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Si può affittare una casa popolare?

6 Febbraio 2019


Si può affittare una casa popolare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Febbraio 2019



Chi cede di nascosto una casa popolare commette reato? Può subire la revoca dell’assegnazione dell’alloggio popolare?

Hai trovato un appartamento in affitto davvero conveniente: il padrone di casa ti ha chiesto solo trecento euro al mese a condizione che il contratto non venga registrato e resti “in nero”. Come mai un prezzo così basso? Indagando a fondo hai scoperto che, in realtà, si tratta di un alloggio popolare che l’uomo ha ricevuto, anni addietro, dal Comune ma in cui non vive ormai da tempo; così, per non perdere l’immobile, di tanto in tanto ci va a vivere o lo dà “in prestito” ad altre persone. Secondo lui è legittimo mettere in casa propria degli “ospiti”, al di là dell’eventuale pagamento di un… rimborso spese. Ma a te la cosa puzza. Ti chiedi pertanto: si può affittare una casa popolare? La risposta al tuo quesito è stata fornita dalla Corte di Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

Come avere una casa popolare?

I requisiti per ottenere le case popolari sono fissati dai bandi dei singoli Comuni. Variano quindi da zona a zona. Di solito bisogna essere poveri (con un reddito che non supera 25mila euro annui), non avere la proprietà o la disponibilità di altro immobile, avere figli o disabili a carico, essere single e con figli, essere disabili, avere la residenza nel Comune in questione. Potrai trovare maggiori informazioni sul sito del tuo Comune o rivolgendoti direttamente agli uffici competenti.

Si possono affittare le case popolari?

Le case popolari non possono essere cedute o prestate a terzi, né tantomeno possono essere affittate o date in comodato. Consentire a persone diverse dall’assegnatario di occupare la casa popolare assegnata dallo IACP (l’Istituto autonomo case popolari) implica una condanna penale. Di mezzo c’è il reato di «invasione di edifici» [2] punito con la reclusione fino a due anni o con la multa da 103 euro a 1.032 euro.

Di tale condanna rispondono sia il “padrone di casa” che l’inquilino ospite: il primo a titolo di concorso, avendo questi consentito che terzi occupassero consapevolmente e – ovviamente – in maniera occulta l’alloggio di edilizia popolare. Sarebbe tutta da dimostrare l’eventuale estraneità degli inquilini al reato qualora sostengano di non aver avuto contezza della natura dell’appartamento: difatti il semplice fatto che il locatore non abbia voluto registrare il contratto, così commettendo una palese violazione della legge civile e tributaria, dovrebbe generare un sospetto o suggerire quantomeno un comportamento più prudente.

Si possono ospitare persone nella propria casa popolare?

Il divieto di concedere l’uso della propria casa popolare non implica però che l’assegnatario non possa ospitare terzi nella propria abitazione. Lo può fare a condizione però che vi continui a vivere. Ma se le indagini della polizia o dei carabinieri dovessero – all’esito dei numerosi controlli – rilevare che il titolare della licenza non è mai presente sul luogo e che, peggio, i presunti “ospiti” pagano un affitto per questa loro permanenza, allora siamo dinanzi a un vero e proprio reato.

Linea dura, quella tracciata dai giudici: confermati in via definitiva i tre mesi di reclusione per una donna che da originaria assegnataria ha pensato bene di consentire che un’altra famiglia vivesse nella sua casa popolare. Questa condotta è catalogabile come occupazione illegittima.

Ulteriori reati dell’assegnatario di casa popolare

Ad aggravare la posizione dell’assegnatario potrebbe poi essere la circostanza che questi non abbia più necessità di utilizzare la casa popolare per essere divenuto proprietario di altro immobile e non aver segnalato tale questione ai competenti uffici.

Per i giudici della Cassazione non ci sono dubbi: «la condotta di chi, pur detenendo l’immobile, lo ceda abusivamente a terze persone» costituisce un contributo «consapevole e causalmente rilevante» alla realizzazione del reato di «invasione di edifici». A ciò consegue inevitabilmente anche la revoca dell’assegnazione dell’appartamento.

I giudici non hanno creduto alla tesi difensiva secondo cui le persone rinvenute nella casa dello IACP erano «semplici ospiti». A smentire questa visione, ribattono i giudici, è sufficiente «la circostanza che la presenza di quei soggetti, e l’assenza dell’assegnataria dell’alloggio, sia stata accertata nel corso di numerosi accessi, effettuati in giorni ed orari diversi».

note

[1] Cass. sent. n. 5759/19 del 6.02.2019.

[2] Art. 633 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 6 novembre 2018 – 6 febbraio 2019, n. 5759

Presidente Prestipino – Relatore Monaco

Ritenuto in fatto

La CORTE d’APPELLO di BARI, con sentenza in data 15/2/2017, confermava la sentenza pronunciata dal TRIBUNALE di BARI il 8/10/2014 nei confronti di MA. RO. in relazione al reato di cui all’artt. 633 e 639bis CP.

1. Ro. Ma. veniva rinviata a giudizio per avere, in concorso con altre persone, invaso un appartamento di proprietà dello IACP.

