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Cannabis light: è legale?

25 Febbraio 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Febbraio 2019



Canapa legale: cos’è e cosa dice la legge? Si può vendere cannabis con thc inferiore allo 0,6 per cento? Il consumo è sanzionato?

È facile associare la cannabis alla droga, sebbene esse non siano la stessa cosa: mentre la prima è solamente una pianta dalla cui coltivazione e lavorazione è possibile ricavare numerosi prodotti, la seconda, nella specie di marijuana e hashish, si ottiene dalle infiorescenze essiccate della cannabis. Quindi, cannabis non è sinonimo di droga, anche se spesso, nel gergo comune, lo diventa. Preciso questo perché in Italia esiste una specifica legge che regolamenta la coltivazione di cannabis (o canapa) legale la quale, pertanto, è perfettamente lecita. Questa normativa, in particolare, ha innalzato il limite di tolleranza del principio attivo che la canapa può contenere: devi sapere, infatti, che la cannabis contiene un principio (il tetraidrocannabinolo, detto anche thc) che, oltre ad avere proprietà antidolorifiche (non a caso, l’utilizzo terapeutico è, nei casi previsti dalla legge, lecito), ha anche proprietà psicoattive. Ora, la legge del 2016 ha innalzato il limite di thc che la canapa può contenere restando legale: nonostante le iniziali incertezze, la Suprema Corte ha fatto chiarezza sull’interpretazione della norma, stabilendo finalmente quando la canapa è legale. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: ti dirò se la cannabis light è legale.

Quando la canapa è legale?

La canapa è una pianta dalla cui coltivazione e lavorazione derivano numerosi prodotti; secondo la legge [1], è possibile coltivare canapa (cannabis sativa L.) utilizzando sementi registrate nell’Unione europea che abbiano un contenuto massimo di thc (cioè di tetraidrocannabinolo) pari allo 0,6 per cento.

La percentuale di thc nelle piante analizzate può oscillare tra lo 0,2 e lo 0,6 per cento senza comportare alcun problema per l’agricoltore. Gli eventuali controlli sono eseguiti da un soggetto unico e sempre in presenza del coltivatore; gli addetti al controllo sono tenuti a rilasciare un campione prelevato per eventuali contro-verifiche. Nel caso in cui la percentuale di thc dovesse superare la soglia dello 0,6 per cento, l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione della coltivazione, ma anche in questo caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore.

Cannabis legale: a cosa serve?

Secondo la legge, è ammessa la coltivazione della cannabis legale quando è finalizzata: alla coltivazione e alla trasformazione; all’incentivazione dell’impiego e del  consumo finale di semilavorati di canapa provenienti da filiere prioritariamente locali; allo sviluppo di filiere territoriali integrate che valorizzino i risultati della ricerca e perseguano  l’integrazione locale e la reale sostenibilità economica e ambientale; alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori; alla realizzazione di opere di bonifica  dei terreni, attività didattiche e di ricerca.

In pratica, la legge vuole favorire la coltivazione della canapa per incentivare l’economia; la canapa ammessa, però, è solo quella light, cioè quella contenente un quantitativo di thc non superiore allo 0,6 per cento. Secondo la legge, dalla canapa legale è  possibile ottenere diversi prodotti, quali: alimenti e  cosmetici; semilavorati, come fibra, canapulo, polveri, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico; coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati; coltivazioni destinate al florovivaismo.

Cannabis light: si può consumare?

Il problema che era sorto in merito alla cannabis light riguardava il suo concreto utilizzo: in altre parole, posto che è pacifico che la canapa con thc fino a 0,6 per cento può essere coltivata senza far incorrere in responsabilità penale l’agricoltore, erano sorti dubbi circa l’estensibilità di tale scriminante anche ai privati che utilizzassero questi prodotti, magari per fumarli o inalarli. In altre parole: la cannabis light può essere commercializzata e consumata?

A fronte di un’iniziale interpretazione secondo cui la legge avrebbe legalizzato in generale la cannabis contenente il principio attivo fino allo 0,6 per cento, era sopraggiunta una circolare del Ministero dell’interno [2] con la quale si stabiliva che l’esimente di cui parla la legge (cioè, la tollerabilità sino allo 0,6 per cento di thc) era applicabile solamente ai soggetti cui la legge si rivolge direttamente, e cioè ai coltivatori della cannabis sativa.

Da tanto derivava che, tutti coloro che coltivatori non erano, non potevano vendere o fare commercio di prodotti derivanti dalla canapa con un tenore di thc superiore allo 0,2 per cento, né tantomeno tale cannabis poteva essere consumata per sé senza il rischio di incorrere in sanzioni. Tale interpretazione avrebbe inferto un durissimo colpo a tutti i grow shop nel frattempo sorti, in quanto sarebbero stati passibili di denuncia per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

Cannabis light: cosa dice la Cassazione?

Per fortuna è intervenuta la Suprema Corte a fare chiarezza: con una recente sentenza [3], la Cassazione ha stabilito che il limite di tollerabilità dello 0,6 per cento di thc si applica non solo agli agricoltori, ma anche a coloro che vendono cannabis light e a coloro che ne fanno uso.

In sintesi, quindi, è lecito vendere nei growshop cannabis light con percentuale di thc fino a 0,6, che è la soglia sotto la quale non ci sono effetti droganti: deve infatti ritenersi che il limite indicato dalla legge previsto per la coltivazione delle infiorescenze valga anche per il frutto della coltivazione che arriva senza alcuna modifica alla commercializzazione. E dunque anche il consumo risulta libero e non può essere sanzionato sul piano amministrativo.

Oggi, quindi, possiamo dire che lo 0,6 per cento di thc è la soglia al di sotto della quale la cannabis non è considerata dalla legge come produttiva di effetti stupefacenti rilevanti sul piano giuridico: il fatto che sia lecito coltivarla sotto tale limite implica che le infiorescenze possono essere vendute senza essere considerate sostanze soggette al testo unico degli stupefacenti.

note

[1] Legge n. 242 del 02.12.2016.

[2] Circolare del 31.07.2018.

[3] Cass., sent. n. 4920 del 31.01.2019.

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4 Commenti

    1. La vendita del tabacco è una prerogativa dello Stato, la coltivazione della pianta, al contrario, è stata da tempo liberalizzata. Una legge del 1970 ha eliminato il monopolio sulla semina e la coltivazione di tabacco, rendendo perfettamente legale compiere quest’attività pur essendo un privato cittadino. Inoltre, non è nemmeno necessaria alcuna comunicazione alle autorità. Resta invece vietato detenere, senza l’autorizzazione dell’Amministrazione dei monopoli, ogni tipo di meccanismo ed utensile preordinato alla lavorazione del tabacco: in pratica, significa che del tabacco è possibile fare solo una coltivazione artigianale, senza i macchinari utilizzati dalle industrie per la lavorazione su larga scala (destinata alla vendita, di cui lo Stato detiene il monopolio).

    1. La vendita del tabacco e di tutti i suoi lavorati è esclusiva dello Stato, il quale ne detiene il monopolio. Vendere tabacco lavorato senza autorizzazione e privo di certificazione statale è assolutamente illegale: il rischio è quello di incorrere nel reato di contrabbando di tabacchi.

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