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Cosa succede se aumenta il tasso di interesse?

10 Febbraio 2019 | Autore: Paolo Remer


Cosa succede se aumenta il tasso di interesse?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Febbraio 2019



L’aumento del tasso di interesse non è una buona notizia per i consumatori: mutui e prestiti costano di più. Ma ci sono anche opportunità: crescono i rendimenti di obbligazioni e titoli di Stato.

Da qualche anno ci eravamo abituati a tassi di interesse veramente bassi, ai minimi storici. Ora, invece, stanno iniziando a risalire: così dicono gli indicatori e le previsioni economiche. Un’economia che stenta a riprendersi e manifesta segnali preoccupanti di recessione ha bisogno di tassi bassi per stimolare la ripresa. Quando indebitarsi costa troppo, la gente non prende soldi in prestito per effettuare acquisti ed anche le imprese evitano di investire. In questo modo l’economia non può crescere. Quando invece i tassi di interesse sono bassi è più facile assumere debiti e poterli rimborsare: le rate di mutuo saranno minori e così anche quelle del credito al consumo perché tutti i tipi di finanziamento si basano sui tassi di interesse. Con i tassi in aumento le rate dei nuovi mutui e prestiti diventano più onerose: si salva solo chi aveva contratto in precedenza un mutuo a tasso fisso. Così si è costretti a rinunciare al finanziamento perché il costo da pagare è troppo alto rispetto al reddito. Il costo è aumentato, la rata che dobbiamo pagare a fronte del finanziamento sale. Se è troppo onerosa, non possiamo più permetterci il prestito o il mutuo. Se lo abbiamo già avuto, ci sono difficoltà a rimborsare. Dobbiamo quindi regolarci nelle scelte e pianificazione finanziaria e sapere innanzitutto cosa succede se aumenta il tasso di interesse? Cosa comporta per i nostri risparmi, per i consumi e se ci sono delle occasioni di convenienza quando andiamo a chiedere un prestito. Infatti, se siamo dei risparmiatori, la salita dei tassi comporta maggiori possibilità di rendimento e quindi di guadagno dai nostri investimenti. Se i soldi li prestiamo, anziché prenderli in prestito, la crescita dei tassi può essere una buona notizia. Vediamo quindi cos’è il tasso di interesse, quando e perché scende o sale e quali conseguenze hanno questi movimenti sulle nostre abitudini e decisioni finanziarie: è possibile prevedere e anticipare il movimento dei tassi? Come conviene investire in un periodo di risalita dei tassi? Quali titoli comprare, quali mantenere o vendere? E’ opportuno o no in questo momento chiedere un mutuo per l’acquisto di una casa o un finanziamento per beni di consumo, autovetture o ristrutturazioni?

Cos’è il tasso di interesse e cosa misura

Il tasso di interesse è il costo del denaro che si presta. Chi offre soldi vuole un compenso: ti dò 100 oggi e mi restituirai 105 fra un anno. Vale a dire: mi rimborserai il capitale che ti ho prestato più il 5% di interesse, che rappresenta la mia remunerazione per averti prestato il denaro ed averne atteso la restituzione per un anno.

Per questo il tasso di interesse è chiamato anche “prezzo del tempo“: più lungo è il periodo del prestito, maggiore è il suo costo, perché chi ha prestato si farà pagare di più per aver rinunciato alla disponibilità dei suoi soldi per un tempo più esteso.

Per convincere le persone o le imprese a prestare i loro soldi alle banche o allo Stato  occorre quindi dargli una remunerazione adeguata. I tassi di interesse misurano questo prezzo ed aumentano con l’aumentare della durata del prestito: a parità di importo, un prestito della durata di cinque anni sconterà un interesse più alto di uno da rimborsare in soli due anni. Anche se la rata nel primo caso sarà inferiore, l’importo complessivo che verrà restituito sarà più elevato.

Ogni periodo di tempo ha i suoi tassi: ci sono i tassi a breve termine e quelli a lungo termine. Di solito, quanto più è lunga la scadenza tanto maggiori saranno i tassi applicati.

La banca convince i risparmiatori a depositare i loro soldi offrendo un determinato interesse in modo da rendere più conveniente impiegarli in questo modo anziché tenerli sotto il materasso o investirli in altre maniere, come comprare immobili o partecipazioni in società.

