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Cambio destinazione d’uso da abitazione a ufficio: permesso

4 Febbraio 2019
Cambio destinazione d’uso da abitazione a ufficio: permesso

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 Febbraio 2019



Trasformazione della casa in studio: autorizzazioni amministrative. È necessario chiedere il permesso di costruire al Comune?

Immagina di dover trasformare la tua abitazione in un ufficio (o viceversa). Hai chiamato una ditta di lavori edili per avviare le ristrutturazioni. Intendi modificare le dimensioni delle stanze e dei bagni; spostare la cucina e ricavarne anche uno stanzino; realizzare dei muri in cartongesso e due piccoli soppalchi. Un giorno però uno dei condomini del palazzo, indispettito all’idea del via vai di clienti tra le scale e l’ascensore, chiama la polizia municipale: a suo avviso, i lavori non sono in regola con gli oneri amministrativi. Dal canto tuo ti senti in regola: da un lato il regolamento di condominio non prevede limiti in tal senso; dall’altro l’architetto ti ha detto che per il cambio di destinazione d’uso da abitazione a ufficio, il permesso non è necessario. E invece secondo la municipale è l’esatto contrario. Chi ha ragione in un’ipotesi del genere?

Sulla questione riguardante le autorizzazioni amministrative necessarie per il cambio di destinazione d’uso dell’appartamento è intervenuto il Consiglio di Stato in una recente e importante sentenza [1]. Importante perché segna il definitivo abbandono delle precedenti interpretazioni su cui, per anni, si è basata la giurisprudenza. Ecco cosa ha detto dunque il collegio dei giudici amministrativi.

Il mutamento di destinazione d’uso di un immobile comporta una modifica urbanistica. In particolare un immobile destinato ad attività professionale presuppone un traffico di persone e la necessità di servizi e, quindi, di “carico urbanistico” superiore a quello di una semplice abitazione. Questo significa che, in tali ipotesi è necessario chiedere al Comune il permesso di costruire. Non è sufficiente una semplice Scia, anche se non viene effettuata alcuna ristrutturazione e quindi non ci sono opere interne.

In caso di omessa richiesta del permesso di costruire, per il proprietario scatta l’incriminazione per abuso edilizio. Inoltre, col verbale di accertamento della polizia municipale, verrà disposta la sospensione dei lavori e l’ingiunzione al ripristino della originaria destinazione d’uso.

Solo il cambio di destinazione d’uso tra categorie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incide sul carico urbanistico). Invece, quando il cambio di destinazione d’uso interviene tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, si ha una vera e propria modificazione edilizia con conseguente necessità di un previo permesso di costruire. Non rileva quindi il fatto che non siano eseguite opere di ristrutturazione.

Il Consiglio di Stato abbandona così la vecchia interpretazione secondo cui la modifica della destinazione d’uso da abitativa a ufficio non richiederebbe la licenza edilizia.

Del resto sono anche le stesse leggi regionali o le norme comunali a prescrivere la necessità del permesso a costruire. Si pensi alla Regione Lazio che, nel 1987 [2] ha così disciplinato tali tipi di interventi: «Le modifiche di destinazione d’uso, con o senza opere a ciò preordinate, quando hanno per oggetto le categorie stabilite dallo strumento urbanistico generale, sono subordinate al rilascio di apposito permesso di costruire mentre quando riguardano gli ambiti di una stessa categoria sono soggette a denuncia di attività da parte del sindaco. Nei centri storici (…) è di norma vietato il mutamento delle destinazioni d’uso residenziali».

Anche la Cassazione, di recente [3], ha sposato questa nuova interpretazione. In una sentenza della fine dell’anno scorso infatti è stato chiarito che: «Il mutamento di destinazione d’uso senza opere è assoggettato a segnalazione certificata di inizio di attività (Scia), a condizione che intervenga nell’ambito della stessa categoria urbanistica; mentre è richiesto il permesso di costruire per le modifiche che comportino il passaggio di categoria o, se il cambio d’uso sia eseguito nei centri storici, anche all’interno di una stessa categoria omogenea. Ragion per cui non è sufficiente dimostrare che il mutamento della destinazione d’uso sia avvenuto in assenza di interventi edilizi, ma occorre provare che esso sia intervenuto tra categorie urbanistiche omogenee» per non rischiare il procedimento penale per abuso edilizio.

