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Limite di altezza nei concorsi

12 Febbraio 2019
Limite di altezza nei concorsi

Statura minima: discriminazione imporre la stessa altezza a uomini e donne. Eliminati i limiti quando non hanno una specifica funzione.

I requisiti fisici, eventualmente richiesti dai bandi pubblici, possono condizionare l’ammissione dei candidati al concorso solo laddove si tratti di assegnare mansioni particolari, nelle quali prerogative come l’altezza, il peso, l’agilità e anche il sesso possono essere determinanti per il corretto svolgimento della funzione. Laddove invece si tratti di compiti di segreteria o comunque per le quali la prestanza fisica non è essenziale, stabilire un limite di altezza nei concorsi è discriminatorio. Non solo: è ancor più discriminatorio quando viene richiesta la stessa altezza per uomini e donne, senza tenere conto del fatto che queste ultime presentano, per natura, una statura inferiore. 

A tanto è arrivata la giurisprudenza italiana con una serie di importanti pronunce volte a rimuovere gli ostacoli nell’accesso ai lavori nella pubblica amministrazione. L’ultima sentenza, di qualche giorno fa, firmata dalla Cassazione [1], si è occupata del caso di un concorso per accedere al posto di capo treno. Secondo la Corte – che ha accolto il ricorso di una candidata – è discriminatorio prevedere un’altezza minima unica sia per uomini che per donne per accedere al posto indetto da Trenitalia.

Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le pronunce più importanti che si sono susseguite sul delicato tema dell’altezza minima nei concorsi pubblici. Il tentativo dei giudici è quello di bilanciare da un lato gli interessi della collettività al corretto ed efficiente esercizio delle funzioni amministrative; dall’altro quello degli aspiranti candidati ai posti pubblici che non possono essere trattati con pesi e misure diverse se i limiti fisici non hanno una effettiva giustificazione nelle mansioni da ricoprire. 

Altezza minima capotreno

La Cassazione [1] ha detto che il limite di statura di 160 cm prescritto dalla procedura di assunzione di personale con qualifica di capo servizio treno, bandita da Trenitalia, costituisce una discriminazione indiretta, poiché non giustificato oggettivamente, né comprovato nella sua pertinenza alle mansioni relative alla suddetta qualifica [2]. Difatti, in tema di requisiti per l’assunzione, qualora in una norma secondaria [in tal caso quella del bando pubblico] sia prevista una statura minima identica per uomini e donne, il giudice è tenuto a disapplicarla poiché in contrasto con il principio di uguaglianza tra i sessi. Un requisito di tale tipo infatti dimentica la naturale diversità di statura mediamente riscontrabile tra uomini e donne e comporta una discriminazione indiretta a sfavore di queste ultime. Infatti, diversamente dalla “discriminazione diretta”, che è sempre vietata, quella “indiretta” – conclude la Cassazione – può sottrarsi alla «qualifica di discriminazione», a condizione che sia giustificata da una finalità legittima e i mezzi impiegati siano «appropriati e necessari».

L’azienda che bandisce il concorso contenente limiti di altezza minima deve provare «la rigorosa rispondenza del limite di statura alla funzionalità e alla sicurezza del servizio da svolgere». Se manca «la dimostrazione di una congrua giustificazione della statura minima» prevista «in riferimento alle mansioni comportate dalla qualifica» in oggetto, il limite contenuto nel bando va disapplicato e al concorso può partecipare chiunque. Naturalmente, previo ricorso al giudice che deve disapplicare la clausola.

Altezza minima Vigili del Fuoco

Il Tar Lazio, con una recente sentenza [3], ha valutato la legittimità del limite di altezza previsto da un bando di concorso per vigili del fuoco, dichiarando illegittima l’esclusione da un concorso per posti di vigile del fuoco di una candidata alta 158 cm.

