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Coppie di fatto e convivenza con uno straniero

16 Marzo 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Marzo 2019



Ho 60 anni e sono un cittadino americano che vive in America. Ho una compagna italiana e con lei vorrei iniziare una convivenza more uxorio secondo la legge Cirinnà 76/2016 in Italia, nella città dove è nata, risiede e lavora. Siamo legati affettivamente da quasi 20 anni, ma adesso che dal 2018 sono in pensione vorrei trasferirmi stabilmente a casa sua. Possiamo essere riconosciuti come coppia di fatto con un contratto di convivenza? Se si, potrò poi fare domanda per un visto per motivi di ricongiungimento familiare? Possiamo stipulare anche il certificato di stato di famiglia? Servirebbe in caso a rafforzare il nostro status legale come coppia? 

La legge n. 76 del 2016 ha eletto le coppie non sposate, ove sussistenti vincoli affettivi, al rango di “famiglia”.

Infatti, a prescindere dall’esistenza di un contratto scritto, si ha convivenza more uxorio qualora due persone siano legate da un legame affettivo stabile e duraturo, in virtù del quale abbiano spontaneamente e volontariamente assunto reciproci impegni di assistenza morale e materiale.

La giurisprudenza, da ultimo, ha individuato alcuni indizi che, per precisione e concordanza, lasciano presumere tale stabilità di rapporto: un progetto di vita comune, l’esistenza di un conto corrente comune, la compartecipazione di ciascuno dei conviventi alle spese familiari, la prestazione di reciproca assistenza, la coabitazione (Cassazione civile, sez. III, 13/04/2018, n. 9178).

Detto ciò, l’esistenza di un contratto di convivenza non è necessaria, ma può porre fine ad eventuali dubbi, eliminandoli alla radice.

Neppure il fatto che il lettore non sia italiano può creare degli ostacoli a tale riconoscimento posto che la legge Cirinnà stabilisce che si intendono per conviventi di fatto due persone maggiorenni (la legge non parla due cittadini italiani maggiorenni) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

Una volta riconosciuta una convivenza di fatto, il lettore potrà ottenere il ricongiungimento familiare, con domanda da presentare in Questura, organo a cui compete il rilascio del nulla osta condizionato alla effettiva acquisizione della documentazione comprovante i presupposti di parentela o di convivenza, mentre all’autorità consolare compete il rilascio del visto d’ingresso, previa verifica dei presupposti di parentela o di convivenza (Cassazione civile, sez. I, 25/01/2007, n. 1656).

E così, tramite tale convivenza di fatto, il lettore avrà diritto a soggiornare all’interno del territorio italiano con un permesso per motivi familiari.

Questo a prescindere dell’entrata in vigore della legge Cirinnà, in quanto anche la precedente normativa, seppur sorta per regolare solo i rapporti nascenti da unioni matrimoniali, è stata interpretata estensivamente dalla giurisprudenza che ne ha esteso gli effetti, così rispettando la Costituzione italiana, anche al partner con cui il cittadino abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale (Cons. Stato Sez. III, Sent., 31-10-2017, n. 5040).

Pertanto, un eventuale rifiuto al riconoscimento di tale visto sarebbe illegittimo e, quindi, impugnabile.

Con riguardo al certificato di stato di famiglia, questo una volta ottenuto attesterebbe ufficialmente la convivenza di fatto.

Tale documento deve essere richiesto all’ufficio anagrafe del comune di residenza.

L’attuale normativa in materia stabilisce che, agli effetti anagrafici, per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.

Pertanto, nessuna legge potrà vietare al lettore e alla sua compagna la possibilità di ottenere tale certificato, una volta dimostrato il vincolo duraturo che li lega (eventuali conti bancari, finanziamenti o beni cointestati, prove del loro rapporto decennale, la medesima residenza, e così via).

A questo punto, dovranno dichiarare all’Ufficiale dell’Anagrafe di aver costituito una coppia di fatto e di coabitare nella stessa casa.

Quello che si consiglia al lettore e alla sua compagna è di, comunque, sottoscrivere un contratto di convivenza (redatto da un legale preferibilmente), con il quale stabilire il luogo di residenza, le modalità di contribuzione, l’eventuale regime patrimoniale dei beni e quant’altro. In questo modo, saranno sicuramente più agevolati nell’ottenere quanto gli spetta di diritto e, soprattutto, avranno la possibilità di limitare l’odiosa burocrazia italiana.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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