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Lavoro in nero: denuncia alla Finanza ed evasione fiscale

6 Febbraio 2019
Lavoro in nero: denuncia alla Finanza ed evasione fiscale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Febbraio 2019



Accertamento induttivo a carico dell’imprenditore se le dichiarazioni dei lavoratori in nero alla finanza fanno rilevare utili non dichiarati.

In caso di controlli da parte della finanza o degli ispettori del lavoro, il dipendente assunto in nero non rischia nulla. Se però sta percependo qualche sussidio statale incompatibile con l’attività di lavoro subordinato (ad esempio l’assegno di disoccupazione), oltre a dover restituire le somme incassate dall’Inps, sarà sottoposto a un processo penale per falso. Invece per il datore di lavoro il rischio è duplice. Innanzitutto c’è la violazione delle norme sull’obbligo di denuncia dei dipendenti agli uffici del lavoro, con conseguenti sanzioni economiche. In secondo luogo c’è la possibilità, in caso di lavoro in nero, di un accertamento per evasione fiscale. A chiarirlo è stata una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale Lazio [1].

In particolare i giudici hanno analizzato il caso di un’azienda che, a seguito di un controllo da parte della GdF per lavoro in nero, è stata successivamente oggetto di un accertamento fiscale di tipo induttivo ai fini Ires. Con tanto di sanzioni tributarie (sommate quindi a quelle per i dipendenti non assunti). Vediamo meglio come stanno le cose.

Controlli della Finanza e Ricostruzione del reddito in nero dell’imprenditore  

La giurisprudenza ha, da sempre, affermato il seguente principio. Nel caso di indagini da parte della Guardia di Finanza all’interno dell’azienda, il rinvenimento di documenti, elementi, dati e notizie non riconducibili alle ordinarie scritture contabili costituisce un indizio che può far presumere la sussistenza di maggiori redditi non dichiarati. Grazie solo a questi elementi l’amministrazione finanziaria – ossia l’Agenzia delle Entrate – può procedere a una rettifica induttiva del reddito e, quindi, a una maggiore tassazione. Più nello specifico, se i finanzieri dovessero trovare nelle sedi dell’impresa una contabilità informale, tenuta su un brogliaccio (ma anche agende-calendario, block notes, matrici di assegni, estratti di conti correnti bancari), si avrebbe un indizio grave, preciso e concordante dell’esistenza di imponibili non riportati nella contabilità ufficiale, e quindi di un’evasione fiscale. Ciò sarebbe sufficiente a procedere all’accertamento induttivo [2].

Le sanzioni amministrative per il lavoro in nero

Ben potrebbe essere che gli ispettori del lavoro o la stessa Guardia di Finanza, accedendo a una delle sedi dell’azienda, verifichino la presenza di lavoratori in nero,  In tal caso scattano le sanzioni per l’azienda sono così proporzionate:

  • sino a 30 giorni in nero (per lavoratore): sanzione da 1.500 a 9.000 Euro;
  • da 31 a 60 giorni in nero: sanzione da 3.000 a 18.000 Euro;
  • oltre 60 giorni in nero: da 6.000 a 36.000 Euro.

In più c’è la sanzione da 100 a 500 euro per ciascun lavoratore interessato per la mancata comunicazione di assunzione ai Servizi per l’Impiego.

Le sanzioni tributarie per il lavoro in nero

Come detto in apertura, la presenza di elementi, presso la sede dell’azienda, che facciano presumere la sussistenza di ricavi in nero legittima un accertamento fiscale.

Secondo la sentenza in commento tali elementi possono anche essere le dichiarazioni del personale in nero trovato dalla Finanza. La ragione è abbastanza semplice. Eccola spiegata.

Un lavoratore in nero non viene mai pagato con un bonifico o con un assegno ma con contanti, quasi sempre presi dalle “pieghe” della contabilità. In altre parole, i lavoratori in nero si pagano con il nero.

Non solo. C’è anche il fatto che la presenza di una forza lavoro non ufficiale può far presumere che l’azienda consegua ricavi non dichiarati, che proprio il numero dei dipendenti spiegherebbe e giustificherebbe. In altre parole, un’impresa con cinque dipendenti farà un certo fatturato, ma una con dieci potrebbe verosimilmente fatturare il doppio.

Al risultato il fisco ci arriva grazie ai verbalizzanti che riscontrano non solo l’irregolare tenuta e inattendibilità della contabilità aziendale ma anche la presenza di personale in nero. È legittimo, pertanto, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate basato sui risultati delle verifiche condotte dalla Finanza: a incastrare il titolare anche le dichiarazioni dei lavoratori irregolari rilasciate in sede di indagine.   

Cosa rischia il dipendente in nero

Come anticipato in apertura, il dipendente che lavora in nero e nello stesso tempo percepisce la Naspi può subire un procedimento penale per truffa, oltre ovviamente a dover restituire le somme percepite. Non rischia però un accertamento per violazione fiscale: è vero che percepisce il reddito in netto, senza cioè pagare le tasse, ma è anche vero che, nel suo caso, l’Irpef è a carico del datore di lavoro che esegue la trattenuta sullo stipendio. A tanto è arrivata sempre la CTR Lazio [3].  Il dipendente, «essendo una persona fisica in possesso di un solo reddito da lavoro dipendente corrisposto da un unico sostituto di imposta obbligato ad effettuare le ritenute, non è appunto soggetto l’obbligo dichiarativo».

note

[1] CTR Lazio, sent. n. 9326/18.

[2] Ai sensi dell’articolo 54 del dpr 633/72.

[3] CTR Lazio sent. n. 8838/18


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