È stato infatti stabilito che «il divieto di discriminazione all’accesso al pubblico impiego, peraltro, è esplicitamente esteso anche alle attività lavorative che richiedono particolari capacità fisiche, come quelle all’interno delle forze armate o dei servizi di polizia. Queste ultime possono certamente effettuare selezioni, purché non siano basate sul mero dato numerico, quanto su prove realmente selettive, come ad esempio quelle ginniche, dal momento che l’altezza non è parametro adeguato a rispecchiare le effettive capacità fisiche di un soggetto».

Il tribunale amministrativo segue dunque questa logica: anche uno spilungone può essere un imbranato, mentre una persona bassa potrebbe essere agile, snella e scattante, quindi fisicamente più prestante. La conseguenza è che non può essere considerato dirimente il semplice dato numerico dell’altezza ma bisogna piuttosto accordare valore al superamento di prove fisiche di idoneità.

Altezza minima Polizia e Forze armate

Una legge del 2015 [4] ha definitivamente stabilito che l’altezza non è più un parametro per l’ammissione ai concorsi nelle Forze di polizia e tale disciplina trova applicazione, pertanto, alle ammissioni successive alla data del 16.1.2016. A partire da tale data, dunque, non è più applicabile nessuna disposizione, di natura regolamentare o amministrativa, che preveda limiti di altezza in materia di reclutamenti del personale delle Forze armate e per l’accesso ai ruoli del personale delle Forze di polizia a ordinamento militare e civile e del Corpo dei vigili del fuoco.

Ne consegue che anche in questo caso, come più approfonditamente spiegato nel paragrafo precedente riguardante i vigili del fuoco, non può rilevare il limite di altezza bensì il superamento di prove di idoneità fisica. Non è l’altezza l’elemento dirimente ma solo le qualità fisiche concretamente dimostrate. Sempre che le stesse siano essenziali per le mansioni da coprire, ossia qualora le stesse richiedano una immediata operatività. 

Tale norma si applica dunque a tutti i concorsi per esercito, forze armate, di polizia, ispettore di polizia, vice ispettore, ecc.

Limiti di altezza e discriminazioni uomo – donna

Con riferimento alla rimozione delle discriminazioni tra uomini e donne nell’accesso al lavoro, la Cassazione ha avuto modo di affermare il superamento di ogni limite con riferimento all’altezza. È stato, in particolare, detto che, in tema di requisiti per l’assunzione, sussiste una discriminazione indiretta qualora sia previsto come requisito una statura minima identica per uomini e donne, in contrasto con il principio di uguaglianza, presupponendo erroneamente la non sussistenza della diversità di statura mediamente riscontrabile tra uomini e donne [5].

È consentito al giudice ordinario disapplicare la normativa regolamentare che nei concorsi per l’assunzione stabilisca una limitazione di natura fisica per l’accesso alla selezione qualora il suddetto requisito fisico non sia funzionale in relazione alle mansioni che la candidata avrebbe dovuto espletare. Nel caso di specie la Corte ha confermato la sentenza di appello che aveva disapplicato una normativa regolamentare che prevedeva un’altezza non inferiore ad 1,60 m. per l’assunzione al profilo di Capo Servizio Treno [6].

Ed ancora: «In tema di requisiti per l’assunzione, qualora in una norma secondaria sia prevista una statura minima identica per uomini e donne, in contrasto con il principio di uguaglianza perché presuppone erroneamente la non sussistenza della diversità di statura mediamente riscontrabile tra uomini e donne e comporta una discriminazione indiretta a sfavore di queste ultime [7], il giudice ordinario» deve disapplicare tale limite. 

note

[1] Cass. sent. n. 3196/2019. Così anche Cass. sent. n. 25734/2013.

[2] Direttiva 2002/73/CE, in materia di accesso lavoro.

[3] Tar Lazio sent. n. 3632/2017.

[4] D.P.R. 17 dicembre 2015 n. 207, attuativo della disciplina di cui alla L. n. 2/2015.

[5] Cass. sent. n. 30083 del 14 dicembre 2017.

[6] Cass. sent. n. 25734/2013.

[7] Cfr. Cass. sent. n. 163/1993 e n. 23562/2007.

