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Curriculum truccato: quali rischi?

12 Dicembre 2017
Curriculum truccato: quali rischi?

È condannato per truffa il lavoratore che trucca i titoli di studio per ottenere l’incarico dirigenziale ed al fine di avere una retribuzione ed un Tfr più elevati

In periodo di crisi e di ricerca matta e disperatissima di un posto di lavoro ben retribuito si è pronti davvero a tutto. Occhio, però, a truccare esageratamente il proprio curriculum vitae, a fingere di possedere titoli di studio in realtà inesistenti, a millantare competenze non possedute o a vantare esperienze mai conseguite: si rischiano 3 anni e mezzo di carcere ed una multa di oltre 2 mila euro. È questa la condanna che, pochi giorni fa, ha inflitto la Corte di Cassazione [1] ad un lavoratore che, con artifici e raggiri,  aveva truccato i propri titoli di studio con il preciso scopo di ottenere un incarico dirigenziale e di avere una retribuzione ed un Tfr più elevati.

Curriculum truccato: quale reato si può commettere?

Secondo la Cassazione chi falsifica il proprio curriculum appropriandosi di titoli che non possiede o di esperienze professionali non realmente conseguite può essere perseguito penalmente per il reato di truffa.  Di fatti, secondo il codice penale [2], commette il reato di truffa chi, con artifici o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno.  Il reato di truffa scatta tutte le volte in cui la prestazione lavorativa viene resa da un soggetto intrinsecamente non idoneo a fornirla con il grado di specializzazione richiesto. A ben vedere, infatti, un curriculum gonfiato e non veritiero costringe il datore di lavoro – a sua insaputa – a retribuire una persona per una prestazione di livello tecnico, in realtà mai ricevuta, subendone un danno economico, con relativo arricchimento da parte del colpevole di tale condotta. Pagare la retribuzione a una persona non in grado di svolgere, con le dovute competenze, una data attività è un impoverimento che, quantomeno, consente di denunciare il fatto alle autorità, licenziare il dipendente e chiedere indietro i soldi pagati, oltre eventualmente al risarcimento del danno.

È giusto il caso di precisare che il  reato non scatta per la semplice esagerazione fine a se stessa e posta in essere al solo scopo di “fare bella figura”, ma quando si fanno “carte falsa” ossia si dicono (o peggio si mettono per iscritto) cose assolutamente non vere, al preciso fine di tranne in inganno l’azienda, inducendo così il datore di lavoro a pagare dei compensi in realtà, né meritati, né tanto meno dovuti.

Curriculum truccato: la vicenda all’esame della Cassazione

Con la recentissima decisione in esame, la Suprema Corte ha condannato il lavoratore per aver posto in essere artifici e raggiri al fine di ottenere un ruolo dirigenziale nell’ambito di una società. L’uomo, in realtà, non era assolutamente in grado di svolgere i compiti e le mansioni relativi alla posizione lavorativa per la quale si era candidato sulla base di false informazioni e millantando di avere qualifiche professionali e precedenti esperienza, in verità, mai conseguite. Per la posizione dirigenziale richiesta dalla società, infatti, erano necessari specifici requisiti di capacità professionale che il lavoratore non solo non possedeva, ma che aveva anche falsamente dichiarato di garantire. La prestazione lavorativa è stata quindi resa da un soggetto intrinsecamente inidoneo a fornirla con il grado di specializzazione richiesto (e falsamente garantito), con la conseguenza che il datore di lavoro ha retribuito l’agente per una prestazione di livello tecnico che non ha mai ricevuto, subendone un danno economico, con correlativo indebito arricchimento del lavoratore “imbroglione”. Ma non è tutto. Nel caso di specie il datore di lavoro ha dovuto stipulare altresì un’onerosa transazione per ottenere la cessazione di un’attività che il lavoratore  non era stato in grado di svolgere con le relative competenze ed in relazione alla quale non solo le retribuzioni, ma anche il Tfr si manifestavano del tutto sproporzionati.

 

 


note

[1] Cass. sent. n. 54253/17 del 01.12.2017.

[2] Art. 640 Cod. Pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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