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Il lavoratore in nero rischia un accertamento fiscale?

7 Febbraio 2019
Il lavoratore in nero rischia un accertamento fiscale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 Febbraio 2019



Lavoro in nero: cosa rischia il dipendente che percepisce lo stipendio senza dichiararlo e senza pagare le tasse?  

Il lavoro in nero è una piaga. Sbaglia però chi crede che la vittima sia solo il dipendente. Nessun datore di lavoro ama rischiare i controlli e le sanzioni degli ispettori del lavoro o dell’Inps, né tantomeno quelle della Finanza; ma quando il sistema fiscale è claustrofobico e il cuneo di “tasse sul lavoro” tanto elevato da mettere alle strette le aziende più piccole, è facile “cadere in tentazione” e cercare di evadere la legge. A tutto svantaggio dell’economia nazionale, delle casse erariali, del sistema previdenziale, della sicurezza dei dipendenti e della loro stessa tutela. Ora, se i rischi per l’azienda, in caso di lavoratore in nero, sono noti a tutti non sono altrettanto conosciuti quelli per i dipendenti. Qualcuno, ad esempio, si è chiesto se il lavoratore in nero rischia un accertamento fiscale. Perché mai? La questione è intuitiva e per comprenderla meglio ricorreremo a un esempio.

I due rischi per il lavoratore in nero

Immaginiamo che una persona venga assunta ma non regolarizzata presso un’azienda. Si tratta di un disoccupato che sta percependo l’assegno di disoccupazione a seguito di un recente licenziamento. Quando arrivano gli ispettori del lavoro per fare una verifica in azienda, lo trovano intento a servire i clienti. Così aprono un verbale e, previa intimazione a dire tutta la verità, raccolgono le sue dichiarazioni. Il giovane, non potendo fare altrimenti, dichiara di essere un lavoratore in nero, nonostante le occhiatacce del datore di lavoro lì vicino. Da queste dichiarazioni scattano due indagini:

  • la prima, a seguito di una segnalazione all’Inps: il dipendente risulta essere percettore della Naspi a cui, invece, non avrebbe avuto diritto in quanto (seppur di fatto) assunto presso un’altra azienda;
  • la seconda, a seguito di una segnalazione all’Agenzia delle Entrate: il dipendente, pur percependo la busta paga mensile, non ha mai dichiarato tali redditi e quindi non ha versato l’Irpef come invece la legge impone a tutti i contribuenti.

I due procedimenti vanno avanti e mentre il datore di lavoro paga le sanzioni economiche per non aver dichiarato all’Ufficio del lavoro le assunzioni, per il dipendente in nero si apre:

  • un procedimento penale presso la Procura della Repubblica, per aver dichiarato all’Inps uno stato di disoccupazione non vero,
  • un accertamento fiscale per aver percepito dei redditi in nero.

Ora, se nel primo caso si arriverà verosimilmente a una condanna per il reato di falso in atto pubblico, nel secondo caso invece l’eventuale accertamento sarà illegittimo. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Il lavoratore in nero rischia una condanna penale solo se ha mentito all’Inps

Per ottenere l’assegno di disoccupazione bisogna dichiarare di non lavorare. Chi invece sta lavorando, anche se a nero, può essere incriminato per falso in atto pubblico per aver dichiarato una circostanza non vera all’Inps. Si tratta di una sorta di frode ai danni dello Stato che implica, oltre alla condanna, anche l’obbligo di restituire le somme percepite illegittimamente.

La pena consiste nella reclusione fino a 2 anni per avere dichiarato il falso, ma si rischia anche da 6 mesi a 3 anni per avere percepito dei soldi indebitamente dallo Stato.

Quando la somma percepita è pari o inferiore a 3.999,96 euro si subisce solo la sanzione amministrativa del pagamento che va da 5.164 euro a 25.822 (somma che comunque non può essere più del triplo di quanto si è ottenuto con la disoccupazione).

La legge consente una sola deroga: quando il reddito di lavoro dipendente non supera 8.145 euro annui (all’incirca 700 euro mensili) si può continuare a ricevere la Naspi. Insomma, con stipendi bassi non c’è incompatibilità con l’assegno di disoccupazione.

Allo stesso modo, se dovesse risultare che dal lavoro in nero il dipendente non ottiene una somma superiore a detto importo egli non rischierà neanche la condanna penale.

Accertamento fiscale per il lavoratore in nero

Vediamo ora i profili fiscali. Non c’è dubbio che il dipendente in nero percepisca una busta paga al netto delle tasse e che tali soldi non vengono dichiarati nella denuncia dei redditi annuali. Si tratta di un illecito? A ben vedere no. Infatti, anche il lavoratore regolarmente dichiarato percepisce uno stipendio al netto di contributi e imposte, che vengono trattenute alla fonte dal datore di lavoro e da questi versati rispettivamente all’Inps e all’Erario. In buona sostanza, ogni dipendente non ha l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle Entrate, sicché non si vede perché tale onere spetterebbe invece a chi lavora in nero.

È proprio questo il parere fornito dalla Ctr Lazio quando dice: il dipendente, «essendo una persona fisica in possesso di un solo reddito da lavoro dipendente corrisposto da un unico sostituto di imposta obbligato ad effettuare le ritenute, non è soggetto all’obbligo dichiarativo»: non deve cioè presentare la dichiarazione dei redditi sulle buste paga e non deve versare imposte (poiché queste, al posto suo, vengono versate dal datore di lavoro).

Se dovesse ricevere un accertamento fiscale, il dipendente potrebbe impugnarlo entro 60 giorni alla Commissione Tributaria.

note

[1] Ctr Lazio, sent. n. 8838/18.


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