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Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 11 dicembre 2018 – 4 febbraio 2019, n. 3196

Presidente Di Cerbo – Relatore Patti

Fatto

Con sentenza del 15 ottobre 2014, la Corte d’appello di Roma rigettava l’appello proposto da Trenitalia s.p.a. avverso la sentenza di primo grado, che l’aveva condannata all’assunzione di An. To. dalla data (21 luglio 2006) di comunicazione dell’inidoneità fisica per deficit staturale (altezza inferiore a 160 cm.), in relazione alla procedura di assunzione di personale con qualifica di Capo Servizio treno, bandita dall’azienda nel 2006.

La Corte capitolina condivideva la valutazione del Tribunale del suddetto limite alla stregua di discriminazione indiretta, in violazione dell’art. 4 L. 125/1991 come modificato dall’art. 2 D.Lgs. 145/2005 di attuazione della Direttiva 2002/73/CE (in materia di accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e di condizioni di lavoro) poi confluito nell’art. 25 D.Lgs. 198/2006, siccome non oggettivamente giustificato, né comprovato nella sua pertinenza e proporzionalità alle mansioni comportate dalla suddetta qualifica.

Con atto notificato il 18 dicembre 2014, Trenitalia s.p.a. ricorreva per cassazione con quattro motivi, illustrati da memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c. cui la lavoratrice resisteva con controricorso.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 25 D.Lgs. 198/2006, in riferimento al D.C.P.M. 411/1987 e al D.M. Trasporti 158/T del 19 settembre 1986, del CCNL 2003 in relazione alla figura di Capo Treno Servizi, per esclusione di una discriminazione indiretta nel limite staturale previsto dal quadro normativo denunciato di violazione, del quale la società si era limitata a prendere atto e ad osservare nella sua prassi selettiva in oggetto, in assenza di alcuna indagine da parte della Corte territoriale sulla necessità del suddetto requisito di idoneità fisica per le mansioni tecniche comportate dalla qualifica di Capo Treno Servizi, pure analiticamente allegate.

2. Con il secondo, la ricorrente deduce omesso esame di un punto oggetto di discussione tra le parti e violazione ed errata interpretazione del CCNL 2003 in relazione alla figura di Capo Treno Servizi, in ordine alle allegazioni e produzioni documentali di Trenitalia sulla necessità del limite staturale in riferimento alle mansioni tecniche del Capo Servizi Treno (con particolare riguardo alle attività indicate a pgg. 28 e 29 del ricorso).

3. Con il terzo, la ricorrente deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. per la non corrispondenza della pronuncia (di mancanza di allegazione e prova dalla società ricorrente della rigorosa rispondenza del limite staturale alla funzionalità e sicurezza del servizio da svolgere, tenuto conto della possibilità di compimento di singole manovre da parte di altro personale) alla domanda della parte, non contenente una tale richiesta, e pertanto sotto il profilo del vizio di ultrapetizione.

4. Con il quarto, la ricorrente deduce violazione dell’art. 112 c.p.c, per omessa pronuncia sul primo motivo di appello della società ricorrente in merito all’eccezione di inammissibilità della domanda di disapplicazione della lavoratrice, per il previo vaglio di costituzionalità delle sue difese.

5. Il primo motivo (violazione e falsa applicazione dell’art. 25 D.Lgs. 198/2006 in riferimento al D.C.P.M. 411/1987, al D.M. Trasporti 158/T del 19 settembre 1986 e del CCNL 2003 in relazione alla figura di Capo Treno Servizi, per esclusione di una discriminazione indiretta nel limite staturale previsto dal quadro normativo denunciato di violazione) può essere esaminato congiuntamente con il secondo (omesso esame di un punto oggetto di discussione tra le parti e violazione ed errata interpretazione del CCNL 2003 in relazione alla figura di Capo Treno Servizi, in ordine alle allegazioni e produzioni documentali di Trenitalia sulla necessità del limite staturale), per evidenti ragioni di stretta connessione.

