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Incidente tragitto casa lavoro: c’è risarcimento se si allunga?

12 Febbraio 2019


Incidente tragitto casa lavoro: c’è risarcimento se si allunga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Febbraio 2019



Incidente stradale come infortunio sul lavoro: per l’infortunio in itinere è sempre necessario scegliere la strada più breve o si può deviare?

Hai avuto un incidente stradale mentre, con l’auto, ti recavi al lavoro. Hai presentato richiesta di risarcimento all’Inail come infortunio sul lavoro, ma ad avviso dell’Istituto nazionale per l’assicurazione non si tratterebbe di un infortunio in itinere. E ciò perché avresti deviato dal tragitto più breve per raggiungere la destinazione. L’Inail ha infatti visto, dalla mappa geografica della città, che hai allungato. Hai fatto presente di aver accompagnato i figli a scuola e, perciò, di essere stato costretto a un percorso alternativo, senza però con questo voler cambiare la normale e più consona traiettoria. Chi ha ragione? Nel caso di incidente nel tragitto casa lavoro c’è risarcimento se si allunga?

La risposta è stata fornita da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa è stato detto dai giudici supremi in questa interessante occasione.

Quando scatta l’infortunio in itienere

L’assicurazione Inail comprende anche il cosiddetto infortunio in itinere, ossia l’incidente avvenuto al lavoratore durante il “normale percorso”:

  • di andata e ritorno dalla dimora al luogo di lavoro;
  • che collega due luoghi di lavoro, in caso di lavoratore con più rapporti di lavoro;
  • di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, sempre che non vi sia una mensa aziendale.

Per l’indennizzo è tuttavia necessario non allontanarsi dal cosiddetto normale percorso ossia dalla strada più breve che collega il punto di partenza con quello di destinazione. 

Si può deviare dal normale percorso?

Non spetta alcun risarcimento per l’infortunio in itinere a chi cambia strada arbitrariamente, ossia senza una valida ragione. Solo eccezionalmente il “normale percorso” può subire delle interruzioni o deviazioni. Queste però devono essere giustificate da:

  • un ordine impartito dal datore di lavoro;
  • una situazione di necessità ossia una causa di forza maggiore, esigenze essenziali ed improrogabili o l’adempimento di obblighi che, diversamente, implicherebbero la commissione di un reato. 

Secondo la Cassazione, è consentito utilizzare il mezzo privato:

  • in assenza di autobus di linea o altri mezzi pubblici [2];
  • se i mezzi pubblici non consentono di arrivare in orario sul luogo di lavoro, oppure sono eccessivamente disagevoli o gravosi in relazione alle esigenze di vita familiare del lavoratore [3].

Chi allunga la strada perde il risarcimento per infortunio in itinere

La recente ordinanza della Cassazione citata in apertura esclude il risarcimento per l’infortunio in itinere attesa la deviazione immotivata fatta dal lavoratore che aveva scelto di usare la propria auto. 

Nel caso di specie è risultato che il percorso compiuto in auto dal dipendente non trovava ragionevole spiegazione: esso non era il più breve e, per giunta, il giorno dell’incidente si era verificata un’ulteriore «irragionevole deviazione». In particolare, dalla comparazione tra il tragitto seguito dal dipendente e quello indicato dall’Inail risultava che quest’ultimo avrebbe comportato un risparmio in termini di tempo pari a 12 minuti e di distanza tra l’abitazione e la sede lavorativa di 11 chilometri. Peraltro, il presunto «rischio di tornanti (che interessava un tratto di soli 2 chilometri del percorso più breve e, alla stregua della documentazione fotografica, non risultava particolarmente allarmante)» lamentato dal lavoratore «non era tale da giustificare il diverso tragitto percorso».

Per i giudici, quindi, non si può versare il risarcimento a causa dell’incidente subito dal lavoratore poiché l’infortunio da lui lamentato non si è verificato «durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro».

Quando ci si trova di fronte a «una interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro, o, comunque, non necessitate», va esclusa la copertura assicurativa.

Impossibile, quindi, parlare di «infortunio in itinere se il rischio è stato causato dal lavoratore per scelte personali.

note

[1] Cass. ord. n. 3376/2019 del 5.02.2019.

[2] Cass. sent. n. 12891/2000.

[3] Cass. sent. n. 6210/2008.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 21 novembre 2018 – 7 febbraio 2019, n. 3648

Presidente D’Antonio – Relatore Bellé

Fatti di causa

1. La Corte d’Appello di Milano, riformando con sentenza n. 508/2013 la pronuncia del Tribunale di Sondrio, ha revocato il decreto ingiuntivo ottenuto da D.F.R. nei riguardi dell’I.N.P.S., per il pagamento della somma di Euro 2.016,23 oltre accessori e spese.