Il testo unico dell’edilizia [4] – introdotto dal decreto Sblocca Italia [5] – individua i mutamenti nella destinazione d’uso di un immobile da ritenere urbanisticamente rilevanti e che pertanto necessitano di uno specifico titolo abilitativo edilizio. Dimodoché, salva diversa previsione da parte delle leggi regionali, costituisce mutamento rilevante ogni forma di utilizzo dell’immobile o della singola unità immobiliare diversa da quella originaria, «ancorché non accompagnata dall’esecuzione di opere edilizie», purché tale da comportare l’assegnazione dell’immobile o dell’unità immobiliare considerati ad una diversa categoria funzionale tra quelle “residenziale”, “turistico-ricettiva”, “produttiva e direzionale”, “commerciale” e “rurale”.

La sentenza della Cassazione conferma l’orientamento della giurisprudenza secondo cui la destinazione d’uso dell’immobile:

  • risponde a scopi di interesse pubblico, di pianificazione o di attuazione della pianificazione, in quanto individua l’immobile sotto l’aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici [6];
  • non si identifica con l’uso dell’immobile che in concreto ne fa il soggetto che lo utilizza, ma con quella impressa dal titolo abilitativo [7], senza che tale titolo possa essere influenzato da utilizzazioni difformi rispetto al contenuto degli strumenti di pianificazione, giacché soltanto detti strumenti possono decidere la destinazione d’uso dei suoli degli edifici [8].

Come già affermato dalla Suprema Corte [9], la destinazione d’uso è un elemento che qualifica la connotazione del bene immobile e risponde a scopi di interesse pubblico, di pianificazione o di attuazione della pianificazione. E il mutamento di destinazione d’uso giuridicamente rilevante è solamente quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico. Infatti la richiesta di cambio della destinazione d’uso di un fabbricato si pone in contrasto con lo strumento urbanistico, poiché si tratta di un’alterazione idonea ad incidere sulla destinazione funzionale ammessa dal piano regolatore. Dunque, è ammessa la modifica della destinazione d’uso purché non comporti una modificazione oggettiva dell’assetto urbanistico ed edilizio del territorio e non incida sugli indici di edificabilità.  

note

[1] Consiglio Stato sent. n. 6562/18 del 20.11.2018.

[2] Legge Regione Lazio n. 36/1987.

[3] Cass. sent. n. 40678/2018.

[4] Art. 23-ter T.U. edilizia

[5] Dl 133/2014.

[6] Cassazione, Sez. III, 20 gennaio 2009, n. 9894.

[7] Consiglio di Stato, Sez. V, 9 febbraio 2001, n. 5839

[8] Tar Lombardia-Milano, Sez. I, 7 maggio 1992, n. 219.

[9] Cass. sent. n. 6366/19 dell’11.02.2019.

Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 25 settembre – 20 novembre 2018, n. 6562

Presidente/Estensore – Santoro

Fatto e diritto

1. La questione controversa ha ad oggetto un immobile sito in Roma, in via Nomentana n. 13, nel quale svolgono l’attività tre medici di base.

Durante i lavori di ristrutturazione dell’immobile, l’11° Gruppo della Polizia Municipale di Roma Capitale elevava un verbale di accertamento, a seguito del quale era emesso un provvedimento in data 18.06.2009 prot. 31450 di immediata sospensione dei lavori, seguito da un’ingiunzione del 30.07.2009 prot. 38124 di ripristino della destinazione d’uso, entrambi sul rilievo che sarebbe stata mutata la destinazione dell’immobile da unità abitativa a studio medico polispecialistico.

