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Separazione e debiti ex coniuge

8 Febbraio 2019
Separazione e debiti ex coniuge

Quale responsabilità ha il coniuge – marito o moglie che sia – per le obbligazioni contratte dall’altro e come prevenire o evitare il pignoramento da parte dei creditori? 

Capita spesso, in una coppia, che uno dei due abbia accumulato numerosi debiti con creditori privati (ad esempio le banche) o con il fisco (ad esempio l’Agenzia Entrate Riscossione). Nel caso di conviventi (cosiddetta “famiglia di fatto”) i problemi economici dell’uno non si trasferiscono all’altro il quale non rischia nulla, salvo abbia firmato una fideiussione (ossia una garanzia); in quest’ultima ipotesi, infatti, risponderà dell’insolvenza altrui con il proprio patrimonio. Invece, nel caso di marito e moglie la questione si pone solo se i due sono in regime di comunione, non anche in separazione dei beni. Con la separazione dei beni, infatti, a differenza di quanto avviene con la comunione, i debiti (come del resto anche le proprietà) non si dividono tra i coniugi e restano in capo a chi li ha contratti. 

Ragion per cui, spesso, le coppie si separano in tribunale solo in modo fittizio proprio al fine di tenere distinti i due patrimoni e far sì che i creditori dell’uno non possano soddisfarsi sui beni dell’altro. In alcuni casi si procede a una semplice separazione dei beni, modificando cioè dal notaio il regime patrimoniale della comunione in precedenza adottato. Ma quali sono le implicazioni tra separazione e debiti dell’ex coniuge? La casistica è variegata, per cui sarà bene rispondere alle domande più frequenti che, sul tema, vengono solitamente poste.

Se mi separo che fine fanno i debiti di mio marito?

Il caso tipico è quello della donna che, non svolgendo attività commerciale, imprenditoriale o professionale, teme che i debiti contratti dal marito nell’ambito del lavoro si possano ripercuotere su di lei e sui propri figli. Lo stesso dicasi per i debiti di natura fiscale, derivanti da accertamenti o mancato pagamento delle imposte.

Come detto il problema della responsabilità patrimoniale del coniuge si pone solo per le coppie in comunione dei beni. In tal caso le soluzioni sono due:

  • marito e moglie optano per la separazione dei beni: si recano cioè da un notaio e modificano il regime patrimoniale. Da tale momento i due patrimoni si considerano divisi e distinti;
  • marito e moglie si recano in tribunale e, con un atto consensuale sottoscritto da almeno un avvocato, si separano (senza dover necessariamente procedere poi al divorzio).

Ciascuna di queste due opzioni presenta vantaggi e svantaggi. Vediamoli singolarmente.

Separazione dei beni

La separazione dei beni crea patrimoni distinti solo a partire dal momento in cui viene realizzata. Non ha cioè effetti retroattivi. Per il passato, ossia per tutti i debiti già contratti, resta la responsabilità di entrambi i coniugi. Tale atto dunque non salva il coniuge non debitore dal rischio di un pignoramento nei confronti dei creditori già esistenti. Pignoramento che, ad ogni modo, potrà avere ad oggetto solo il 50% del bene (ossia la metà del conto corrente, la metà della casa, ecc.) secondo le regole che vedremo più in là.

Si deve ricorrere alla separazione quindi ancor prima di contrarre obbligazioni. Una separazione realizzata dopo la firma di un contratto (ad esempio un mutuo) non serve a nulla anche se la morosità non si è ancora manifestata (non conta infatti il momento in cui si smette di pagare ma quello in cui si crea il debito, ad esempio con la stipula di un finanziamento).

Il vantaggio di questa opzione è che presenta un costo non elevato e si risolve in poche ore, con un appuntamento dal notaio. 

Separazione fittizia dei coniugi

I coniugi potrebbero, in alternativa, optare per una separazione giudiziale: presentano un atto di ricorso in tribunale, con l’ausilio di un avvocato, con cui dichiarano di volersi separare. Il costo è di circa 50 euro di contributo unificato oltre alla parcella del legale.

