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Assegno divorzile

4 Marzo 2019 | Autore:


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Assegno divorzile: cos’è e come funziona? Quando l’ex coniuge ha diritto all’assegno di divorzio? Quando si perde il diritto all’assegno?

Matrimonio e divorzio rappresentano l’inizio e la fine dell’idillio d’amore: con il primo, due persone decidono di far sorgere tra di esse un vincolo giuridico che comporta, tra le altre cose, l’obbligo di assistersi reciprocamente, sia moralmente che materialmente, impegnandosi altresì a rispettare i doveri coniugali e quelli nei confronti dei figli; con il secondo, invece, le stesse parti decidono di sciogliere il legame che si era costituito con il matrimonio, riacquistando la libertà di stato e la possibilità di contrarre nuove nozze. Restano intatti, invece, gli obblighi nei riguardi dei figli. Il divorzio, però, non pone fine completamente a ciò che era stato con il matrimonio: gli effetti di quest’ultimo, infatti, sono in grado di protrarsi, almeno nella misura in cui uno degli ex coniugi è tenuto a supportare materialmente l’altro, anche in assenza del vincolo di coniugio. Esempio emblematico di ciò che sto dicendo è l’assegno divorzile.

Per dirla in altri termini, dal matrimonio derivano delle conseguenze così importanti da sopravvivere perfino al divorzio: ciò accade non soltanto nei confronti dei figli (i quali, a dirla tutta, sono estranei alla cessazione degli effetti civili del matrimonio), ma anche dell’ex coniuge, purché ricorrano determinate condizioni. Per la legge, la comunione di vita che si era costituita durante il matrimonio non può essere cancellata con un colpo di spugna e, pertanto, il coniuge economicamente più debole ha diritto a ricevere periodicamente un assegno da parte dell’ex partner. Con questo articolo cercherò di spiegarti, in modo semplice e chiaro, cos’è e come funziona l’assegno divorzile.

Assegno divorzile: cos’è?

Come sempre, cominciamo con la definizione dell’istituto giuridico che ci interessa. Cos’è l’assegno divorzile? Si tratta di quel contributo economico che una parte deve all’altra dopo la sentenza che riconosce il divorzio, cioè che stabilisce la cessazione definitiva degli effetti civili del matrimonio. Per quanto, come ti dirò nei prossimi paragrafi, la parte sulla quale incombe quest’obbligo possa, con il consenso dell’altra, liberarsene anche in un’unica soluzione (pensa al trasferimento di un immobile), l’assegno di divorzio è, per sua natura, una prestazione di tipo periodico, nel senso che essa deve essere effettuata nel tempo secondo le modalità stabilite in sentenza o nell’accordo divorzile.

Assegno divorzile: cosa dice la legge?

Vediamo cosa dice la legge a proposito dell’assegno divorzile. Secondo la normativa [1], con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudice dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive. La sentenza deve stabilire anche un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Il tribunale può, in caso di evidente iniquità, escludere la previsione con decisione motivata.

Da quanto appena detto si evince che l’assegno divorzile è una prestazione di natura periodica, soggetta pertanto a costante rivalutazione economica. Il giudice è sempre tenuto ad accollare ad uno degli ex coniugi l’obbligo di corrispondere l’assegno di divorzio? Vediamo quali sono i presupposti affinché il giudice si esprima in tal senso.

Presupposti dell’assegno di divorzio

Secondo la legge, il giudice deve disporre l’assegno divorzile a favore di un coniuge e a carico dell’altro solamente se ricorrono alcuni presupposti. In particolare, il giudice deve valutare attentamente i seguenti aspetti:

