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Richiesta bollo auto dopo passaggio di proprietà

5 Febbraio 2019
Richiesta bollo auto dopo passaggio di proprietà

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 Febbraio 2019



Bollo auto: non è dovuto se si dimostra il passaggio di proprietà alla scadenza.

Tempo fa hai venduto la tua auto di seconda mano a un tale conosciuto su internet. Dopo che siete stati in Comune per autenticare le firme sul certificato di proprietà, così formalizzando la vendita del mezzo usato, ti sei completamente disinteressato della vicenda. Hai ritenuto, in buona fede, che il nuovo titolare avrebbe completato l’iter amministrativo effettuando – così come previsto dalla legge – l’annotazione al Pra del passaggio di proprietà. Invece – probabilmente perché non aveva i soldi per versare le relative imposte – non lo ha fatto. Così la Regione, rilevando che l’intestatario del mezzo sei ancora tu e che per le lo stesso non è stato pagato il bollo auto, ti ha inviato un avviso di accertamento. Non intendi pagarlo e pertanto decidi di fare opposizione. Che chance di vittoria hai? È davvero necessaria la trascrizione al Pra dell’atto di vendita? La questione è stata sottoposta alla Cassazione che ha stilato una guida su come comportarsi in caso di richiesta del bollo auto dopo il passaggio di proprietà. Ecco cosa ha stabilito l’ordinanza in commento [1].

Passaggio di proprietà: la perdita di possesso

Avviene spesso che, nonostante l’atto scritto di vendita dell’auto, autenticato dal pubblico ufficiale e quindi munito di data certa, il nuovo titolare non provveda poi ad annotare detto passaggio di proprietà al Pra. Tale situazione finisce per incidere sui registri pubblici e quindi sull’identità del responsabile per eventuali contravvenzioni stradali o inadempimenti agli obblighi fiscali. Così le multe e le richieste di pagamento del bollo auto continueranno ad essere inviati al vecchio proprietario. Questi ha due modi per evitare di subire ulteriori richieste non giustificate:

  • o annotare, a proprie spese, l’atto di vendita al Pra (e magari poi rivalersi sull’acquirente delle spese sopportate);
  • oppure avviare un procedimento civile innanzi al giudice di pace volto a far dichiarare la perdita del possesso. La sentenza sarà poi depositata al Pra affinché venga aggiornato il pubblico registro automobilistico.

Ma nel frattempo, che succede alle multe e ai bolli auto indirizzati al venditore? Devono essere pagati? Ecco cosa dice la Corte di Cassazione con riferimento al bollo auto (ma il principio può essere esteso anche alle contravvenzioni).

Bollo auto dopo la vendita: come non pagarlo

La tassa automobilistica, per i veicoli iscritti nel pubblico registro automobilistico, è dovuta da coloro che, alla scadenza del termine utile per il pagamento, risultano da tale registro esserne i proprietari. Tanto dispone la legge [2]. Tuttavia non è una regola ferrea: il venditore infatti può dimostrare con un atto avente data certa di aver venduto l’auto prima della scadenza del termine per il versamento dell’imposta. In termini giuridici si dice che quella stabilita dalla legge non è una “presunzione assoluta” ma “relativa”, ossia che ammette la prova contraria.

Dunque è vero che a pagare il bollo è colui che, alla data di scadenza dell’imposta, risulta intestatario del veicolo secondo quanto riportato al Pra, ma questi può comunque fornire la dimostrazione del passaggio di proprietà avvenuto in epoca anteriore, dimostrazione che deve avvenire con un documento scritto avente data certa.

Questo documento è sicuramente l’atto di vendita con le firme delle due parti autenticato dal pubblico ufficiale (di solito un addetto del Comune o il notaio).

