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Social durante il lavoro: quando si rischia il posto?

11 Febbraio 2019


Social durante il lavoro: quando si rischia il posto?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Febbraio 2019



Quando il tempo speso su Facebook, Instagram, WhatsApp o YouTube può costare il licenziamento. Le offese all’azienda, al datore di lavoro o ai colleghi possono integrare un illecito disciplinare anche se non sconfinano nella diffamazione.

Rubare il tempo al proprio lavoro per stare su Instagram, Facebook, WhatsApp o per guardare video su YouTube non fa sicuramente parte delle skill di un buon dipendente; ma da un punto di vista legale cosa si rischia per pochi minuti di distrazione? Allontanare lo sguardo dalle scartoffie per sbirciare il messaggino apparso sullo smartphone non potrà mai essere un comportamento punibile se l’episodio è isolato e si consuma in pochi secondi. Viceversa, chi ha l’abitudine a distrarsi con cadenza quotidiana può subire una sanzione disciplinare tanto più grave quanto maggiore è il tempo sottratto alle mansioni. Lo sa bene una dipendente che, di recente, ha perso il ricorso in Cassazione contro il licenziamento intimatole per aver effettuato 4.500 accessi a Facebook nell’arco di un anno e mezzo. Ma non basta stare attenti all’orologio: anche un solo secondo potrebbe essere fatale per chi usa i social per denigrare l’azienda dove lavora e i prodotti da questa commercializzati oppure per diffamare i colleghi generando in ufficio un clima di tensione.

Sono ormai numerose le sentenze che affrontano il rapporto tra ambienti lavorativi e uso dei cellulari per la navigazione in internet per fini personali e ludici. Perché, se di dipendenza psicologica davvero si tratta, questa non cessa solo perché si valicano i cancelli dell’azienda. Ed allora è bene sapere in anticipo, nel caso di social durante il lavoro, quando si rischia il posto. Perché in questo modo sarà possibile staccare… la batteria, prima che sia troppo tardi.

Social sul lavoro: quando è vietato?

Sicuramente la navigazione su internet per fini privati – come quella che si fa sui social network come Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn, ma anche su WhatsApp e YouTube – è vietata sia quando avviene tramite il computer dell’ufficio che con il tablet o lo smartphone personale. Non è tanto il supporto, infatti, ad essere la causa dell’illecito disciplinare quanto il tempo sottratto alle proprie mansioni lavorative.

Anche l’uso della connessione a internet dell’azienda può essere causa di illecito, come nel caso di chi usa la rete wi-fi aziendale per commettere reati. Si pensi a chi scarica file musicali coperti dal diritto d’autore mettendo così a rischio la stessa azienda. Con una sentenza di due anni fa la Cassazione [1] ha ritenuto legittimo licenziare il dipendente che scarica film porno sul proprio computer utilizzando la rete del datore di lavoro.

Secondo la Corte il datore può far ispezionare il pc in dotazione al dipendente e licenziarlo se scopre che vi ha scaricato video pornografici, anche perché l’azienda rischierebbe un procedimento penale laddove i filmati dovessero riguardare minorenni (ossia materiale pedopornografico). Si tenga peraltro conto che, con la recente introduzione del Jobs Act, il datore può mettere sotto controllo cellulari, pc e tablet aziendali dati in comodato ai propri dipendenti. Non c’è quindi alcuna violazione né della privacy, né dello Statuto dei lavoratori.

Tornando alla navigazione sui social network questa è generalmente vietata, ragion per cui molte aziende predispongono dei filtri di accesso dai propri terminali. E se, nonostante ciò, il dipendente dovesse sostare su Facebook dal proprio cellulare, la sua condotta verrebbe comunque ritenuta irregolare. Irregolarità che, come detto, viene punita sulla base del tempo trascorso sul social. Si passa dalle sanzioni più leggere – come il richiamo verbale, l’ammonizione scritta, la multa e la sospensione dal lavoro – al licenziamento. La Cassazione, di recente [2], ha confermato il licenziamento alla segretaria che stava sempre su Facebook dal pc aziendale.

La loro graduazione deve tenere conto della gravità della condotta: tanto superiore è il tempo sottratto al lavoro (e, quindi, la recidiva) tanto più gravi saranno le conseguenze, sino ad arrivare alla risoluzione definitiva del rapporto di lavoro.

Ma come fa il datore a scoprire che il dipendente sta sui social durante l’orario lavorativo? Sicuramente la cronologia rilevata dal pc aziendale è il primo elemento utile. Ci possono poi essere le testimonianze dei colleghi di stanza. E non infine la “provocazione”: il datore può creare un profilo falso – magari con le sembianze di una bella ragazza – per contattare il lavoratore svogliato e, chattando con lui, procurarsi le prove della distrazione.

È esclusa ogni violazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori – che vieta i controlli a distanza nei confronti dei dipendenti – poiché la verifica dei computer e degli altri apparecchi aziendali non viene fatta sulla produttività o l’efficienza del dipendente ma per preservare l’azienda da comportamenti illeciti, estranei alla prestazione, tali da ledere quel rapporto di fiducia che deve necessariamente sussistere tra datore e dipendente.

Post e foto vietate sui social: quando si rischia il licenziamento?