  • le condizioni dei coniugi, non solo economiche ma anche personali. Si tratta di una considerazione ampia che il giudice è tenuto a fare in riferimento non solo al patrimonio delle parti, ma alla loro condizione generale (età, stato di salute, capacità di riacquistare un lavoro, ecc.);
  • le ragioni della decisione. Un principio di coerenza logico-giuridica impone che l’assegno divorzile sia concesso in linea con le motivazioni che sorreggono l’intera sentenza di divorzio: sarebbe un controsenso attribuire l’assegno a chi è stato la ragione esclusiva della cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune. Il giudice, nel valutare i presupposti alla base della concessione dell’assegno di divorzio, tiene conto anche del contributo materiale e morale che ciascun coniuge ha dato alla famiglia. Classico esempio è quello della donna che ha sacrificato la propria carriera per stare in casa e crescere i figli: in un caso del genere, l’ex moglie avrebbe diritto all’assegno di divorzio in quanto il suo importante contributo alla famiglia non le ha consentito di pensare a se stessa;
  • il reddito di entrambi i coniugi. Ovviamente, trattandosi di prestazione economica, il giudice non può prescindere dalla situazione reddituale delle parti. E così, anche qualora le motivazioni della sentenza dovessero essere favorevoli ad una di esse, questa non avrebbe diritto all’assegno divorzile qualora godesse di un patrimonio più che sufficiente per sé. Non è un caso che la legge disponga che i coniugi debbano presentare, all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale, la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria.

Tutti i requisiti dell’assegno divorzile sopra esaminati vanno poi valutati in rapporto alla durata complessiva del matrimonio: un’unione molto lunga induce di norma il giudice a far corrispondere un assegno di divorzio nei confronti della parte economicamente debole, soprattutto se quest’ultima ha investito tutta la propria vita nel matrimonio. La durata delle nozze è elemento da non trascurare, in quanto le vite dei coniugi al termine dell’unione potrebbero oramai essere indirizzate in maniera irrimediabile: pensa a due ultracinquantenni uno dei quali, non avendo mai lavorato per occuparsi della famiglia, difficilmente potrà inserirsi nel mondo del lavoro.

Come si corrisponde l’assegno di divorzio?

Come in parte anticipato, la natura dell’assegno divorzile è quella di una prestazione di tipo periodico, nel senso che esso va corrisposto con la cadenza stabilita in sede di scioglimento dell’unione. Come senz’altro saprai, di norma l’assegno di divorzio viene corrisposto mensilmente, alla data prevista in sentenza.

Tuttavia, la legge dice che, su accordo delle parti, la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal tribunale; in tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico. In pratica, il coniuge che ha diritto all’assegno divorzile, se anche l’altro è d’accordo, può beneficiare di un’unica prestazione patrimoniale, che estingua ogni altro diritto economico. Classico esempio è quello dl coniuge che, in luogo dell’assegno divorzile, accetta il trasferimento di un immobile; così facendo, però, non sarà possibile avanzare nessun’altra pretesa di tipo patrimoniale nei confronti dell’ex coniuge.

Si tratta pertanto di una valutazione da ponderare bene, in quanto chi riceve il beneficio economico divorzile in un’unica soluzione perde alcuni diritti, quali:

  • quello di poter avanzare al giudice una nuova domanda di contenuto economico. Sappi che tutti i provvedimenti di natura patrimoniale che vengono stabili in sede di separazione o di divorzio sono sempre revisionabili adendo il tribunale; però, nel caso in cui il coniuge accetti un’unica prestazione patrimoniale, egli perderà questo diritto. In pratica, chi rinuncia alla prestazione periodica in favore di quella una tantum si ritiene soddisfatto una volta per tutte;
  • il coniuge che chieda ed ottenga un’unica prestazione patrimoniale, inoltre, perde il diritto alla futura liquidazione del tfr dell’ex partner. Secondo la legge, nonostante lo scioglimento del matrimonio, l’ex coniuge che percepisce l’assegno divorzile ha diritto a chiedere una parte (nello specifico, il quaranta per cento di quanto maturato in costanza di matrimonio) del trattamento di fine rapporto che verrà liquidato all’altro. Questo diritto, però, viene perso nel caso in cui il richiedente non benefici dell’assegno divorzile periodico, avendo preferito ad esso la soluzione unica.

Assegno di divorzio: fino a quando va corrisposto?

La legge dice che l’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze. Tuttavia, poiché, come detto, le condizioni economiche stabilite in sentenza sono sempre rivedibili, il coniuge che beneficia dell’assegno di divorzio e che oramai è divenuto economicamente autosufficiente può perdere il suo diritto alla prestazione economica se l’altra parte faccia ricorso al tribunale per ottenerne la revoca.

