Diritto e Fisco | Articoli

Successione ereditaria e buoni postali

16 Marzo 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Marzo 2019



Ho tre sorelle, due sono sposate e hanno case di proprietà ed una da quando si è lasciata col suo compagno vive con me e mia madre, anziana e pensionata, nella casa di proprietà lasciata in successione. Mio padre è deceduto nove anni fa. Fin da ragazzo l’ho sempre aiutato nei suoi lavori di artigiano e i nostri guadagni li mettevamo in posta come buoni postali cointestati. Dopo la sua morte questi buoni li ho messi a mio nome. Una volta ritornata, mia sorella si è intestata a lei la pensione della mamma e mi ha intimato di andare via da casa, perché altrimenti mi avrebbe denunciato per maltrattamenti. Essendo disoccupata sostiene di avere tempo per occuparsi lei da sola della mamma  e di volersene fare affidare la tutela. Dice che è  venuta a sapere della somma depositata in posta (una somma sufficiente a comprare un appartamentino) e che la metà appartiene a lei. È così? Ha sempre avuto un cattivo rapporto con la mamma e mi sono accorto che le somministra di continuo delle gocce che la fanno dormire. Negli ultimi tempi le condizioni della mamma stanno peggiorando. 

Senza dubbio il lettore non può allontanare sua sorella da sua madre, né imporle di non prendersi cura di lei. Bisogna però distinguere i profili civili da quelli penali. Dal primo punto di vista, da ciò che il lettore scrive emerge il problema dei buoni postali e della tutela dell’anziana signora. Per quanto riguarda le somme depositate alle Poste (o in altro istituto di credito), quando il buono è cointestato si presume che le somme ivi presenti siano divise equamente tra gli intestatari: ciò significa che, di ciò che risultava alla morte del padre, la metà era del lettore mentre la rimanente parte sarebbe dovuta cadere in successione e, quindi, divisa tra i figli (quattro persone) e la moglie. È possibile superare la presunzione di contitolarità se si dimostra che, in realtà, le somme appartenevano solamente a uno degli intestatari (classico caso della persona che mette il suo stipendio su un conto cointestato al coniuge solamente per comodità, in modo che anche quest’ultimo prelevi). 

Per quanto riguarda la tutela dell’anziana madre, si tratta di un discorso non semplice: la tutela presuppone una sentenza del giudice che dichiari l’interdizione della madre del lettore, la quale verrebbe completamente privata della capacità d’agire e, pertanto, di compiere qualsiasi atto negoziale. In sua vece verrebbe nominato un curatore. Ora, l’interdizione presuppone una quasi completa incapacità mentale, che, almeno da quanto il lettore racconta, non sembra sussistere. Oggi l’interdizione e la conseguente tutela è stata praticamente soppiantata dal più blando istituto dell’amministrazione di sostegno, con cui la persona beneficiaria viene privata della capacità d’agire solamente in maniera limitata, affidando la sua assistenza ad un amministratore. 

Per ottenere l’amministrazione di sostegno occorre fare ricorso al tribunale e chiedere al giudice la nomina di un amministratore. Le cose vanno così: il ricorrente (che può essere un figlio, il coniuge, un parente stretto o anche la persona stessa che beneficerà della misura) chiede al giudice l’apertura di un’amministrazione di sostegno; il magistrato, letto il ricorso, fissa la data d’udienza nella quale dovrà essere sentita la diretta interessata (nel caso specifico, la madre del lettore), nonché i parenti più prossimi. Solo alla luce di tale audizione il giudice decide se nominare un amministratore di sostegno oppure no, amministratore che, tra l’altro, non sarà necessariamente la persona che per prima ha fatto ricorso. Quello che si vuole dire è che la sorella del lettore non può essere sicura di ottenere ciò che vuole, anche perché è fondamentale la volontà della madre. 

Sotto il profilo penale, nella condotta del lettore non vi è a parere dello scrivente alcunché di rimproverabile, contrariamente a quanto questi racconta a proposito di sua sorella: a tal proposito, si sottolinea che l’art. 572 del codice penale dice che chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni. 

Inoltre, se la sorella del lettore costringe la madre a prendere i farmaci o a fare altre cose che non vorrebbe, può ricorrere il delitto di cui all’art. 610 cod. pen., secondo cui chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa, è punito con la reclusione fino a quattro anni. 

Nell’impossibilità di trovare un accordo bonario, il consiglio al lettore è di diffidare formalmente, mediante lettera di un legale, sua sorella, specificando che è suo preciso diritto/dovere assistere l’anziana madre, cosa che, d’altronde, ha fatto anche in passato. Una soluzione equa sarebbe quella di alternarsi nell’assistenza. Il lettore potrebbe pensare di chiedere l’amministrazione di sostegno per sua madre, anticipando così sua sorella e chiedendo di essere nominato amministratore: tuttavia, si tratta di una mossa legale da valutare con maggiore cognizione di causa, in quanto l’amministrazione di sostegno non può essere utilizzata per controversie familiari, ma per l’esclusiva tutela della persona che ne ha bisogno. 

Per quanto riguarda le gocce che la sorella del lettore somministra costantemente alla madre, si consiglia a quest’ultimo di indagare e, dopo aver capito di quale farmaco si tratta, di consultare il medico di famiglia per comprenderne l’utilità; se dovesse scoprire che sono addirittura deleterie, potrebbe fare un esposto ai carabinieri o alla polizia affinché intervengano per verificare se ricorrono gli estremi di un reato. 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva  


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