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La maestra può punire l’alunno mandandolo fuori dalla classe?

3 Febbraio 2019
La maestra può punire l’alunno mandandolo fuori dalla classe?

Maestre severe: allontanamento dell’alunno indisciplinato fuori dall’aula, in una stanza buia; è maltrattamento.

Punizioni sì, ma sempre proporzionate e comunque sempre tali da rispettare la dignità e la persona dell’alunno. A dire no alla “stanza del pensiero” è una recente sentenza della Cassazione [1] secondo cui la maestra non può punire l’alunno mandandolo fuori dalla classe se la stanza di destinazione è poco illuminata. Inutile invocare metodi “montessoriani” per giustificare la maestra, condannata dal giudice a due anni di reclusione per il reato di maltrattamenti ai danni dei bambini affidatigli dall’istituto scolastico. 

È il codice penale [2] a punire le punizioni scolastiche eccessive. La norma è dedicata ai maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli e stabilisce: «Chiunque maltratta una persona della famiglia, o un minore di 14 anni, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni». Se poi l’insegnante causa anche lesioni fisiche ritenute gravi la reclusione parte da 4 anni e può arrivare fino a 8. Se la lesione è gravissima si parte da 7 anni di reclusione e si arriva a 15. In caso di morte c’è la prigione fino a 20 anni. 

Nel caso deciso della Cassazione a finire in carcere è stata una maestra della scuola dell’infanzia, avvezza a isolare gli alunni più irrequieti nella “stanza del telefono” o nella “stanza del pensiero” per indurli a riflettere. In particolare, con il ricorso alla cosiddetta “sedia del pensiero”, l’insegnante invitava il bambino ad accomodarsi su una piccola sedia accanto a lei per meditare sulla «marachella» commessa e solo quando aveva compreso il suo errore poteva tornare a giocare con gli altri. Oltre alla “sedia del pensiero” c’era anche la “stanza del telefono”, vale a dire la camera usata per segregare i bambini più irrequieti; in realtà le indagini hanno rivelato che la camera era poco illuminata e, a volte, gli alunni venivano costretti a restare nel bagno.

Inutile sottolineare il clima di terrore, paura e mortificazione che si era instaurato all’interno della classe. Peraltro l’insegnante – che, nella sua difesa, si aggrappava a una specializzazione montessoriana e a una esperienza pluriennale nell’educazione infantile – non dispensava gli alunni da schiaffi ripetuti, tirate di orecchie e di capelli, sottoposizione a vessazioni morali e fisiche consistite nell’apostrofare i bambini in malo modo, nello strappare i loro disegni, nel sottrarre loro l’acqua, allontanarli dagli spazi di condivisione comune.

La situazione, divenuta intollerabile, ha spinto i bambini a parlare con i genitori delle violenze subite direttamente e indirettamente, tanto quelli destinatari delle percosse e delle altre umiliazioni che quelli che assistevano soltanto alle aggressioni altrui, in un clima di tensione non consono a una scuola materna. 

Sono poi scattate le intercettazioni della polizia che ha tratto materiale audio-video a conferma delle accuse mosse dalle piccole vittima.

La Cassazione ricorda che integra il reato di maltrattamenti e non quello meno grave di abuso di mezzi di correzione la reiterazione di atti di violenza fisica e morale, anche qualora gli stessi possano ritenersi compatibili con l’intento correttivo ed educativo proprio della concezione culturale di cui l’agente è portatore.

Neanche l’intenzione dell’insegnante rivolta a corregge ed educare può scriminare il reato o renderlo meno grave. 


note

[1] Cass. sent. n. 5205/19 del 1.02.2019.

[2] Art. 572 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com


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