Era quindi proposto ricorso al TAR del Lazio (ric. n. 9403/2009) per l’annullamento di entrambi i provvedimenti, impugnandosi contestualmente anche l’art. 25, comma 15 NTA del nuovo Piano Regolatore Generale di Roma nella parte in cui, nella zona interessata, limita al seminterrato ed al piano terra e al mezzanino la possibilità di modificare la destinazione d’uso da abitazione ad altre funzioni.

L’istanza di sospensione cautelare, rigettata in primo grado, era viceversa accolta con l’ordinanza n. 4424/2010 del 29.09.2010 della Quarta Sezione del Consiglio di Stato, che ravvisava nei motivi di ricorso la “fondatezza, in relazione alla possibilità di esercitare l’attività medica anche in appartamento ad uso residenziale”.

2. Con la sentenza 6659/2011 del 25/07/2011 del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sez. Prima Quater), il ricorso era tuttavia rigettato, con condanna alle spese.

Il primo giudice fondava la sua convinzione sulla base delle seguenti considerazioni:

– l’art. 7, 3° comma, della legge regionale n. 2.7.1987, n. 36, prevede che “le modifiche di destinazione d’uso”, indipendentemente dalla circostanza che siano realizzati “con o senza opere a ciò preordinate, quando hanno per oggetto le categorie stabilite dallo strumento urbanistico generale, sono subordinate al rilascio di apposito permesso di costruire”;

– l’art. 16 della legge regionale n.15 dell’11.8.2008, stabilisce ulteriormente che ove siano eseguiti “cambi di destinazione d’uso da una categoria generale ad un’altra di cui all’articolo 7, terzo comma, della legge regionale 2 luglio 1987, n. 36 (…) in assenza di permesso di costruire” deve ingiungersi “al responsabile dell’abuso, nonché al proprietario, ove non coincidente con il primo, di provvedere (…) alla demolizione dell’opera e al ripristino dello stato dei luoghi”;

– l’art. 33 del d.P.R. 6.6.2001, n. 380, stabilisce la sanzione demolitoria per i cambi di destinazione d’uso, per effetto del rinvio operato all’art. 10 del medesimo decreto legislativo, il quale, al comma 2, demanda proprio alle regioni la fissazione, con legge, dei mutamenti, connessi o non connessi a trasformazioni fisiche, dell’uso di immobili o di loro parti, subordinati a permesso di costruire o a denuncia di inizio attività;

– la norma di cui all’art. 22, comma 3, del d.P.R. 28.7.2000, n. 270, secondo cui è consentito l’inserimento di ambienti da adibire a studio medico in un appartamento di civile abitazione, con locali dedicati, non sarebbe nella specie applicabile;

-sarebbe irrilevante la sanabilità ex post dell’abuso peraltro ritenuta nella specie impedita dal pur impugnato art. 25, comma 15, delle N.T.A. del P.R.G. del Comune.

Con l’appello in esame, notificato il 10 marzo 2012, la sentenza cit. è impugnata dall’interessato Massimo Bulgarelli sulla base di due articolati motivi di violazione di legge e di eccesso di potere sotto vari profili, invocandosi oltretutto la più recente giurisprudenza in argomento del Consiglio di Stato, alla cui disamina è opportuno premettere una breve rassegna dell’evoluzione di normativa e giurisprudenza in materia di mutamento della destinazione d’uso.

Si è anche costituita Roma Capitale, controdeducendo puntualmente al gravame.

3. L’art. 8 della l. 28 febbraio 1985, n. 47 aveva stabilito la necessità di richiesta di concessione edilizia nei casi di mutamento della destinazione d’uso solo se connessa a variazione essenziali del progetto con conseguente variazione degli standard previsti dal D.M. 1444 del 2 aprile 1968, dovendosi così ritenere non necessaria la richiesta di concessione nell’ipotesi di mutamento di destinazione non connessa con modifiche strutturali dell’immobile. Il mutamento di destinazione realizzato con opere interne cui non occorreva la concessione, era assoggettato dall’art. 26 della stessa legge 47/1985 al regime dell’autorizzazione, sempreché non “in contrasto con gli strumenti urbanistici adottati o approvati e con i regolamenti edilizi vigenti”.