Anche lo Stato offre sul mercato i propri titoli di debito pubblico (bot, btp, cct, ctz ecc.) per finanziarsi e in cambio promette ai sottoscrittori la restituzione del capitale maggiorata di un determinato interesse.

Ma come si determina questo interesse? Il suo tasso viene determinato in base a un altro valore fondamentale, che è il tasso di inflazione.

Tasso nominale e tasso reale

La congruità di un tasso di interesse – cioè la sua efficacia a misurare il costo del nostro prestito oppure il rendimento del nostro investimento – va misurata tenendo conto di quanto nel frattempo è cresciuta l’inflazione.

Se invece ci riferiamo al futuro, cioè se vogliamo valutare la convenienza di un prestito da richiedere o di un investimento da effettuare ora, e che durerà alcuni anni, dobbiamo rapportarci all’inflazione attesa.

Un interesse del 15% annuo sembra elevato, ma se l’inflazione in quell’anno fosse del 20% non avremmo affatto guadagnato, ma avremmo perso il 5% del nostro capitale.

Al termine, infatti, la somma di 115 (100 del capitale restituito più i 15 di interesse) non basterebbe a coprire l’inflazione che nel frattempo è maturata ed ha fatto salire i prezzi: per comprare le stesse cose per le quali l’anno prima ci bastavano 100 euro, ora ne occorrono 120, e ne abbiamo solo 115.

I nostri soldi avranno un minore potere di acquisto,cioè con quell’importo si potranno comprare meno beni perché i loro prezzi sono cresciuti proprio a causa dell’inflazione.

E’ il caso dei rendimenti apparentemente stratosferici dei BOT negli anni Settanta ed Ottanta: un rendimento del 16% faceva moltiplicare il capitale investito in pochissimi anboti, ma nel frattempo l’inflazione cresceva più in fretta e il potere di acquisto di quei soldi era in realtà diminuito: il guadagno ottenuto era solo apparente.

Bisogna quindi distinguere il tasso nominale dal tasso reale, cioè quello al netto dell’inflazione.

Per calcolare il tasso di interesse reale occorre operare la sottrazione del tasso di inflazione al tasso di interesse nominale, cioè quello pattuito o promesso nel contratto di finanziamento o nella sottoscrizione del titolo obbligazionario: se il nostro titolo rende il 5% annuo e l’inflazione è del 2% annuo, il tasso di interesse reale sarà il 3%.

Da qui abbiamo la misura del costo vero del nostro prestito o della rendita effettiva del nostro investimento: la buona notizia è che la crescita dei tassi di interesse in questo momento non si sta accompagnando ad una analoga crescita del tasso di inflazione, sicché da un lato pagheremo di più il denaro che prendiamo in prestito, ma dall’altro lato otteniamo una remunerazione reale maggiore se siamo noi a prestarlo, cioè a investirlo in prodotti finanziari che garantiscono un rendimento adeguato in termini reali.

Quando e perché il tasso di interesse sale?

I tassi salgono (o scendono) quando variano le condizioni dell’economia e cambia lo scenario economico e politico.  I fattori sono molti: la salute delle imprese, le tensioni politiche, l’andamento dell’occupazione.

In estrema sintesi quando aumenta il rischio (non solo quello reale ma anche quello “percepito” cioè i timori) aumenta il prezzo che i prestatori di denaro richiedono: appunto, il tasso di interesse.

Abbiamo visto che se i tassi salgono troppo i detentori di capitale non sono più disposti a prestarlo e neppure i richiedenti prestiti sono disposti a pagare interessi troppo cari e tutto ciò è un male per la crescita dell’economia.

Per questo motivo, le Banche centrali intervengono con tutti gli strumenti a loro disposizione per mantenere i tassi il più possibile bassi o quantomeno ad un livello accettabile. Esse intervengono sui i tassi di interesse principalmente in base all’andamento dell’inflazione.

Quando questa tende a salire, le Banche centrali alzano i tassi di interesse per scoraggiare le spese: in questo modo i finanziamenti costano di più e quindi risulta più difficile acquistare prodotti come autovetture o elettrodomestici. Così i consumi si riducono e i prezzi non salgono. Quando invece l’inflazione scende, abbassano i tassi in modo da favorire gli acquisti, i consumi e gli investimenti.