La somma rivendicata dalla ricorrente e disconosciuta dalla Corte d’Appello derivava dal fatto che l’ente previdenziale, nel recuperare, attraverso la compensazione sulla pensione di cui la D.F. era titolare, un proprio credito contributivo verso la medesima, aveva calcolato il quinto di legge, entro cui tale compensazione era consentita, sui valori pensionistici lordi e non, come propugnato con la domanda monitoria con cui si era domandata la restituzione di quanto trattenuto in eccesso, sugli importi netti quali risultanti dalla previa detrazione delle ritenute fiscali.

2. La D.F. ha proposto ricorso per cassazione con un motivo, articolato in una duplice censura; l’INPS ha depositato procura, partecipando poi alla discussione orale.

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di impugnazione, D.F.R. censura la sentenza impugnata per violazione della L. n. 153 del 1969, art. 69, dell’art. 545 c.p.c., e dell’art. 1246 c.c., n. 3, per non essersi affermato che le ritenute sulla pensione, ai sensi della normativa citata, dovessero essere calcolate sull’importo considerato al netto delle detrazioni fiscali, nonché vizio della motivazione per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

2. Va intanto esclusa la sussistenza di vizio processuale della sentenza per inesistenza della motivazione, profilo che la stessa ricorrente enuncia in rubrica con il richiamo all’art. 132 c.p.c., n. 4, senza poi in proposito argomentare. La pronuncia contiene infatti la motivazione giustificativa, in diritto, di quanto deciso, per quanto la stessa, come si dirà in prosieguo, non possa essere condivisa.

3. Il motivo è invece da accogliere con riferimento alla censura di violazione di legge, rispetto all’art. 69 cit. e, in combinazione con esso, dell’art. 1246 c.c., n. 3.

4. In fatto risulta che la ricorrente fosse ai contempo creditrice dell’I.N.P.S. per la pensione di anzianità e debitrice per omesso versamento di contribuzione riconnessa al lavoro svolto nell’ambito di una ditta artigiana costituita in s.n.c..

Viene quindi in rilievo il disposto della L. n. 153 del 1969, art. 69, comma 1, che consente il pignoramento dei crediti pensionistici, “nei limiti di un quinto del loro ammontare”, per debiti verso lo stesso ente riconnessi ad erogazioni pregresse non dovute e, profilo che interessa la presente causa, per omissioni contributive.

Infatti l’I.N.P.S., sull’ulteriore presupposto per cui il creditore può portare in compensazione verso il debitore i propri crediti verso quest’ultimo nei limiti della pignorabilità (art. 1246 c.c., n. 3), ha proceduto con ritenute mensili del quinto della pensione da essa erogata alla ricorrente, calcolando tale quota sull’ammontare lordo delle spettanze pensionistiche e quindi sul valore di esse prima dell’applicazione delle ritenute fiscali.

Solo in esito a contestazione stragiudiziale della pensionata l’ente ha, da un certo momento in poi, proceduto al calcolo delle ritenute sul netto pensionistico spettante dopo l’applicazione delle ritenute fiscali.

La pensionata ha però rilevato che, così facendo, nel primo periodo di applicazione delle ritenute del quinto sul lordo degli emolumenti mensili, si era determinata l’acquisizione da parte dell’ente di un importo superiore a quello che di tempo esso avrebbe avuto diritto a stornare a proprio favore.

Essa pertanto aveva agito in via monitoria per il recupero interinale di quell’importo e la conseguente opposizione a decreto ingiuntivo proposta dall’I.N.P.S. era stata respinta dal Tribunale di Sondrio, con sentenza poi riformata dalla Corte d’Appello di Milano, sul presupposto che fosse legittima l’applicazione delle ritenute sul “lordo” pensionistico.

5. Ciò posto, va ritenuta insoddisfacente la ricostruzione operata dalla sentenza impugnata, secondo cui il riferimento di Corte Costituzionale 4 dicembre 2002, n. 506, nell’argomentare rispetto alla L. n. 153 del 1969, art. 69, al fatto che la norma consentirebbe il pignoramento di un quinto “dell’intero ammontare” della pensione, sarebbe riprova del fatto che il calcolo andrebbe eseguito sul “lordo”.

Come giustamente osserva la difesa della ricorrente, nella logica di tale pronuncia del giudice delle leggi, l’”intero ammontare della pensione” non si contrappone ad un ammontare “netto” e quindi non ha il significato di ammontare “lordo”.

La dizione “intero ammontare” si contrappone invece al concetto, introdotto in quella sede dalla Corte e che costituiva il proprium della decisione, di quota parte necessaria ad assicurare al pensionato il minimo necessario a vivere.

È invece su un piano ricostruttivo più ampio che va impostata la decisione della controversia.

6. In tale prospettiva, si osserva quindi che il quadro della pignorabilità delle pensioni e degli emolumenti erogati in dipendenza del rapporto di lavoro ha conosciuto, negli ultimi decenni, una notevole evoluzione normativa, sulla spinta di reiterati interventi della Corte Costituzionale.