L’ultima parte dell’art. 25 della l. 47/1985 cit. aveva attribuito alle Regioni il potere di fissare con legge i casi in cui il mutamento di destinazione d’uso senza opere dovesse essere sottoposto al regime dell’autorizzazione o della concessione.

Quest’ultima disposizione era stata poi modificata dall’art. 2, comma 60° della l.23 dicembre 1996, n. 662, che aveva riconosciuto alle Regioni la facoltà di poter applicare una disciplina uniforme agli interventi sia di carattere strutturale che funzionale, prevedendo la necessità di sottoporre a concessione edilizia i mutamenti d’uso maggiormente significativi, con maggiore impatto sull’assetto urbanistico-territoriale, ma limitando a semplice autorizzazione quelli realizzati nell’ambito di una medesima categoria funzionale.

Una disposizione di carattere speciale, l’art. 22, commi 2° e 3° D.P.R. 28 luglio 2000, n. 270 (regolamento di esecuzione dell’accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale), ha poi stabilito in particolare che “lo studio del medico convenzionato deve essere dotato degli arredi e delle attrezzature indispensabili per l’esercizio della medicina generale, di sala di attesa adeguatamente arredata, di servizi igienici, di illuminazione e areazione idonea, ivi compresi idonei strumenti di ricezione delle chiamate … Detti ambienti possono essere adibiti o esclusivamente ad uso di studio medico con destinazione specifica o anche essere inseriti in un appartamento di civile abitazione, con locali appositamente dedicati”.

È significativa l’ultima statuizione, secondo cui gli studi medici possono essere anche inseriti in appartamenti destinati a destinazione abitativa, ovviamente riservando loro appositi locali, anche se tale disposizione non sembra potersi inserire, per diversità di ratio, nella disciplina urbanistica applicabile alla controversia in esame.

4. Il D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (testo unico in materia edilizia) ha poi ulteriormente trattato la materia della destinazione d’uso e dei relativi cambiamenti, stabilendo all’art.3, comma 1°, lett. a) che “nell’ambito degli interventi di manutenzione straordinaria sono ricompresi anche quelli consistenti nel frazionamento o accorpamento delle unità immobiliari con esecuzione di opere anche se comportanti la variazione delle superfici delle singole unità immobiliari nonché del carico urbanistico purché non sia modificata la volumetria complessiva degli edifici e si mantenga l’originaria destinazione d’uso” (lettera così modificata dall’art. 17, comma 1, lettera a, legge 11 novembre 2014, n. 164 di conversione del decreto-legge 11 settembre 2014, n. 13); nel successivo art.10 comma 1°, lett. c) che “costituiscono interventi di trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio e sono subordinati a permesso di costruire: … gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti, ovvero che, limitatamente agli immobili compresi nelle zone omogenee A, comportino mutamenti della destinazione d’uso…” (lettera così modificata dall’art.17, comma 1, lettera d, legge n. 164/2014); nell’art.14 comma 1-bis, che “per gli interventi di ristrutturazione edilizia … è ammessa la richiesta di permesso di costruire anche in deroga alle destinazioni d’uso, previa deliberazione del Consiglio comunale che ne attesta l’interesse pubblico, a condizione che il mutamento di destinazione d’uso non comporti un aumento della superficie coperta prima dell’intervento di ristrutturazione”; all’art. 22 comma 2°, che “sono, altresì, realizzabili mediante segnalazione certificata di inizio attività le varianti a permessi di costruire che non incidono sui parametri urbanistici e sulle volumetrie, che non modificano la destinazione d’uso e la categoria edilizia”; all’art. 23 ter (inapplicabile nelle Regioni che, come il Lazio, hanno adottato una propria disciplina specifica), che “salva diversa previsione da parte delle leggi regionali, costituisce mutamento rilevante della destinazione d’uso ogni forma di utilizzo dell’immobile o della singola unità immobiliare diversa da quella originaria, ancorché non accompagnata dall’esecuzione di opere edilizie, purché tale da comportare l’assegnazione dell’immobile o dell’unità immobiliare considerati ad una diversa categoria funzionale … la destinazione d’uso di un fabbricato o di una unità immobiliare è quella prevalente in termini di superficie utile … il mutamento della destinazione d’uso all’interno della stessa categoria funzionale è sempre consentito”; all’art. 32, che sono “ … variazioni essenziali al progetto approvato … quando si verifica una o più delle seguenti condizioni: a) mutamento della destinazione d’uso che implichi variazione degli standard(s) previsti dal decreto ministeriale 2 aprile 1968”.