Quindi, se il venditore riceve l’avviso di accertamento con la richiesta di versamento del bollo auto per una annualità successiva al trasferimento del mezzo, può presentare opposizione entro 60 giorni dimostrando l’avvenuto passaggio di proprietà con atti aventi data certa (così come risultante dalle relative annotazioni nel certificato di proprietà della vettura medesima)

Del resto il Codice della strada [2] stabilisce che:

  • ai fini dell’esonero dall’obbligo di pagamento delle tasse di circolazione e relative soprattasse e accessori derivanti dalla titolarità di beni mobili iscritti al Pubblico registro automobilistico, nella ipotesi di sopravvenuta cessazione dei relativi diritti, è sufficiente produrre ai competenti uffici idonea documentazione attestante la inesistenza del presupposto giuridico per l’applicazione della tassa;
  • in tutti i casi in cui è dimostrata l’assenza di titolarità del bene e del conseguente obbligo fiscale, gli uffici  procedono all’annullamento delle procedure di riscossione coattiva delle tasse, soprattasse e accessori.

Valore delle annotazioni al Pra

Da questa pronuncia si intuisce che le risultanze del Pra non hanno valore di presunzione assoluta ma relativa, superabile cioè da prova contraria con l’atto di vendita autenticato da pubblico ufficiale.

note

[1] Cass. ord. n. 3040/19 del 31.01.2019.

[2] Dl n. 953/1982.

[3] Art. 94 cod. strada.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 7 novembre 2018 – 31 gennaio 2019, n. 3040