Al di là dei particolari e della complessiva dinamica storica, che qui non interessano, il complessivo sistema ha raggiunto dapprima un punto di equilibrio nella sostanziale unificazione del regime di pignorabilità di stipendi e pensioni entro il quadro generale di cui al D.P.R. n. 180 del 1950, il cui evolversi normativo è stato nel senso di riportare ad esso la disciplina del pignoramento di tutte le retribuzioni, anche se erogate da aziende private (per effetto dell’aggiunta della corrispondente dizione nel D.P.R. 150 cit., art. 1, ai sensi della L. n. 311 del 2004, art. 137, lett. a), come anche delle pensioni (art. 2, D.P.R. cit.) e della concorrenza tra cessioni e pignoramenti (per effetto della modifica della rubrica del titolo III del D.P.R. citato ad opera della lett. b dello stesso art. 137 cit.).

Tale sistema ha poi trovato conferma nel testo dell’art. 545 c.p.c., quale risultante in esito alle integrazioni apportate dalla L. n. 132 del 2015, art. 13, comma 1, che viene sostanzialmente ad affiancarsi alle previsioni del D.P.R. 150 cit., in parte duplicandole, in parte lasciando al D.P.R. la regolazione esplicita di alcuni profili (ad es. il concorso di cessioni e pignoramenti già menzionato) e in altra ulteriore parte regolando aspetti non disciplinati dal D.P.R. (ad esempio, i limiti generali di pignorabilità delle pensioni e i pignoramenti delle erogazioni pensionistiche confluite su conto corrente bancario).

7. Il tema specifico del pignoramento delle pensioni è dunque regolato in via generale dal D.P.R. 150 cit., art. 2, in una con le integrazioni che derivano, ora, anche dalle previsioni dall’art. 545 c.p.c., comma 7 e ss..

Nella determinazione delle quote pignorabili il citato art. 2, stabilisce peraltro che esse, in ogni caso, siano valutate “al netto di ritenute”.

Non vi è quindi dubbio che la disciplina generale del pignoramento delle pensioni, riveniente da tale quadro di fondo, ne preveda il calcolo al netto e non al lordo delle ritenute fiscali.

8. Rispetto al pignoramento delle pensioni va tuttavia considerato la L. n. 153 del 1969, già citato art. 69, che è la norma specifica da applicare nella presente controversia.

Come chiarito da Corte Costituzionale 506/2002, cit., che proprio su tale considerazione salvò la norma dalla declaratoria di illegittimità costituzionale, la previsione va intesa quale ipotesi, selezionata dal legislatore, di (diverso e discrezionale) bilanciamento dei valori costituzionali, tale per cui, qualora il creditore sia lo stesso I.N.P.S., la fissazione della quota pignorabile non transita per la previa detrazione di quanto da destinare al minimum vitale (come stabilito in via generale e per gli altri casi dalla medesima sentenza, con regola ora declinata dall’art. 545 c.p.c., comma 7) ma direttamente si determina sull’intera pensione, con la salvaguardia (comma 2) dei minimi pensionsitici.

Non può però dirsi che, rispetto al quadro generale come sopra ricostruito e tale per cui il pignoramento ha testualmente ad oggetto le pensioni (come anche le retribuzioni) “valutate al netto di ritenute”, vi siano elementi da cui desumere che l’ipotesi dell’art. 69, postuli un calcolo della quota pignorabile sul “lordo” del trattamento da percepire.

Né è a dirsi, come sostiene l’I.N.P.S., che tale elemento sia da trarre dalla previsione di cui all’art. 69, comma 2, dei minimi pensionistici, quale misura inviolabile e, nell’ipotesi defensionale dell’ente, unica tutela assicurata.

Infatti l’art. 69 cit., pur nella sua diversa dinamica e nella specificità del referente soggettivo (l’I.N.P.S.) si inserisce in ogni caso, come rilevato in sostanza anche dal Pubblico Ministero, nel sistema generale del pignoramento delle pensioni quale sopra ricostruito, le cui modalità di funzionamento non possono che essere omogenee, salvo i profili che siano espressamente regolati in modo diverso, tra cui non vi è quello del calcolo della quota pignorabile al netto delle ritenute fiscali.

9. Deve quindi affermarsi il principio per cui, anche nel caso di compensazione attuata dall’I.N.P.S., per propri crediti, ai sensi della L. n. 153 del 1969, art. 69, sugli importi pignorabili dei trattamenti pensionistici da erogare, il calcolo della quota pignorabile e dunque compensabile, pari ad un quinto, va effettuato valutando tali trattamenti al netto delle ritenute che per legge siano applicate a titolo fiscale.

10. La sentenza impugnata, non essendosi adeguata al principio di cui sopra, va dunque cassata, con rinvio alla medesima Corte territoriale affinché essa, in diversa composizione, decida la controversia sulla base del principio qui enunciato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Milano, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.


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