5.1. Essi sono infondati.

5.2. E ciò a parte alcuni aspetti di inammissibilità per violazione del principio di specificità prescritto dall’art. 366, primo comma, n. 4 e n. 6 c.p.c. sotto i profili di: a) omessa specifica indicazione della sede di produzione, né tanto meno trascrizione della documentazione delle mansioni tecniche comportate dalla qualifica di Capo Treno Servizi (Cass. 30 luglio 2010, n. 17915; Cass. 31 luglio 2012, n. 13677; Cass. 20 settembre 2013, n. 21632; Cass. 3 gennaio 2014, n. 48), genericamente indicate come “analiticamente allegate da Trenitalia” e pari vago riferimento alla documentazione prodotta (al primo capoverso di pg. 14 e all’ultimo di pg. 28 del ricorso); b) omessa confutazione (Cass. 22 settembre 2014, n. 19959; Cass. 19 agosto 2009, n. 18421; Cass. 3 luglio 2008, n. 18202) dell’argomentato ragionamento probatorio della Corte territoriale (al terzultimo e penultimo capoverso di pg. 5 della sentenza), con una sottesa prospettazione di elusione dell’onere della prova, individuato come non della parte ma addirittura officioso.

5.3. Ed infatti, non sussiste la violazione di norme di diritto denunciata. È noto come le discriminazioni, fondate sul sesso, definite “indirette” si distinguano da quelle dirette. Ed è stato ancora recentemente ribadito (Cass. 5 aprile 2016, n. 6575) che soltanto le disposizioni, i criteri o le prassi che integrino le prime possono, in forza dell’art. 2, n. 2, secondo trattino della direttiva n. 76/207/CEE, evitare la qualifica di discriminazione, a condizione che siano “giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il (loro) conseguimento siano appropriati e necessari” (art. 25, secondo comma D.Lgs. 198/2006), mentre una siffatta possibilità non è prevista per le disparità di trattamento atte a costituire discriminazioni dirette, al sensi dell’art. 2, n. 2, primo trattino, di tale direttiva (Corte giustizia UE 18 novembre 2010, procedimento C-356/09).

Sotto il profilo probatorio, l’art. 40 D.Lgs. 198/2006, nel fissare un principio applicabile sia nei casi di procedimento speciale antidiscriminatorio che di azione ordinaria, promossi dal lavoratore ovvero dal consigliere di parità, non stabilisce poi (tanto per le discriminazioni dirette, che indirette) un’inversione dell’onere, ma solo un’attenuazione del regime probatorio ordinario, prevedendo a carico del soggetto convenuto, in linea con quanto disposto dall’art. 19 della Direttiva CE n. 2006/54 (come interpretato da Corte di Giustizia Ue 21 luglio 2011, C-104/10), l’onere di fornire la prova dell’inesistenza della discriminazione, ma ciò solo dopo che il ricorrente abbia fornito al giudice elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico, relativi ai comportamenti discriminatori lamentati, purché idonei a fondare, in termini precisi (ossia determinati nella loro realtà storica) e concordanti (ossia fondati su una pluralità di fatti noti convergenti nella dimostrazione del fatto ignoto), anche se non gravi, la presunzione dell’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori in ragione del sesso (Cass. 5 giugno 2013, n. 14206; Cass. 12 ottobre 2018, n. 25543).

5.4. Ebbene, nel caso di specie, la Corte capitolina ha ritenuto, come già il Tribunale, che il limite staturale di 160 cm. prescritto, sulla base del quadro normativo oggetto di denuncia di violazione con il primo motivo, nella procedura di assunzione di personale con qualifica di Capo Servizio Treno, bandita dall’azienda nel 2006, costituisca appunto una discriminazione indiretta, in violazione dell’art. 4 I. 125/1991 come modificato dall’art. 2 D.Lgs. 145/2005 di attuazione della Direttiva 2002/73/CE (in materia di accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e di condizioni di lavoro) poi confluito nell’art. 25 D.Lgs. 198/2006, siccome non oggettivamente giustificato, né comprovato nella sua pertinenza e proporzionalità alle mansioni comportate dalla suddetta qualifica.