Da questa complessa e articolata normativa può, con riferimento al caso di specie, dedursi che il legislatore, dopo le prime incertezze, ha inteso sistemare razionalmente i casi di mutamento di destinazione che possano incidere sensibilmente sull’assetto del territorio, sottoponendone in generale la realizzazione al regime autorizzatorio o a quello semplificato della dichiarazione d’inizio attività.

5. Non può condividersi dunque quanto talora affermato dalla giurisprudenza più risalente, secondo cui il cambio d’uso da abitazione ad ufficio, anche se eseguito senza opere, non sia mai soggetto a permesso di costruire, e ciò anche perché un immobile destinato ad attività professionale presuppone un traffico di persone e la necessità di servizi e, quindi, di “carico urbanistico” superiore a quello di una semplice abitazione.

Pertanto, il mutamento di destinazione d’uso di un immobile deve considerarsi urbanisticamente rilevante e, come tale, soggetto di per sé all’ottenimento di un titolo edilizio abilitativo, con l’ovvia conseguenza che il mutamento non autorizzato della destinazione d’uso che alteri il carico urbanistico, integra una situazione di illiceità a vario titolo, che può e anzi deve essere rilevata dall’Amministrazione nell’esercizio del suo potere di vigilanza. Ed infatti, l’art. 7 della legge regionale Lazio 2 luglio 1987, n. 36 modificato dall’articolo 35 della legge regionale 11 agosto 2008, n. 15, stabilisce che “le modifiche di destinazione d’ uso con o senza opere a ciò preordinate, quando hanno per oggetto le categorie stabilite dallo strumento urbanistico generale, sono subordinate al rilascio di apposito permesso di costruire mentre quando riguardano gli ambiti di una stessa categoria sono soggette a denuncia di attività da parte del sindaco. Nei centri storici, come definiti dall’ articolo 2 del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, è di norma vietato il mutamento delle destinazioni d’ uso residenziali”.

6. Soltanto il cambio di destinazione d’uso fra categorie edilizie omogenee non necessita di permesso di costruire (in quanto non incidente sul carico urbanistico) mentre, allorché lo stesso intervenga tra categorie edilizie funzionalmente autonome e non omogenee, integra una vera e propria modificazione edilizia con incidenza sul carico urbanistico, con conseguente necessità di un previo permesso di costruire, senza che rilevi l’avvenuta esecuzione di opere.

Dunque, il mutamento di destinazione d’uso di un fabbricato che determini, dal punto di vista urbanistico, il passaggio tra diverse categorie in rapporto di reciproca autonomia funzionale, comporta inevitabilmente un differente carico ed un maggiore impatto urbanistico, anche se nell’ambito di zone territoriali omogenee, da valutare in relazione ai servizi e agli standard ivi esistenti.

7. Peraltro, occorre considerare che il cambio di destinazione di cui si tratta nella presente controversia è risalente, essendo ovviamente anteriore alle date dei provvedimenti originariamente impugnati (2009) e che comunque, anche se abusivo, dovrebbe essere assoggettato alla specifica disciplina sanzionatoria in vigore al momento della sua realizzazione, tenuto anche conto però che l’art. 25, comma 15, delle N.T.A. del nuovo P.R.G. del Comune di Roma, con riferimento alla zona interessata dall’appartamento di cui trattasi, ammette esplicitamente, “per i piani seminterrati, piani terra e mezzanini”, la possibilità di “cambio di destinazione d’uso da funzioni abitative ad altre funzioni”.