In specifico l’imputata, originaria assegnataria dell’alloggio, avrebbe -anche omettendo di segnalare ai competenti uffici che unitamente al coniuge aveva la proprietà di una altro immobile a Bari e che non era pertanto in possesso dei requisiti- consentito a terzi di occupare l’appartamento.

All’esito del processo la Ma. veniva condannata alla pena di mesi tre di reclusione.

Avverso la sentenza presentava appello la difesa deducendo l’insussistenza degli elementi costitutivi del reato contestato.

La Corte territoriale confermava la sentenza del Tribunale.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputata che, a mezzo del difensore, deduce i seguenti motivi.

2.1. Vizio di motivazione in relazione alla configurabilità del delitto di cui all’art. 633 cod. pen. La difesa rileva che non può configurare l’elemento materiale del reato contestato la condotta di chi, occupando legittimamente l’appartamento o comunque senza averlo invaso, ospiti terze persone senza che queste stabiliscano con l’immobile un rapporto di detenzione effettiva.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile

1. Le doglianze circa la logicità e la completezza della motivazione della sentenza pronunciata dalla Corte Territoriale quanto alla configurabilità del reato di cui all’art. 633 cod. pen., sono manifestamente infondate.

La Corte, la cui motivazione si salda ed integra con quella del giudice di primo grado, ha infatti fornito congrua risposta alle critiche contenute nell’atto di appello ed ha esposto gli argomenti per cui queste non erano in alcun modo coerenti con quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale.

Alla Corte di cassazione, d’altro canto, è precluso, e quindi i motivi in tal senso formulati sono inammissibili, sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito.

Il controllo che la Corte è chiamata ad operare, e le parti a richiedere ai sensi dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen., infatti, è esclusivamente quello di verificare e stabilire se i giudici di merito abbiano o meno esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (così Sez. un., n. 930 del 13/12/1995, Rv 203428; per una compiuta e completa enucleazione della deducibilità del vizio di motivazione, da ultimo Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, dep. 2017, Rv 269217; Sez. 6, n. 47204, del 7/10/2015, Rv. 265482; Sez. 1, n. 42369 del 16/11/2006, Rv 235507).

Sotto tale aspetto, a fronte di una motivazione coerente e logica in merito alla sussistenza degli elementi costitutivi del reato, ogni ulteriore critica, che trova peraltro fondamento nella indimostrata qualità di meri ospiti delle persone rinvenute nell’immobile, risulta del tutto inconferente (“esula dai poteri della Cassazione, nell’ambito del controllo della motivazione del provvedimento impugnato, la formulazione di una nuova e diversa valutazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, giacché tale attività è riservata esclusivamente al giudice di merito, potendo riguardare il giudizio di legittimità solo la verifica dell'”iter” argomentativo di tale giudice, accertando se quest’ultimo abbia o meno dato conto adeguatamente delle ragioni che lo hanno condotto ad emettere la decisione”, in questo senso da ultimo Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, dep. 2017, Rv 269217).

Nel caso di specie, come correttamente indicato nella sentenza impugnata, la questione non è se configuri o meno il reato di cui all’art. 633 cod. pen. la condotta di chi, entrato legittimamente in possesso del bene, vi permanga quanto, piuttosto, la condotta di chi, pur detenendo l’immobile, lo ceda abusivamente a terzi.

Tale diversa condotta, anche se caratterizzata da un apporto che può definirsi atipico, integra il concorso in invasione di edifici.

La Corte territoriale ha proceduto sul punto ad una attenta ed articolata analisi di quanto emerso nel corso dell’istruttoria dibattimentale e, fatto corretto riferimento alla normativa di settore, è addivenuta ad una conclusione corretta e coerente.

Come in questa evidenziato, infatti, la ricorrente ha consentito a terzi di occupare una abitazione a cui questi non avevano titolo e che lei stessa aveva cessato di avere ed in tal modo, cfr. tra le altre le pagine 4 e 10 della sentenza impugnata, la Ma. ha fornito un contributo consapevole e casualmente rilevante alla realizzazione del reato.

La circostanza che la presenza dei medesimi soggetti, e l’assenza della ricorrente, sia stata accertata nel corso di numerosi accessi effettuati in giorni ed orari diversi, d’altro canto, esclude che questi, come sostenuto assertivamente nel ricorso, possano essere qualificati come semplici ospiti.

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dai ricorsi (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuale e della somma di Euro duemila a favore della cassa delle ammende.


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1 Commento

  1. Nella cittadina dove vivo, mi è giunta all’orecchio da un avvocato che conosco che, un suo collega e sua moglie libera professionista (quindi con buona redditività), avrebbero ricevuto, attraverso le amicizie con il sindaco di allora, un appartamento nelle case popolari. Piaga, questa, che, nessun sindaco subentrante, ci ha mai messo le mani, come se fosse tutto normale e legittimo. Io, al contrario che, già dagli anni ’80, in busta paga, pagavo la ex Gescal, non ho mai potuto beneficiare, di nessuna casa popolare.

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