Il vantaggio di questa soluzione è che impedisce ai creditori dell’uno, anche se già esistenti, di soddisfarsi sull’altro. Tuttavia, come abbiamo spiegato in Finta separazione consensuale, la legge consente ai creditori, entro cinque anni dall’avvenuta separazione, di farla revocare. L’azione revocatoria farà cadere ogni effetto della separazione e i creditori potranno aggredire il patrimonio del coniuge non debitore entro massimo la metà.

Anche in questo caso, però, la separazione vale solo per il futuro e non per i debiti passati. In altri termini, come abbiamo già approfondito nell’articolo Debiti dei coniugi: come si dividono in caso di separazione?, la divisione dei debiti vale solo nei rapporti tra i coniugi e non per i creditori. Questi ultimi pertanto, anche dopo la sentenza del giudice che dichiara la separazione o il divorzio, potranno eseguire un pignoramento nei confronti dell’uno o dell’altro coniuge. Ad esempio, se Mario e Giovanna si separano con un debito rimasto insoluto di 6mila euro, i creditori potranno agire sia contro il marito che contro la moglie; chi però paga per intero può esigere dall’altro il rimborso della sua parte (la metà) del debito.

Dunque, contrariamente a quanto si crede, così come prima del divorzio i creditori potevano aggredire l’altro coniuge, questi lo potranno fare anche dopo la definitiva separazione di moglie e marito.

Separazione effettiva dei coniugi

Potrebbe succedere che marito e moglie intendano davvero separarsi, senza voler simulare alcunché. In tale ipotesi sarà più difficile, se non impossibile, che i creditori dimostrino l’intento fraudolento. Ci si chiede però che fine fa l’eventuale casa assegnata all’ex moglie se dovesse essere oggetto di pignoramento e vendita all’asta. Come già chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione [1], si possono verificare due diverse situazioni:

  • se la moglie ha trascritto la sentenza di separazione, con l’assegnazione della casa nei pubblici registri immobiliari, non può essere mai sfrattata e tale provvedimento del giudice è opponibile ai creditori;
  • se invece la moglie non ha trascritto la sentenza, il provvedimento del giudice è opponibile solo per nove anni, dopo i quali l’assegnataria dovrà abbandonare l’immobile.

Difatti, dice la Corte, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, anche se non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data di assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

I coniugi arriveranno poi al divorzio che non cambia le carte in tavola rispetto alla separazione con riferimento ai debiti. Leggi sul punto Debiti e divorzio: che fare?

Se il coniuge ha firmato una fideiussione

Tutte le soluzioni appena prospettate non hanno alcuna utilità se il coniuge non debitore ha fatto da garante all’altro. In tale ipotesi, infatti, anche in caso di separazione, egli resterà responsabile dell’intero debito (e non solo di metà). Né è possibile togliersi da garante del prestito, salvo vi sia – circostanza improbabile – il consenso del creditore. 

Pignoramento dei beni del coniuge

In presenza di una coppia in comunione dei beni i creditori possono pignorare il 50% dei beni di entrambi i coniugi. Se però si tratta di un immobile, l’esecuzione forzata avrà ad oggetto l’intero bene (se non può essere diviso in natura); la metà del ricavato dovrà essere restituita al coniuge non debitore. 


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 11096/2002.


4 Commenti

  1. Mio marito mi ha detto che non è più innamorato… Devo ancora concretizzare la cosa. a chi viene attribuita la fine del matrimonio? cosa si deve verificare ?Come funziona l’addebito?