8. A tale proposito, va osservato in particolare che l’art. 16 della legge regionale n.15 dell’11.8.2008, invocato dal TAR nell’appellata sentenza di rigetto del ricorso, indica come suscettibili di sanzione soltanto i “cambi di destinazione d’uso da una categoria generale ad un’altra di cui all’articolo 7, terzo comma, della legge regionale 2 luglio 1987, n. 36” e cioè quelli che “hanno per oggetto le categorie stabilite dallo strumento urbanistico generale”.

Ma nella specie, come s’è detto, lo strumento urbanistico generale consentiva esplicitamente la possibilità di modificazione d’uso limitatamente a seminterrato, piano terra e mezzanino.

Ne consegue che l’eventuale illecito avrebbe potuto tutt’al più essere circoscritto, ai fini sanzionatori, alla diversa e più lieve ipotesi dell’avvenuta collocazione dei locali adibiti a studio medico ai piani superiori, rispetto a quelli espressamente consentiti dallo strumento urbanistico, e ciò senza ovviamente pervenire alla più drastica sanzione della demolizione, ritenuta a torto legittima.

L’appello deve dunque essere accolto, con la riforma della sentenza appellata e l’annullamento degli atti impugnati, salvi gli ulteriori provvedimenti.

Le spese di giudizio possono tuttavia essere interamente compensate, in relazione alla incertezza ed al susseguirsi di norme e pronunce non sempre univoche.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie ed, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla gli atti ivi impugnati.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.


Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 8 novembre 2018 – 11 febbraio 2019, n. 6366

Presidente Rosi – Relatore Liberati

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 21 dicembre 2017 la Corte d’appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza 31 maggio 2016 del Tribunale di Ascoli Piceno, con cui F.F. e Fl. erano stati dichiarati responsabili del reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), (per avere, difformemente da quanto indicato nella S.C.I.A. presentata al Comune di San Benedetto del Tronto, realizzato modifiche alla unità abitativa di loro proprietà, tali da consentirne la destinazione alla locazione, contrariamente a quanto previsto nella destinazione d’uso assentita), ha riconosciuto agli imputati il beneficio della non menzione di tale condanna, confermando nel resto la sentenza impugnata.

2. Avverso tale sentenza gli imputati hanno proposto congiuntamente ricorso per cassazione, affidato a un unico articolato motivo, mediante il quale hanno lamentato la violazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), e l’insufficienza e l’illogicità della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) e e).

Dopo aver premesso, in punto di fatto, che l’affermazione di responsabilità era derivata dall’accertamento della destinazione a fine abitativo del piano seminterrato dell’immobile di loro proprietà concesso in locazione a tale C.I. , che però lo aveva occupato solo transitoriamente, a causa della necessità di provvedere al montaggio degli arredi e degli elettrodomestici dell’appartamento al piano rialzato nel quale abitava, hanno censurato l’affermazione dei giudici di merito, circa la configurabilità di una difformità rispetto al permesso di costruire, non essendo stata realizzata una entità immobiliare del tutto differente rispetto a quella contemplata nel titolo edilizio, posto che il locale al piano seminterrato aveva mantenuto la sua destinazione di magazzino o deposito e che quello al piano rialzato era abitato dal conduttore, C.I. .

Hanno, inoltre, contestato la configurabilità del reato loro ascritto, non essendosi in presenza di un mutamento di destinazione d’uso con la realizzazione di opere, con la conseguente erroneità della affermazione della sussistenza di una difformità rispetto al titolo edilizio.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

2. I ricorrenti si dolgono della affermazione della loro responsabilità in relazione al reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), pur non avendo eseguito opere diverse o ulteriori rispetto a quelle indicate nella segnalazione certificata di inizio attività da essi inviata al Comune di San Benedetto del Tronto e non essendovi stata alcuna modificazione della destinazione d’uso del seminterrato interessato dalla esecuzione di tali opere, utilizzato solo transitoriamente dal conduttore di una abitazione, pure di loro proprietà, posta al piano superiore del medesimo fabbricato; prospettano, quindi, la violazione e l’errata applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 31 e l’illogicità manifesta della motivazione della sentenza impugnata.