Presidente Greco – Relatore Napolitano

Ragioni della decisione

La Corte, costituito il contraddittorio camerale ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., come integralmente sostituito dal comma 1, lett. e), dell’art. 1 – bis del d.l. n. 168/2016, convertito, con modificazioni, dalla 1. n. 197/2016, osserva quanto segue: Con sentenza n. 253/21/2017, depositata il 18 maggio 2017, non notificata, la CTR del Molise accolse l’appello proposto dalla Regione Molise nei confronti dell’avv. Giovanni Di Nardo avverso la sentenza della CTP di Campobasso, che aveva accolto invece i ricorsi, separatamente proposti dal contribuente e di seguito riuniti, avverso avvisi di accertamento per tasse automobilistiche per gli anni 2007, 2008 e 2009. Avverso la sentenza della CTR del Molise il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi. L’intimata Regione Molise non ha svolto difese. 1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione, per erronea applicazione, dell’art. 5, comma 38, del d.l. n. 953/1982, convertito in 1. n. 53/1983 e, per omessa applicazione dell’art. 94, commi 7 e 8, del d. lgs. n. 285/1992 (Codice della Strada), in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. Il ricorrente lamenta l’erroneità in diritto dell’impugnata pronuncia laddove ha affermato la sussistenza dell’obbligo in capo ad esso, quale proprietario, in base alle risultanze del Pubblico Registro / Automobilistico, dell’autovettura targata CC195JF, per la quale risultava omesso il pagamento della tassa automobilistica per l’anno Ric. 2017 n. 13478 sez. MT – ud. 07-11-2018 -2- 2007, e di quella targata DG776DX, per la quale era contestato l’omesso pagamento della tassa dovuta per gli anni 2008 e 2009, laddove parte ricorrente aveva comprovato, come correttamente rilevato dal giudice di prime cure, la perdita di possesso in epoca anteriore alle rispettive annualità d’imposta. 2. Con il secondo motivo il contribuente lamenta violazione, per omessa applicazione, dell’art. 94, comma 1, del Codice della Strada e per omessa applicazione dell’art. 17 bis del d. lgs. n. 546/1992, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. nella parte in cui la decisione impugnata ha affermato che il ricorrente avrebbe dovuto fornire la prova dell’avvenuta vendita delle autovetture, non annotata al PRA, prima che la Regione emettesse l’avviso di accertamento o comunque nella fase meramente amministrativa. 3. I due motivi possono essere esaminati congiuntamente n quanto tra loro strettamente connessi. Essi sono manifestamente fondati. 3.1. Invero, posto che è incontroverso in fatto che il ricorrente aveva, sin dall’atto del deposito degli originari ricorsi in primo grado, comprovato con atti aventi data certa la vendita rispettivamente in data 28 agosto 2006 e 28 dicembre 2007 delle due autovetture, come da relative annotazioni nel certificato di proprietà delle autovettura stesse, la pronuncia impugnata si pone in contrasto col principio di diritto affermato in materia da questa Corte in forza del quale «La previsione dell’art. 5 del d.l. n. 953/1982, secondo cui la tassa automobilistica, per i veicoli iscritti nel pubblico registro automobilistico, è dovuta da coloro che, alla scadenza del termine utile per il pagamento, risultano da tale registro esserne i proprietari, non pone una presunzione assoluta, ma solo una presunzione relativa, che, in quanto tale, può essere vinta dalla prova contraria con documenti di data certa che Rtc. 2017 n. 13478 sez. MT – ud. 07-11-2018 -3- dimostrino l’avvenuto trasferimento della proprietà» (cfr. Cass. sez. 1, 4 novembre 1997, n. 10794, nonché, in senso conforme, più di recente, Cass. sez. 5, 28 aprile 2006, n. 10011; si veda anche Cass. sez. 6-3, ord. 19 novembre 2014, n. 24681). 3.2. Nel contempo la pronuncia impugnata è incorsa nell’omessa applicazione del disposto dei commi 7 e 8 dell’art. 94 del d. lgs. n. 285/1992. Il comma 7 di detta disposizione prevede, infatti, che «Ai fini dell’esonero dall’obbligo di pagamento delle tasse di circolazione e relative soprattasse e accessori derivanti dalla titolarità di beni mobili iscritti al Pubblico registro automobilistico, nella ipotesi di sopravvenuta cessazione dei relativi diritti, è sufficiente produrre ai competenti uffici idonea documentazione attestante la inesistenza del presupposto giuridico per l’applicazione della tassa». Il comma 8 stabilisce a sua volta che «In tutti i casi in cui è dimostrata l’assenza di titolarità del bene e del conseguente obbligo fiscale, gli uffici di cui al comma 1 procedono all’annullamento delle procedure di riscossione coattiva delle tasse, soprattasse e accessori». 3.3. La sentenza impugnata, pur prendendo atto dell’accertamento nel merito da parte del giudice di primo grado della prova, offerta dal contribuente, in forza di documenti aventi data certa comprovanti la perdita di possesso delle due autovetture in epoca anteriore alle rispettive annualità per le quali erano stati emessi gli accertamenti impugnati, ha finito con l’attribuire alle risultanze del PRA valore di presunzione assoluta, e non relativa, superata, nella fattispecie in esame, da prova contraria, della titolarità in capo al Di Nardo di entrambe le autovetture in relazione alle quali erano stati emessi gli avvisi di accertamento impugnati. 3.4. Né l’ulteriore statuizione circa il preteso limite temporale della Ric. 2017 n. 13478 sez. MT – ud. 07-11-2018 -4- prova nella fase meramente amministrativa trova alcun fondamento normativo, considerato che il ricorso in autotutela costituisce mera facoltà e non obbligo del contribuente né, avuto riguardo all’epoca dei rispettivi accertamenti, era prevista la previa fase amministrativa di reclamo — mediazione ex art. 17 bis del d. lgs. n. 546/1992. 4. La sentenza impugnata va pertanto cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, comma 2, ultima parte, c.p.c., con accoglimento degli originari ricorsi del contribuente avverso gli avvisi di accertamento impugnati. 5. Avuto riguardo all’andamento del giudizio, possono essere compensate tra le parti le spese del doppio grado del giudizio di merito, ponendosi le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, a carico dell’intimata Regione Molise secondo soccombenza.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, accoglie gli originari ricorsi del contribuente avverso gli avvisi di accertamento impugnati. Dichiara interamente compensate tra le parti le spese del doppio grado del giudizio di merito e condanna l’intimata al pagamento in favore del ricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1400,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi, liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori, se dovuti. Così deciso in Roma nella camera di


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