    1. Il matrimonio comporta dei doveri per entrambi i coniugi. Sinteticamente possono essere racchiusi in quattro comportamenti: dovere di fedeltà; dovere di convivenza; dovere di collaborazione; dovere di assistenza morale e materiale. La violazione dei quattro predetti doveri del matrimonio implica, in caso di separazione e divorzio dei coniugi, il cosiddetto addebito. In pratica, il giudice accerta se uno dei due coniugi ha commesso uno degli illeciti appena elencati e lo dichiara responsabile per la fine dell’unione. Gli attribuisce cioè tutta la colpa. Le conseguenze però non sono né di tipo pecuniario (non scatta cioè un risarcimento del danno o il pagamento di multe e/o sanzioni allo Stato), né penale. Chi subisce l’addebito, ossia viene ritenuto responsabile, non può: chiedere l’assegno di mantenimento qualora il suo reddito sia più basso dell’altro coniuge e non sia in grado di mantenersi da solo; pretendere una quota dell’eredità del coniuge qualora quest’ultimo muoia tra la separazione e il divorzio (diritto che, altrimenti, gli sarebbe spettato).

  2. Separata da mio marito in comunione dei beni. In qualità di coniuge separata, potrei rispondere delle cartelle esattoriali non pagate da mio marito o è responsabile lui personalmente con i suoi beni? Possono pignorare il mio stipendio?

    1. Il regime di comunione legale comporta che alcuni beni, acquistati in costanza di matrimonio rientrino automaticamente nella contitolarità di entrambi i coniugi, a prescindere da chi abbia effettivamente speso il denaro per l’acquisto. Si tratta dei seguenti beni:gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali;i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione;i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati consumati;le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi.Non rientrano, invece, nella comunione legale:i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento; i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione;i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori;i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di una azienda facente parte della comunione;i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.I beni della comunione rispondono:di tutti i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto;di tutti i carichi dell’amministrazione dei beni stessi;delle spese per il mantenimento della famiglia e per l’istruzione e l’educazione dei figli e di ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia;di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi.Ai sensi dell’art. 189 del codice civile, i beni della comunione, fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato, rispondono, quando i creditori non possono soddisfarsi sui beni personali, delle obbligazioni contratte, dopo il matrimonio, da uno dei coniugi per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione senza il necessario consenso dell’altro.In ogni caso, i creditori particolari di uno dei coniugi, anche se il credito è sorto anteriormente al matrimonio, possono soddisfarsi in via sussidiaria sui beni della comunione, fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato.Inoltre, ai sensi dell’art. 190 c.p.c., i creditori possono agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti.In sintesi, dunque, per stabilire se i beni della comunione rispondano per l’intero debito o solo fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato, occorre comprendere se i debiti fiscali del marito siano qualificabili come debiti della comunione o come debiti personali.Se il debito è contratto nell’interesse della famiglia, la regola è che i beni che rientrano nella comunione possono essere pignorati dal creditore di uno dei due coniugi. Se tali beni non sono sufficienti, i creditori possono rivalersi, in via sussidiaria, fino al 50%, sui beni personali di ciascuno dei due coniugi.Se si tratta di un debito personale, il creditore può pignorare solo i beni personali del coniuge che ha contratto l’obbligazione. Solo se questi sono insufficienti e, il creditore può soddisfarsi, in via sussidiaria, sulla quota in comunione.Nell’ambito dei debiti discali, costituisce debito della comunione, con responsabilità di entrambi i coniugi, quello derivante dalla dichiarazione dei redditi congiunta. In tal caso, secondo la giurisprudenza, i coniugi sono responsabili in solido anche per il pagamento dell’imposta diretta (es. Irpef), soprattasse, pene pecuniarie e interessi iscritti a ruolo a nome di uno solo dei coniugi. Ne consegue che se i beni della comunione sono insufficienti, il Fisco può aggredire anche i beni personali di entrambi i coniugi.In nessun caso, a seguito della separazione, i creditori possono pignorare lo stipendio del coniuge non debitore, in quanto esso non è entrato a far parte della comunione. Semmai potrebbe essere pignorato il conto corrente cointestato ad entrambi i coniugi sul quale le eventuali retribuzioni siano già confluite in costanza di matrimonio.

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