2.1. Va dunque ricordato che questa Corte ha già chiarito (cfr. Sez. 3, n. 9894 del 20/01/2009, Tarallo, Rv. 243102; conf. Sez. 3, n. 5712 del 13/12/2013, Tortora, Rv. 258686; Sez. 3, n. 39897 del 24/06/2014, Filippi, Rv. 260422; Sez. 3, n. 26455 del 05/04/2016, Stellato, Rv. 267106) che la destinazione d’uso è un elemento che qualifica la connotazione del bene immobile e risponde a precisi scopi di interesse pubblico, di pianificazione o di attuazione della pianificazione. Essa individua il bene sotto l’aspetto funzionale, specificando le destinazioni di zona fissate dagli strumenti urbanistici in considerazione della differenziazione infrastrutturale del territorio, prevista e disciplinata dalla normativa sugli standard, diversi per qualità e quantità proprio a seconda della diversa destinazione di zona.

L’organizzazione del territorio comunale e la gestione dello stesso vengono realizzate attraverso il coordinamento delle varie destinazioni d’uso in tutte le loro possibili relazioni e le modifiche non consentite di queste incidono negativamente sull’organizzazione dei servizi, alterando appunto il complessivo assetto territoriale.

Il mutamento di destinazione d’uso giuridicamente rilevante è dunque solo quello tra categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, tenuto conto che nell’ambito delle stesse categorie possono aversi mutamenti di fatto, ma non diversi regimi urbanistico – contributivi, stanti le sostanziali equivalenze dei carichi urbanistici nell’ambito della medesima categoria.

Il Consiglio di Stato (Sez. 5, n. 24 del 3/1/1998, Comune di Ostuni c. Monticelli S.r.l.) ha affermato, al riguardo, che “la richiesta di cambio della destinazione d’uso di un fabbricato, qualora non inerisca all’ambito delle modificazioni astrattamente possibili in una determinata zona urbanistica, ma sia volta a realizzare un uso del tutto difforme da quelli ammessi, si pone in insanabile contrasto con lo strumento urbanistico, posto che, in tal caso, si tratta non di una mera modificazione formale destinata a muoversi tra i possibili usi del territorio consentiti dal piano, bensì in un’alternazione idonea ad incidere significativamente sulla destinazione funzionale ammessa dal piano regolatore e tale, quindi, da alterare gli equilibri prefigurati in quella sede”.

Quanto al mutamento di destinazione d’uso realizzato, come nel caso in esame, senza l’esecuzione di opere edilizie, è stato chiarito (cfr. Sez. 3, n. 5712 del 13/12/2013, cit., e successive conformi, tra cui Sez. 3, n. 39897 del 24/06/2014, e Sez. 3, n. 26455 del 05/04/2016, citate) che il mutamento di destinazione d’uso senza opere è attualmente assoggettato a S.C.I.A., purché intervenga nell’ambito della stessa categoria urbanistica, mentre è richiesto il permesso di costruire per le modifiche di destinazione che comportino il passaggio di categoria o, se il cambio d’uso sia eseguito nei centri storici, anche all’interno di una stessa categoria omogenea (cfr. Sez. 3, n. 26455 del 05/04/2016, Stellato, Rv. 267106 – 01, concernente fattispecie relativa a sequestro preventivo di locali trasformati mediante opere edilizie da cantina garage ad abitazione, con conseguente passaggio dalla categoria d’uso non residenziale alla diversa categoria residenziale).

