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Morte del pensionato e pensione ai superstiti

16 Marzo 2019
Morte del pensionato e pensione ai superstiti

L’01/07/2018 è stata riconosciuta a mia moglie l’invalidità totale ai sensi art. 3 comma 3 L. 5/2/1992 n. 104 comprensiva dell’indennità di accompagnamento. Avendo maturato 18 anni e 20 settimane di contributi al 11/1992 è stata presentata domanda di pensione di vecchiaia gestione lavoratori dipendenti. Il 23/11/2018 INPS comunica “reiezione della domanda” con motivo: “Pensione al momento non liquidabile perché pur avendo maturato requisiti contributivi e quelli dell’età, la prima finestra utile per diritto sarà 01/09/2019. Lo scorso dicembre mia moglie è deceduta a causa tumore. Vi è possibilità di reversibilità x pensione di invalidità? I contributi versati fino al 11/1992 sono completamente perduti oppure è possibile ottenere la pensione di vecchiaia con una quota di reversibilità? Preciso che sono percettore di NASPI scadenza il 15/04/2019, attualmente disoccupato e maturerò pensione vecchia normativa il 04/2020 salvo verifiche quota 100. Avrei bisogno di quota di reversibilità. 

Innanzitutto si deve dire che alla morte di un pensionato Inps oppure di un assicurato Inps che ancora svolga attività lavorativa, ai familiari spetta la cosiddetta reversibilità, meglio definita come “pensione ai superstiti”. 

Questa va distinta infatti in: 

pensione di reversibilità (se il deceduto già percepiva la pensione di vecchiaia o di anzianità, la pensione di invalidità o la pensione di inabilità); 

pensione indiretta, (se il deceduto, anche se non ancora pensionato, aveva diritto alla prestazione per effetto dei contributi versati). 

Nel caso in esame, dunque, è corretto parlare di: 

– pensione di reversibilità, per quanto concerne l’assegno di invalidità totale che percepiva la moglie del lettore; 

– e pensione indiretta, per quanto riguarda invece i contributi versati dalla moglie del lettore nella casse dell’Inps. 

Si proceda però per gradi, affrontando le due tipologie di pensioni in maniera distinta. 

Con riferimento alla pensione di reversibilità, la legge prevede che essa spetta ai familiari di un soggetto titolare di una qualsiasi prestazione previdenziale (es. pensione di vecchiaia, pensione anticipata, pensione di inabilità) ad eccezione del solo assegno ordinario di invalidità in quanto questo, secondo la L. n. 222/1984, non è reversibile. 

Pertanto, l’assegno d’invalidità non rientra tra le prestazioni per cui l’INPS riconosce la reversibilità, essendo una prestazione economica di natura assistenziale che non richiede particolari requisiti in merito ai contributi versati, a differenza della pensione di inabilità previdenziale. 

Non potendo chiedere la quota di reversibilità per l’assegno civile, bisogna verificare se sia possibile ottenere la pensione indiretta, ossia se la moglie del lettore abbia versato durante la carriera lavorativa i contributi necessari che gli diano diritto a una quota di pensione. Il requisito contributivo consiste nell’aver maturato: 

– almeno 780 settimane di contributi (che corrispondono a 15 anni di contributi); 

– oppure 260 settimane di contributi (5 anni di contributi) di cui almeno 156 (3 anno di contributi) nel quinquennio antecedente la data del decesso. 

Sulla base di quanto esposto dal lettore, sembrerebbe che abbia diritto alla pensione indiretta, ricordandogli che l’art. 13 della L. n. 636/1939 individua i familiari superstiti che hanno diritto alla prestazione di reversibilità o indiretta, ossia: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli e le sorelle. 

Venendo al calcolo della pensione di reversibilità, la Legge prevede innanzitutto che essa decorre dal primo giorno del mese successivo a quello del decesso del pensionato o dell’assicurato e spetta in una quota percentuale della pensione già liquidata o che sarebbe spettata all’assicurato. Le aliquote di reversibilità sono stabilite nelle seguenti misure: 

– 60% per il coniuge senza figli; 

– 80% per il coniuge con un figlio; 

– 100% per il coniuge con due o più figli. 

Detto questo, com’è noto lo svolgimento di attività lavorativa o il possesso di altri redditi può provocare riduzioni della pensione spettante al coniuge del pensionato o del lavoratore defunto. Infatti, in presenza di redditi personali superiori a tre volte il trattamento minimo Inps la quota di prestazione erogata nei confronti del coniuge si riduce di una percentuale tanto più elevata quanto maggiore è il reddito. Le soglie di riduzione sono fissate dall’articolo 1, co. 41 della Legge Dini (Legge n. 335/1995) e prevedono un abbattimento del 25%, del 40% e del 50% della prestazione qualora il reddito del superstite splafoni rispettivamente tre, quattro o cinque volte il trattamento minimo INPS previsto per l’anno in corso moltiplicato per tredici mensilità. 

Nel 2018 (per il 2019 le soglie non sono ancora note) la soglia limite per non subire alcuna riduzione dell’importo della pensione è pari a 19.589 euro; nel caso in cui il superstite del defunto consegua un reddito annuo superiore a tale soglia subirà una riduzione della prestazione spettante pari al 25%. Il taglio sale al 40% nel caso il reddito sia ricompreso tra la predetta soglia e i 26.385,84 euro ed arriva al 50% laddove il reddito del coniuge sia superiore a 32.982, 31 euro annui (cioè oltre 5 volte il trattamento minimo INPS). 

I redditi da valutare sono i redditi assoggettabili all’IRPEF, ossia: 

– redditi da lavoro dipendente anche se prestato all’estero; 

– cassa integrazione, indennità di mobilità e di disoccupazione;

– redditi da lavoro autonomo, professionale, parasubordinato o di impresa, compresi quelli di partecipazione a società ed imprese; 

– pensioni dirette erogate da Stati esteri; 

– redditi di terreni e fabbricati; 

– altri redditi assoggettabili ad Irpef; 

– rendite vitalizie o a tempo indeterminato costituite a titolo oneroso (anche con compagnie di assicurazione), con esclusione delle rendite Inail per infortunio, anche se liquidate in capitale; 

– riscossione di affitti con il sistema della cedolare secca. Il canone fa reddito, a questi fini, al 100%, senza le deduzioni forfettarie che si applicano per l’Irpef. 

Sono invece esclusi: 

– trattamenti di fine rapporto comunque denominati e relative anticipazioni; 

– reddito della casa di abitazione; 

– competenze arretrate sottoposte a tassazione separata. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dal dott. Daniele Bonaddio


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