Nella suddetta valutazione, essa ha esattamente applicato il principio di diritto, secondo cui, in tema di requisiti per l’assunzione, qualora in una norma secondaria sia prevista una statura minima identica per uomini e donne, in contrasto con il principio di uguaglianza, perché presupponga erroneamente la non sussistenza della diversità di statura mediamente riscontrabile tra uomini e donne e comporti una discriminazione indiretta a sfavore di queste ultime, il giudice ordinario ne apprezza, incidentalmente, la legittimità ai fini della disapplicazione, valutando in concreto la funzionalità del requisito richiesto rispetto alle mansioni (Cass. 13 novembre 2007, n. 23562; in termini: Cass. 15 novembre 2013, n. 25734, con affermazione della valutazione in concreto, ai fini della disapplicazione, della funzionalità del requisito richiesto rispetto alle mansioni; Cass. 14 dicembre 2017, n. 30083). E ciò sulla base di un apprezzamento in concreto del non avere “l’azienda”, come “avrebbe dovuto” secondo l’onere probatorio a suo carico sopra illustrato, provato “la rigorosa rispondenza del limite staturale alla funzionalità e alla sicurezza del servizio da svolgere” (così al penultimo capoverso di pg. 5 della sentenza), a dimostrazione di una congrua giustificazione della statura minima in riferimento alle mansioni comportate dalla qualifica. Sicché, la Corte territoriale ha compiuto un accertamento incensurabile in sede di legittimità, di sindacato di ragionevolezza nell’individuazione e disapplicazione della norma discriminatoria indiretta, nel caso di specie rispettato.

5.5. Se allora tanto è, i due motivi congiuntamente scrutinati si risolvono nella contestazione sostanziale dell’accertamento di fatto della Corte territoriale, insindacabile in sede di legittimità, qualora sorretti da adeguata argomentazione (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694), come appunto nel caso di specie (per le ragioni dette), tanto meno alla luce del più rigoroso ambito devolutivo del novellato testo dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c, (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 20 novembre 2015, n. 23828; Cass. 12 ottobre 2017, n. 23940), applicabile ratione temporis, neppure configurandosi all’evidenza un’omissione di esame di alcun fatto storico.

6. Il terzo motivo, relativo a violazione dell’art. 112 c.p.c. per vizio di ultrapetizione nella pronuncia di difetto di allegazione e prova dalla società ricorrente della rigorosa rispondenza del limite staturale alla funzionalità e sicurezza del servizio da svolgere non corrispondente alla domanda della parte, è infondato.

6.1. Ricorre infatti vizio di ultrapetizione, quando il giudice pronunci oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalla parti ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato (Cass. 24 settembre 2015, n. 18868; Cass. 10 maggio 2018, n. 11304). Ma non quando, come nel caso di specie, il giudice abbia semplicemente argomentato un passaggio motivo (in particolare al penultimo capoverso di pg. 5 della sentenza), a supporto dell’accoglimento della domanda di una (aspirante) lavoratrice di accertamento della natura antidiscriminatoria indiretta in proprio danno nella procedura di assunzione di personale con qualifica di Capo Servizio Treno.

7. Anche il quarto motivo, di violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncia sul primo motivo di appello della società ricorrente, è infondato.

7.1. Non sussiste l’omessa pronuncia denunciata, per l’implicito rigetto dell’eccezione di inammissibilità della domanda di disapplicazione formulata dalla lavoratrice, posto che la Corte territoriale ha esaminato il merito sostanziale, accogliendo la domanda in esito alla verificata natura antidiscriminatoria indiretta della previsione della procedura selettiva di assunzione (Cass. 8 marzo 2007, n. 5351; Cass. 6 dicembre 2017, n. 29191).

Dalle superiori argomentazioni discende pertanto il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese secondo il regime di soccombenza, con distrazione in favore dei difensori anticipatari, secondo la loro richiesta.

P.Q.M.

La Corte

rigetta il ricorso e condanna Trenitalia s.p.a. alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge, con distrazione ai difensori anticipatari.

Ai sensi dell’art. 13 comma lquater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso art. 13.


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