Dunque deve ritenersi consentita la modifica di destinazione d’uso funzionale, purché non comporti una oggettiva modificazione dell’assetto urbanistico ed edilizio del territorio e non incida sugli indici di edificabilità, che non determini, cioè, un aggravio del carico urbanistico, inteso come maggiore richiesta di servizi cosiddetti secondari, come ad esempio gli spazi pubblici destinati a parcheggio e le esigenze di trasporto, smaltimento di rifiuti e viabilità (cfr., Sez. 3, n. 24852 del 8/5/2013, Pace, non massimata), derivante dalla diversa destinazione impressa al bene.

2.2. Nel caso in esame la Corte d’appello, con accertamento di fatto non censurabile in sede di legittimità, in quanto logico e adeguatamente motivato (essendo frutto della corretta applicazione di consolidate massime di esperienza, tra cui quella relativa alla diversa incidenza sul carico urbanistico dell’utilizzo di una unità immobiliare a fini abitativi anziché come cantina di pertinenza di una diversa e separata abitazione), pur dando atto della mancata realizzazione di opere, ha ritenuto aggravato il carico urbanistico e quindi configurabile il reato contestato, sottolineando l’intervenuta modificazione della destinazione d’uso del piano seminterrato (con la realizzazione di ingresso, cucina, sala da pranzo, camera da letto, disimpegno e gabinetto, allacciamento delle utenze domestiche e dotazione completa di arredi), concesso in locazione a fine abitativo a C.I. (il quale aveva anche dichiarato la propria residenza presso tale unità), quantomeno fino all’ottobre 2013, allorquando è stata ripristinata l’originaria destinazione di tali locali, determinando per tale periodo un aggravio del carico urbanistico, per la maggiore e autonoma superficie residenziale gravante sul territorio e l’aggravio che ne è derivato: si tratta di motivazione conforme al ricordato orientamento interpretativo, essendo stata ribadita la configurabilità del reato di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. b), in conseguenza e a causa della modifica di destinazione d’uso della porzione di fabbricato di proprietà dei ricorrenti, senza l’esecuzione di opere ma in guisa tale da determinare un aggravio del carico urbanistico, come tale idonea a integrare detto reato, che i ricorrenti censurano sul piano dell’accertamento in concreto della modifica di destinazione d’uso, accertata in modo univoco da entrambi i giudici di merito, proponendo in tal modo una doglianza manifestamente infondata e non consentita nel giudizio di legittimità (per la parte relativa alla contestazione della effettività della modifica della destinazione d’uso).

3. Il ricorso deve, in conclusione, essere dichiarato inammissibile, stante la manifesta infondatezza delle censure cui è stato affidato.

L’inammissibilità originaria del ricorso esclude il rilievo della eventuale prescrizione verificatasi successivamente alla sentenza di secondo grado, giacché detta inammissibilità impedisce la costituzione di un valido rapporto processuale di impugnazione innanzi al giudice di legittimità, e preclude l’apprezzamento di una eventuale causa di estinzione del reato intervenuta successivamente alla decisione impugnata (Sez. un., 22 novembre 2000, n. 32, De Luca, Rv. 217266; conformi, Sez. un., 2/3/2005, n. 23428, Bracale, Rv. 231164, e Sez. un., 28/2/2008, n. 19601, Niccoli, Rv. 239400; in ultimo Sez. 2, n. 28848 del 8.5.2013, Rv. 256463; Sez. 2, n. 53663 del 20/11/2014, Rasizzi Scalora, Rv. 261616).

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 c.p.p., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa dei ricorrenti (Corte Cost. sentenza 7 – 13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del procedimento, nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si determina equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di Euro 2.000,00 per ciascun ricorrente.

In applicazione del decreto del Primo Presidente di questa Corte n. 84 del 2016 la motivazione è redatta in forma semplificata, in quanto il ricorso non richiede, ad avviso del Collegio, l’esercizio della funzione di nomofilachia e solleva questioni giuridiche la cui soluzione comporta l’applicazione di principi di diritto già affermati e che il Collegio condivide.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.

 


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