Tech Banda larga: italiani, popolo di scavatori

Tech Pubblicato il 8 aprile 2013

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> Tech | Cos'è Tech? Pubblicato il 8 aprile 2013

La Commissione Europea annuncia i suoi indirizzi per le reti di comunicazione di nuova generazione in fibra ottica. L’Italia è già in larga misura attrezzata, ma sembra non bastare.

 

“Meno scavi. Più banda larga”. È questo il suggestivo il motto della Commissione europea per presentare i propri orientamenti in materia di reti di comunicazione di nuova generazione (http://europa.eu/rapid/press-release_IP-13-281_it.htm.).

Al solito, vengono identificati un certo numero di pilastri su cui si basa l’impianto, che nella fattispecie sono quattro:

– l’accesso alle infrastrutture fisiche;

– il coordinamento dei lavori civili;

– le autorizzazioni per i lavori;

– la predisposizione per nuovi immobili e ristrutturazioni.

Tutti temi molto dibattuti anche nel Belpaese, al punto che veniamo citati tra le best practice europee da cui la Commissione ha tratto spunto (per il vero insieme ad altri 10 Paesi…).

Sembra incredibile, ma quando dobbiamo produrre impianti normativi e regolamenti siamo i primi della classe e su ognuno dei temi di cui sopra abbiamo una primogenitura. Basti pensare allo storico “regolamento scavi” di Milano (agli albori della New Economy), così come alla decisione dell’Antitrust per l’accesso alla rete Socrate (di Telecom Italia). Senza dimenticare il regolamento della Regione Friuli Venezia Giulia per la predisposizione alla banda ultra larga (anche per le ristrutturazioni), alle delibere AGCOM riguardanti l’accesso alle infrastrutture fisiche, nonché alle decisioni governative per la semplificazione dei lavori  per la realizzazione delle opere civili.

Neelie ci ricorda che le 4 misure possono fare risparmiare 40-60 miliardi di euro, che riportati all’Italia significa 4-6 miliardi di euro. A questo punto i giochi sarebbero fatti e possiamo attivare i cantieri.

Dove sta l’errore?

Un primo punto è legato al fatto che non basta rendere più semplice ed economica la realizzazione delle opere civili (per quanto importanti e costose, visto che incidono per il 70-80% del totale dei costi). Il vero nodo è quello di  trovare un modello di remunerazione che renda sostenibile l’avvio di una nuova fase di investimenti infrastrutturali che deve generare servizi che qualcuno è effettivamente interessato ad acquistare con una “premium price” rispetto alla spesa attuale.

Un secondo aspetto è, invece, più specifico dell’Italia. Dopo la produzione di norme e regolamenti, occorre garantire che l’interpretazione sia omogenea, che le declinazioni territoriali siano coerenti, che l’attuazione venga garantita, fino  ad arrivare a comminare delle sanzioni in caso di mancato recepimento.

 

Si può fare. Basta volerlo.


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