E’ quello che è accaduto proprio negli ultimi anni, fino al 2018 compreso: sia la BCE (Banca Centrale Europea) sia la FED (la Banca centrale statunitense) hanno adottato politiche che hanno “costretto” tutte le banche e gli operatori finanziari a tenere i tassi di interesse applicati alla clientela entro determinati limiti.

Le Banche centrali hanno agito sui tassi di interesse dei titoli di Stato, che vengono acquistati soprattutto dagli istituti finanziari: il loro rendimento, negli ultimi tre anni, è stato addirittura negativo per quanto riguarda quelli a scadenze brevi.

In questo modo si è voluto scoraggiare l’impiego dei capitali nei “sicuri” titoli statali per dirottarlo verso i prestiti e dunque gli investimenti ed i consumi che apportano crescita economica.

Soprattutto la Banca Centrale Europea, con la presidenza di Mario Draghi, ha deciso di adottare questa politica di tassi estremamente bassi per spingere le banche a prestare soldi alle imprese ed alle famiglie. Tuttavia, ci sono state recenti avvisaglie, anche ufficiali, che questa politica finora tenuta dalle Banche centrali sta per finire: c’è il pericolo che i tassi possano risalire nel prossimo futuro.

In effetti, siccome i mercati anticipano le tendenze, già negli ultimi mesi del 2018 c’è stata una crescita generalizzata dei tassi di interesse: mutui e prestiti costano di più rispetto al recente passato ed anche i rendimenti dei titoli di Stato e obbligazionari sono saliti.

Dobbiamo quindi valutare come comportarci in questo scenario: che tu sia un consumatore oppure un investitore devi sapere quali sono le mosse giuste da fare se decidi di chiedere un mutuo o un finanziamento per l’acquisto di un bene di consumo, oppure se hai intenzione di investire i tuoi risparmi in titoli obbligazionari o di Stato o in altri prodotti finanziari, come ad esempio le polizze vita o i certificati di deposito emessi dagli istituti bancari.

Prima di scendere nel dettaglio, ricorda bene questo concetto: i tassi di interesse sono molto sensibili all’andamento dell’inflazione. Quindi quando questa sale anche i tassi salgono, e viceversa.

Finora le Banche centrali hanno cercato di contrastare la risalita dell’inflazione utilizzando proprio l’arma dei tassi di interesse, mantenuti molto bassi attraverso una specifica politica monetaria che però probabilmente non sarà proseguita in futuro.

I tassi di interesse potrebbero risalire e dobbiamo fare i conti con questa eventualità; valutando soprattutto se conviene indebitarsi o investire ora, oppure aspettare.

Come investire con tassi in salita: rischi e opportunità

L’aumento dei tassi di interesse rappresenta un rischio per chi ha preso denaro in prestito e dovrà pagarlo di più al momento della sua restituzione, mentre costituisce un vantaggio per chi il denaro lo offre.

Spesso dimentichiamo che a prestare il proprio denaro non sono solo le banche che offrono finanziamenti, ma anche i privati che investono i propri risparmi: anche loro infatti offrono i loro capitali a chi li richiede, come le imprese che emettono obbligazioni o anche lo Stato stesso che periodicamente mette all’asta i suoi titoli, come i btp (buoni del tesoro poliennali).

Quindi anche tu, se e quando acquisti un titolo di Stato o un’obbligazione emessa da una società, stai prestando soldi ed in cambio avrai come remunerazione un tasso di interesse che misurerà il tuo guadagno e il rendimento del tuo investimento.

Le condizioni di mercato di quel momento sono espresse dall’andamento dei tassi di interesse che viene misurato quotidianamente e periodicamente: 3 mesi, 1 anno, 5 o 10 anni e anche a 30 o addirittura 50 anni. Ognuno di questi periodi ha il suo indice che misura l’andamento dei tassi di interesse.

Come le aste dei titoli di Stato dimostrano (se ne tengono almeno un paio al mese) i tassi di interesse e dunque i rendimenti sono molto fluttuanti nel corso del tempo: sottoscrivendo un btp nel mese di gennaio potresti un rendimento ben diverso da quello che avresti acquistando un btp analogo, per durata e per importo, nel mese successivo.

