peraltro, anche in una situazione di proprietà esclusiva dell’abitazione, l’arredo rientra invece nella comunione se acquistato dopo le nozze, a meno che la coppia non abbia deciso per la separazione dei beni, nel qual caso il proprietario sarà chi materialmente paga. Il fatto però che l’arredo sia proprietà esclusiva di uno dei due coniugi non attribuisce a questi il potere di imporre all’altro le proprie scelte trattandosi di questioni che vanno a incidere sulla vita quotidiana dei due.

Ci si può separare perché non si trova un accordo sull’arredo della casa?

La legge stabilisce che la separazione scatta in caso di sopraggiunta impossibilità della convivenza, senza specificare a quali cause essa debba essere ricondotta, né richiede che si tratti di ragioni particolarmente gravi. Ci si può separare quindi anche per ciò che ad altri appare una sciocchezza, come ad esempio il colore delle pareti della camera da letto. Il giudice non entra nel merito dei conflitti della coppia: si limita solo a chiedere ai coniugi se ci sono possibilità di rappacificazione e, verificato l’eventuale diniego, autorizza la separazione.

Scelte della coppia di conviventi: chi decide?

La norma del codice civile che abbiamo appena riportato non si applica alle coppie di fatto per le quali invece valgono gli eventuali accordi tra questi conclusi in sede di contratto di convivenza. La Legge Cirinnà [2], oltre ad aver introdotto in Italia le unioni civili tra persone gay, da cui derivano diritti e doveri equiparati a quelli del matrimonio, ha anche disciplinato alcuni aspetti delle convivenze di fatto delle coppie eterosessuali, introducendo la possibilità di regolare rapporti patrimoniali con il cosiddetto contratto di convivenza. Si tratta di un vero e proprio contratto, redatto per iscritto, che può essere contenuto in un atto pubblico o in una scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato. Se, tuttavia, sono coinvolti beni immobili, è sempre necessario l’intervento del notaio, che ne garantisce la trascrizione nei Registri Immobiliari. In tale documento le parti possono accordarsi sull’acquisto della casa, sull’arredo e sulla proprietà dei mobili. La legge lascia massima autonomia alla coppia.

In mancanza di un contratto di convivenza, è possibile qui presumere che l’ultima parola l’avrà il proprietario dell’immobile in quanto anche sarà colui che vi continuerà ad abitare nel caso di rottura della convivenza.

note

[1] Art. 145 cod. civ.

[2] Legge 76/2016.

Autore immagine: 123rf com


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2 Commenti

  1. Buongiorno! Io ed il mio fidanzato vorremmo acquistare casa e vorremmo sapere quali documenti controllare, come funzionano il compromesso ed il contratto preliminare. Grazie

    1. Buongiorno Sara! Ti consigliamo di leggere i nostri articoli:
      -Acquisto casa: i documenti da controllare. Per arrivare alla corretta compravendita dell’immobile è necessario controllare ed acquisire una serie di documenti formali che assicurano all’acquirente la corretta esistenza e titolarità dell’immobile e non lo espongono a sanzioni che possono essere di carattere amministrativo (es.: la mancanza del certificato di agibilità), ma anche penali (es.: la mancanza del permesso di costruire).
      https://www.laleggepertutti.it/221667_acquisto-casa-i-documenti-da-controllare
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