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Canone Rai: serve per pagare ospiti e conduttori?

10 Febbraio 2019
Canone Rai: serve per pagare ospiti e conduttori?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Febbraio 2019



Presentatori Rai e stipendi alti: a pagare i cachet sono i contribuenti o la pubblicità?

La fine del Festival di Sanremo e le recenti polemiche – sollevate anche da alcuni rappresentanti politici – in merito agli stipendi troppo alti dei conduttori Rai hanno fatto riemergere il problema di una televisione pubblica inefficiente e del relativo costo che ricadrebbe sulla collettività. Chi paga i 2 milioni e mezzo all’anno a Fabio Fazio o il più “modesto” compenso a Claudio Baglioni di 585 mila euro per la kermesse della canzone nazional popolare? Di qui, ancora una volta, il tormentone che culmina con l’intramontabile critica al Canone Rai e al sostegno che esso offrirebbe per coprire cachet ingiustificati a presentatori ed ospiti di trasmissioni poco seguite. Il tutto a vantaggio di una televisione spesso anacronistica che non rispecchia i reali interessi della gente, la quale è costretta a trovare alternative “a pagamento” sul digitale o sulle pay-tv. Ma è davvero così? Il canone Rai serve per pagare ospiti e conduttori?

La verità sul Canone Rai è un’altra e chi ha bisogno di riscontri ufficiali potrà rifarsi a quello che ha scritto la Corte Costituzionale in più occasioni [1]. Le sentenze del “giudice delle leggi” hanno chiarito la natura e la funzione di questa controversa imposta, a pochi però nota. Basta leggere i commenti sui social per rendersi conto di quanta confusione vi sia in materia.  

Il Canone Rai, in realtà, non è né un canone né una sovvenzione alla Rai. Questo nome – colpevolmente attribuitogli dalla stessa pubblica amministrazione – nasconde in verità un’imposta sul possesso della televisione, così come lo è il bollo auto per la macchina e l’Imu per gli immobili. L’errore di fondo è stato chiamare da sempre la tassa con un appellativo di certo più intuibile e memorizzabile, ma assolutamente fuorviante rispetto a quello che è il cosiddetto “presupposto d’imposta”.  

La Consulta ha spiegato più volte che il Canone Rai – o meglio detto imposta sulla detenzione degli apparecchi audiovisivi – è una tassa come tutte le altre, di natura erariale, che va cioè a finire allo Stato. Una volta incassata, essa si confonde con tutte le altre entrate derivanti dalle imposte dirette e indirette e serve per finanziare la spesa pubblica: ossia per versare gli stipendi ai dipendenti della pubblica amministrazione, per pagare le pensioni, per finanziare le opere pubbliche, ecc. 

Presupposto dell’imposta non è quindi la visione della Rai – se così fosse basterebbe oscurarne il segnale per non pagare più – ma la disponibilità in casa di una televisione, a prescindere se venga usata o meno, da ciò che si vede, da quanto tempo la si tiene accesa.

Non c’è quindi alcun collegamento o canale preferenziale tra gli incassi del Canone e la Rai. La Rai, è vero, percepisce dei contributi statali, ma questi le vengono erogati a prescindere dal canone riscosso. Paradossalmente – volendo fare un esempio scolastico – se anche tutti i contribuenti smettessero di versare l’imposta sulla Tv, la Rai continuerebbe a percepire le sovvenzioni statali. 

Non è quindi smettendo di vedere “Che tempo fa” o i programmi in prima serata su Rai Uno, Rai Due o Rai Tre che contribuirete a diminuire gli stipendi dei rispettivi conduttori. Lo sciopero bianco, insomma, è del tutto irrilevante.

Tanto è vero che questa situazione ha creato il disappunto delle reti private e di quelle locali, costrette a concorrere con un rivale agevolato, con una marcia in più rispetto ai semplici incassi della pubblicità. E del resto, volendo fare quattro conti nella tasca di mamma Rai, si consideri che l’ultimo Festival di Sanremo è costato circa 16,4 milioni di euro ma ne ha incassati 26. Se è vero dunque che anche la Rai ha sposato la logica di mercato, in base alla quale un prodotto non può costare più di quanto incassa, non c’è ragione di sovvenzionarla con i tributi versati dagli italiani.

In verità, a contribuire ad alimentare l’equivoco collettivo secondo cui il Canone Rai servirebbe a pagare gli stipendi a conduttori ed ospiti è stata proprio la rete pubblica che, fin quando il canone non è stato addebitato sulle bollette della luce, ha annualmente inviato, a milioni di italiani, le lettere con cui chiedeva il versamento dell’imposta. È un po’ come se la Fiat spedisse a tutti gli intestatari di un’automobile una richiesta di pagamento del bollo auto. Di qui la convinzione che i soldi dei contribuenti versati per l’imposta televisiva siano utilizzati (solo) per mantenere in piedi le trasmissioni statali e per pagare gli stipendi d’oro dei giornalisti Rai. Il che ripropone il problema dell’impiego del denaro pubblico. Ma questa è una storia su cui già molti giornali hanno detto meglio di noi.

note

[1] Cfr. Corte Cost. sent. n. 284/2002.


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