Così allo stesso modo se richiedi oggi un preventivo per un finanziamento e poi ritorni dopo qualche mese potresti scoprire che le condizioni sono sensibilmente variate: l’aumento dei tassi di interesse ha cambiato, in pratica, l’importo di rate da pagare, e talvolta l’entità della somma da rimborsare è cresciuta così tanto, rispetto ai tuoi redditi ed al tuo patrimonio, che sei costretto a rinunciare al finanziamento perché non saresti in grado di rimborsarlo.

Vediamo ora in maniera più approfondita questi due aspetti: se ti trovi dalla parte di chi ha necessità di richiedere denaro in prestito ti servirà sapere le conseguenze dei tassi in aumento sui mutui, mentre se sei dalla parte di chi vuole investire in obbligazioni e titoli ti sarà utile conoscere i fattori che possono incrementare il tuo rendimento atteso.

Tassi in aumento: conseguenze sui mutui

I mutui sono essenzialmente di due tipi: a tasso fisso oppure a tasso variabile. La scelta tra l’una e l’altra tipologia dipende proprio dai tassi di interesse, o meglio dalle previsioni sul loro andamento futuro.

Se pensi che i tassi di interesse siano destinati ad aumentare sarà meglio che ti orienti sul mutuo a tasso fisso: in questo modo ti garantirai una rata costante e predeterminata sin dall’inizio per l’intera durata del contratto.

Se invece credi che i tassi potranno scendere potrai scegliere un mutuo a tasso variabile: risparmierai, ai livelli attuali, anche un paio di punti percentuali di interesse all’anno, ma il rischio che correrai sarà quello di dover pagare una rata molto più salata se i tassi di interesse dovessero aumentare in futuro.

Nelle formule a tasso variabile, infatti, le rate sono “agganciate” a determinati indici, come l’Euribor, che misurano periodicamente appunto il livello dei tassi di interesse, a cui solitamente si aggiunge una maggiorazione, detta spread, che rappresenta la remunerazione ulteriore del mutuante (la banca compra il denaro a un determinato tasso e lo rivende a te applicando questa maggiorazione che rappresenta il suo guadagno) ed anche l’inflazione annua calcolata secondo gli indici Istat.

Esistono anche formule miste che mescolano gli elementi del tasso fisso con quelli del tasso variabile: ad esempio consentire al cliente di passare dal fisso al variabile o viceversa. In questo modo avrai l’opzione, dopo un certo numero di anni, di cambiare il tipo di rimborso del tuo mutuo ancora in corso.

Questa formula conviene a chi, nel momento in cui sottoscrive il mutuo, non ha una situazione economica certa (perché ad esempio ha un reddito variabile derivante da un lavoro autonomo o precario) e vuole  risparmiare qualcosa sfruttando, nei primi anni di rimborso, la convenienza del tasso variabile; ma contemporaneamente vuole evitare i rischi di un aumento dei tassi e così riservarsi la possibilità di passare al mutuo a tasso fisso se questo aumento dovesse verificarsi.

In ogni caso, devi sapere che questa opzione – come tutte le possibilità offerte dai finanziatori – ha un costo, seppur contenuto, che si aggiungerà alla tua rata: in altre parole, un mutuo di questo tipo costerà più rispetto ad un variabile semplice, proprio perché ti consente questa possibilità di cambiare il tipo di piano di rimborso.

Ma soprattutto devi essere consapevole – e questo vale per tutte le tipologie di mutuo – che gli interessi che paghi si concentrano in massima parte nelle rate dei primi anni di rimborso.

Infatti ogni rata di rimborso prevista dal piano comprende una quota di capitale e una quota di interessi: anche se l’importo della rata che paghi si mantiene costante nel tempo (come avviene sempre nei mutui a tasso fisso ed anche nei variabili se l’andamento dei tassi rimane inalterato) in realtà la quota di rimborso degli interessi è maggiore nei primi anni, mentre negli ultimi anni residui si rimborsa principalmente il capitale.

Per sapere esattamente quanta parte della tua rata, mensile o semestrale di mutuo è destinata a rimborsare il capitale e quale invece copre gli interessi puoi consultare il piano di ammortamento che l’istituto di credito deve consegnarti al momento della sottoscrizione: in essa è specificata la quota capitale, la quota interessi ed il totale per ciascuna rata che devi pagare.