Tutti sanno che non si può parlare male degli altri in pubblico, tantomeno su internet dove la facile e rapida diffusione delle comunicazioni è tale da creare maggiori danni. Diversamente si commette il reato di diffamazione aggravata. Ma se, di norma, per far scattare il penale bisogna travalicare il diritto di critica (e quindi sconfinare in offese gratuite alla persona), un dipendente che intende parlare dell’azienda presso cui lavora è tenuto ad usare un linguaggio più moderato e rispettoso. Anche infatti se non dovessero sussistere i presupposti per il reato di diffamazione non è detto che la condotta non possa considerarsi “sconveniente” e quindi contraria a un sano rapporto lavorativo. Così anche il solo partecipare a un forum di discussioni in cui si parla male del datore o dei suoi prodotti può costare il posto. Secondo la Cassazione [3] si può essere licenziati per un like. In particolare, tutte le volte in cui l’utente di Facebook, dimostrando con il proprio commento di condividere la critica iniziata da altri e, così, partecipi al treat di discussione che ne è scaturito, ha dimostrato di condividere le forme espressive illecite usate da altri, può essere condannato. Scatta dunque il licenziamento per chi, su internet, parla male dell’azienda.

Un precedente del tribunale di Milano dell’agosto 2015, che ha fatto scuola, ha convalidato il recesso dal contratto di lavoro intimato dall’ufficio personale a un dipendente il quale aveva postato su Facebook foto scattate durante la pausa caffè, ma comunque nell’orario di servizio, con commenti offensivi (l’uomo si era sbilanciato nel dire: «Ditta di m…»). Si tratta di un «grave danno morale» per il datore che non ammette sanzioni meno gravi.

Non è meno grave parlare male del datore in una chat condivisa da soli dipendenti a meno che non si tratti di un gruppo chiuso Facebook o WhatsApp a cui fanno parte solo gli iscritti a un determinato sindacato e il datore viene a saperlo grazie alla testimonianza di una “spia”: secondo infatti la Suprema Corte [4], in tali casi prevale la segretezza della corrispondenza (protetta dalla Costituzione) che si estende anche alle comunicazioni elettroniche come chat private, newsgroup o mailing list.

C’è poi da valutare l’eventuale clima conflittuale sul lavoro, come nel caso di una minaccia di licenziamenti, che potrebbe giustificare una critica più accesa. La provocazione è infatti considerata una scusante della diffamazione e quindi può anche consentire di dribblare il licenziamento.

Come non è consentito parlare male del datore, altrettanto non è permesso sparlare su Facebook dei colleghi. Non solo perché, così facendo, si rischia una querela per diffamazione ma anche perché si mina alla serenità del lavoro d’ufficio e quindi si pregiudica, in definitiva, la produttività. Ecco perché in questi caso la sanzione per l’incompatibilità ambientale può essere il trasferimento o, nei casi più gravi, lo stesso licenziamento. E, come chiarito dalla Cassazione, la diffamazione scatta anche se le offese non hanno un destinatario ben individuato con nome e cognome: il semplice riferimento generico, che consenta tuttavia di individuare il destinatario delle frasi ingiuriose, è vietato.

Le foto sul profilo sono una prova

Se sono pericolose le incursioni sui social durante l’orario di lavoro non lo sono meno quelle effettuate durante il resto della giornata. Il datore di lavoro può, ad esempio, utilizzare le foto postate su Instagram da un dipendente assente per permessi per provare che, in realtà, egli era intento ad attività per nulla compatibili con le giustificazioni fornite al datore. Si pensi a chi è assente per malattia – che invece si fa un selfie in palestra – o chi sta usufruendo delle giornate di permesso retribuito della legge 104 per assistere un parente disabile e che invece fotografa un panorama alpino immortalato nel corso di una gita.

Tuttavia, per la Cassazione non è così scontato. Difatti la foto potrebbe essere anche tratta da un archivio di immagini del cellulare scattate in un momento precedente. Per cui, ribadiscono i giudici supremi, non si può licenziare il dipendente malato solo perché ha pubblicato una foto che dimostrerebbe il suo stato di salute: il controllo delle assenze dal lavoro può essere effettuato soltanto con la visita fiscale e dunque l’azienda deve rivolgersi al medico di controllo dell’Inps se reputa che sia simulata la patologia lamentata dal prestatore d’opera [6]. L’articolo 5 dello Statuto dei lavoratori, infatti, vieta gli accertamenti da parte del datore sull’idoneità dell’infermità per malattia o infortunio del dipendente.

note

[1] Cass. sent. n. 22313/2016.

[2] Cass. sent. n. 3133/2019.

[3] Cass. sent. n. 3981/2015. Cfr. anche Tar Lombardia sent. n. 246/16.

[4] Cass. sent. n. 21965/2018.

[5] Cass. sent. n. 16712/2014.

[6] Cass. sent. n. 1576/2018.

Giovane che usa il cellulare sui social, Autore Sondem


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2 Commenti

  1. Buongiorno, mi sono iscritta su Instagram ed ho inserito il mio numero di telefono. Il numero è un dato personale? Come posso rimuoverlo da questo social?

    1. Buongiorno Giovanna. Per la nuova legge sulla tutela della privacy anche il tuo numero di cellulare deve essere considerato un dato personale e per questo puoi chiedere, a chi lo conosce, che lo utilizzi con cura o lo cancelli. Il numero di cellulare rappresenta uno dei dati più utilizzati. Gli smartphone sono diventati essenziali allo svolgimento della nostra vita e, conseguentemente, forniamo il nostro numero in molteplici occasioni. Puoi cancellare il tuo numero di telefono dai social network e su internet seguendo alcuni semplici passaggi contenuti nel nostro articolo Come togliere il numero di telefono da internet? https://www.laleggepertutti.it/255745_come-togliere-il-numero-di-telefono-da-internet

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