In tema di corresponsione e di revoca dell’assegno divorzile, però, è possibile saperne di più grazie alle numerose sentenze della Corte di Cassazione. Di seguito ti illustrerò le più significative degli ultimi anni.

Assegno divorzile: cosa dice la giurisprudenza?

Tutti i criteri che abbiamo passato al vaglio e che riguardano l’assegno divorzile sono stati ampiamente sottoposti al vaglio giurisprudenziale. Poiché sarebbe impossibile riportare tutti gli orientamenti che si sono creati sul tema, di seguito ti riporterò solamente le due sentenze che, da ultimo, sembrano essere le più significative.

Nel 2017 la Corte di Cassazione emana una sentenza [2] che sembrava aver segnato l’archiviazione del criterio dell’analogo tenore di vita quale parametro per commisurare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge. La giurisprudenza, infatti, ha sempre ritenuto fondamentale, ai fini dell’applicazione dell’assegno di divorzio, il principio secondo cui il coniuge divorziato al quale non fossero imputabili colpe avrebbe dovuto conservare lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; ciò con notevole esborso dell’altra parte, la quale si sarebbe trovata a dover versare un assegno cospicuo, tale da mantenere quasi un’altra famiglia.

Con la sentenza del 2017 la Suprema Corte ha stabilito che con il divorzio cessa ogni legame tra moglie e marito, per cui ciascuno dei due deve iniziare a badare a sé stesso. Questo significa che il coniuge con il reddito più elevato non è più tenuto a garantire all’ex (come invece è tutt’ora obbligatorio subito dopo la separazione) lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, ma solo l’autosufficienza economica. Autosufficienza che consiste nel minimo per sopravvivere e sempre che lo stesso coniuge non sia in grado, per età e condizioni di salute, a procurarselo da solo.

L’ex coniuge che pretende il mantenimento non deve solo dimostrare di avere un reddito insufficiente a vivere, ma anche di non essere nelle condizioni di procurarselo, avendo ad esempio superato l’età per reimmettersi sul mercato del lavoro o per non essere nelle condizioni fisiche di cercare un impiego. La conseguenza è che possono ottenere l’assegno divorzile solo le donne che:

  • sono state casalinghe per tutto l’arco del matrimonio e ormai hanno raggiunto i cinquant’anni, età limite (secondo la Cassazione) oltre la quale è difficile immettersi nel mercato del lavoro;
  • per ragioni di salute non possono lavorare.

La Cassazione ha perfino escluso il mantenimento anche per la donna disoccupata, se giovane e con un bagaglio formativo tale da consentirle di cercare un posto.

Questo orientamento è stato però superato l’anno seguente, mediante una sentenza resa a Sezioni Unite [3] che, ancora oggi, può essere assunta come cardine in tema di assegno divorzile. La Suprema Corte ha stabilito che l’assegno di divorzio deve avere funzione assistenziale (per assenza incolpevole di mezzi di sostentamento), ma anche compensativa e perequativa per il sacrificio di forze che hanno consentito all’altro coniuge di accumulare un patrimonio personale e di impiegare il proprio tempo nel lavoro, spesso disinteressandosi dell’assistenza familiare.

In pratica, le Sezioni Unite hanno escluso che il criterio enunciato dalla “sentenza Grilli” del 2017 possa essere l’unico al fine della determinazione dell’assegno divorzile: occorre tenere conto anche della durata del matrimonio e del contributo fornito dall’ex coniuge alla conduzione della vita familiare ed alla conseguente formazione del patrimonio comune e personale. Quest’ultima tesi avallata dai supremi giudici sembra maggiormente rispettosa del dettato normativo, ove espressamente si fa riferimento alla durata dell’unione e al contributo dei coniugi quale parametro di riferimento per l’assegnazione del beneficio economico.

note

[1] Art. 5, legge n. 898 del 1970.

[2] Cass., sent. n. 11504 del 10.05.2017.

[3] Cass., sez. Un., sent. n. 18287 del 11.07.2018.

Autore immagine: Unsplash.com


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