Ti accorgerai che all’inizio, nelle prime rate, ciò che pagherai sarà quasi tutto di interessi mentre quando sarai arrivato verso la fine del rimborso starai restituendo soprattutto il capitale: gli interessi sono già stati pagati in massima parte nelle rate precedenti.

Sapere questo ti aiuterà moltissimo nei casi in cui tu decidessi di rinegoziare il mutuo oppure di effettuare l’estinzione anticipata: più il tuo mutuo sarà “vecchio”, cioè quanti più anni saranno passati dal momento della sua accensione, tanto più l’incidenza degli interessi sarà minore e dunque sarà minore anche la convenienza a variare le condizioni stabilite.

Viceversa, se hai un mutuo “giovane”, cioè sottoscritto da poco, ad esempio da due o cinque anni, avrai ancora una grossa quota di interessi da rimborsare, e se nel frattempo i tassi di interesse fossero variati potresti avere dei vantaggi a rimodulare i termini del piano di rimborso, ad esempio allungando la durata in modo da diminuire l’importo della rata periodica.

Ricorda che aumentare la durata del tuo mutuo farà diminuire la rata ma farà salire l’ammontare complessivo degli interessi da rimborsare, anche se in un periodo più lungo e quindi più sostenibile.

Conseguenze su obbligazioni e titoli di stato

Quando le obbligazioni pagano una cedola periodica – ad esempio il 2,5% semestrale per cinque anni – se i tassi di interesse salgono il prezzo del titolo sul mercato scende.

Questo accade perché, a fronte di una cedola predeterminata all’epoca dell’emissione, e dunque in base ai tassi di quel momento, se il tasso di interesse è salito nel frattempo il prezzo del titolo dovrà adeguarsi al valore di mercato che i tassi hanno attualmente.

Ad esempio, se avevi acquistato un paio di anni fa un btp decennale che dava un rendimento del 2% , se volessi rivenderlo oggi, con i tassi che nel frattempo sono aumentati (i titoli analoghi emessi oggi rendono quasi il 3%, circa un punto in più), otterresti un valore inferiore rispetto al prezzo al quale lo avevi acquistato: avresti una perdita.

Se invece manterrai quel titolo fino alla scadenza, ti verranno pagate le future cedole al tasso prestabilito (oltre alla restituzione del capitale), e non avresti conseguenze.

Quindi fai attenzione: se pensi di avere la necessità di liquidare il tuo titolo prima della scadenza, potresti rimetterci molto se dovessi venderlo in un momento in cui i tassi di interesse sono più alti di quelli del momento in cui lo avevi comprato.

In sintesi, un rialzo dei tassi di interesse può far scendere anche di molto i prezzi dei titoli di Stato e obbligazionari che hai in portafoglio. Nessun problema se puoi tenerli fino alla naturale scadenza; se invece devi venderli sul mercato, potresti perdere una quota significativa del capitale investito.

La variazione anche di un solo punto percentuale del tasso di interesse può tradursi in una diminuzione di valore dei titoli sul mercato anche di dieci volte superiore, soprattutto se essi hanno una lunga vita residua, cioè una scadenza ancora lontana.

Ad esempio, un BTP trentennale emesso nel 2014, se fosse venduto nel 2019 avrebbe ancora 25 anni di durata. Chi lo compra pretenderà che il valore della cedola sia adeguato ai tassi attuali, e quindi vorrà acquistarlo ad un prezzo inferiore a quello in cui lo avevi comprato tu, in un periodo di tassi più bassi.

Se ritieni che i tassi saliranno ancora, non è il momento di comprare adesso: rischieresti appunto di veder diminuire il valore capitale dei tuoi titoli, oltre che di garantirti un rendimento più basso di quello che potresti spuntare in futuro.

Se sei convinto invece che la salita dei tassi sia momentanea, allora puoi acquistare scommettendo che i tuoi titoli – che garantiscono un interesse elevato – potranno valorizzarsi ulteriormente in un futuro di tassi più bassi; così potresti guadagnarci nel rivenderli prima della scadenza.

Certo, fare previsioni è difficilissimo e se non sei disposto a rischiare i tuoi capitali la cosa migliore da fare è quella di investire gradualmente i propri risparmi in obbligazioni e titoli di Stato in modo da “spalmare” il rischio delle fluttuazioni dei tassi di interesse; tutto ciò considerando prima di tutto la durata del tuo investimento, in modo da evitare scadenze troppo lunghe che potrebbero costringerti a dover vendere prima e incassare una perdita se i tassi dovessero salire ancora.

Il suggerimento quindi è quello di tenere, durante i periodi di aumento dei tassi di interesse, obbligazioni e titoli a scadenza breve: in questo modo potrai presto reinvestire i capitali a un tasso migliore.

Attenzione alle borse: se investi in azioni devi sapere che quando i tassi salgono il valore di scambio delle azioni tende a scendere, perché le obbligazioni offrono rendimenti alternativi interessanti e con minore rischio.

Questa però non è una regola generale: ci sono categorie di titoli insensibili alle variazioni dei tassi di interesse, come quelli delle società che vendono beni o merci di largo consumo, ed altri titoli che addirittura beneficiano di un rialzo dei tassi, come i bancari e gli assicurativi, perché queste imprese e compagnie avranno maggiori introiti.

Chiedere un prestito quando i tassi sono alti: si o no?

Come abbiamo detto, quello che conta per decidere non è tanto il tasso nominale quanto il tasso reale, cioè depurato dall’inflazione. Quindi se i tassi di interesse fossero al 6% ma l’inflazione al 4% il tasso reale sarebbe di 2 soli punti percentuali, mentre se l’inflazione fosse al 2% avresti un tasso di interesse reale di 4 punti, molto più alto.

Anche la durata del prestito incide molto: quanto più è lungo il periodo di restituzione, tanto più elevati saranno gli interessi, perché chi ti finanzia vorrà un maggior premio per averti finanziato a lungo termine ed anche per il rischio di tutti gli eventi che si possono verificare in un arco temporale esteso anziché breve.

Questo significa che se chiedi un prestito a lungo termine pagherai complessivamente una somma più elevata, anche se la rata periodica sarà più bassa: dovrai considerare l’importo mensile che potrai sostenere con i tuoi redditi ma anche la durata del periodo di rimborso.

Quindi verifica attentamente i piani di rimborso e confronta varie alternative: se ti occorrono 10.000 euro fatti elaborare un piano di restituzione a 24,36,48 e 60 rate, cioè da due a cinque anni, e possibilmente da più di un istituto finanziario in modo da valutare le offerte concorrenti.

Una saggia regola è quella di non indebitarsi mai per una somma superiore al 30% della propria capacità reddituale: se guadagni 1.000 euro al mese, è bene che le rate dei tuoi mutui e prestiti non superino i 300 euro mensili, altrimenti qualunque evento imprevisto potrebbe metterti in serie difficoltà.

Se invece hai un reddito in crescita (ad esempio sei un lavoratore dipendente pubblico e conti sugli scatti stipendiali e sugli aumenti di grado, oppure sei un professionista affermato) puoi permetterti di indebitarti in misura anche superiore a questa percentuale.

Considera che in questo periodo storico i tassi di interesse tendono a salire mentre l’inflazione rimane stabile: la “forbice“, cioè il divario tra questi due parametri, si sta allargando e per questo occorre prestare la massima attenzione al tasso reale, che appunto misura la differenza, piuttosto che a quello nominale.

Dunque bisogna comparare bene le varie offerte ed esaminare come dato di partenza il Taeg, cioè il tasso annuo effettivo globale, che tiene conto di tutte le componenti e costi connessi al finanziamento, come ad esempio una polizza assicurativa collegata al mutuo.

Il valore del Taeg deve esserti obbligatoriamente comunicato prima che tu aderisca alla proposta, in modo da consentirti di decidere in maniera informata e consapevole.

In conclusione, anche in periodi di tassi in aumento non sempre è conveniente affrettarsi a stipulare un mutuo o ottenere un finanziamento rapido nella speranza di spuntare condizioni migliori prima che i prezzi salgano: le condizioni di mercato non dipendono da te, la tua capacità di guadagno e dunque di rimborso invece sì.

Quello che conta davvero è la tua condizione finanziaria e da qui, valutando bene i tuoi obiettivi, potrai selezionare le proposte migliori non solo per tasso di interesse ma anche per durata e condizioni contrattuali.


Di Paolo Remer


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