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Dare un calcio a un cane è reato?

14 Febbraio 2019


Dare un calcio a un cane è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Febbraio 2019



Quando scatta il reato di maltrattamento di animali? 

Mentre passeggiavi con il tuo cagnolino, all’interno del porticato di un palazzo, è uscito il proprietario di un negozio adirato: a suo dire l’animale avrebbe sporcato le fioriere, facendo i suoi bisogni sui vasi. Hai provato a convincerlo del contrario: si è trattato solo di un gesto a cui non è seguita l’azione visto che hai subito tirato il collare, ma lui non ne ha voluto sapere. Gli animi si sono riscaldati e lo sconosciuto, d’un tratto, in un gesto d’ira, ha tirato un calcio al tuo cane. Lì non ci hai visto più e, dopo aver sentito il tuo fido amico gemere dal dolore, gliene hai dette di tutti i colori, con l’intenzione peraltro di continuare la tua vendetta dai carabinieri. Hai infatti deciso di denunciarlo. Ma per che cosa? Dare un calcio a un cane è reato? Sul punto si è espressa di recente la Cassazione [1]. Vediamo cosa ha detto la Corte in questa occasione.

Che colpa ha chi fa male a un animale?

Gli animali sono esseri “senzienti”: provano cioè emozioni. Questa “scoperta”, scontata per chi ha un cane, un gatto o qualsiasi altro animale da compagnia, è solo da poco approdata nelle aule dei tribunali. I giudici hanno così finalmente ritenuto che è giusto accordare un risarcimento al padrone di un animale tutte le volte in cui si ferisce quest’ultimo. Ma c’è ancora una grossa differenza rispetto all’uomo: se fai male a una persona involontariamente, ossia senza volerlo, sei responsabile (pensa, ad esempio, a chi investe per distrazione un passante mentre attraversa sulle strisce pedonali). Invece, se la vittima è un animale, la semplice colpa non è causa di responsabilità penale: ci vuole il dolo, ossia la malafede.

Il nostro Codice penale [2], infatti, disciplina il reato di maltrattamento degli animali tutte le volte in cui il colpevole agisce per crudeltà o senza che ve ne sia una ragione. In pratica, il reato scatta solo quando c’è la coscienza, la consapevolezza e la volontà di causare una lesione a un animale. Per questo reato è prevista la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro.

Dare un calcio a un cane è reato?

Tornando all’esempio di partenza, chi dà involontariamente un calcio a un cane, a un gatto o a qualsiasi altro animale non è responsabile sotto un profilo penale. Può tuttavia essere costretto a pagare il risarcimento del danno (ma siamo nell’ambito di una responsabilità solo civile) per le cure mediche affrontate dal padrone per far guarire il proprio animale. Si pensi al caso di chi, correndo, non si accorge di un piccolo bassotto e lo colpisce in pieno con il collo del piede o gli calpesta la coda.

Discorso diverso invece se il calcio viene sferrato con il preciso scopo di far male all’animale. Qui dobbiamo distinguere due ipotesi. Il calcio come gesto di difesa, dato cioè come reazione a un’aggressione – anche solo potenziale – del cane, non può essere punito. Il calcio invece come gesto di offesa, sì. E difatti, come detto, la legge punisce solo chi agisce per crudeltà o senza necessità inferendo lesioni a un animale oppure sottoponendolo a sevizie (o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche ecologiche).

Lesioni a un cane: come difendersi

Quindi se qualcuno dà un calcio al tuo cane o comunque gli provoca delle ferite in qualsiasi altro modo, e lo fa con l’intenzione di volerlo ferire o fargli del male, lo puoi denunciare. Dovrai, a tal fine, andare dai carabinieri o dalla polizia a raccontare l’episodio. Questi redigeranno il verbale con la querela. Il fascicolo verrà trasmesso in tribunale, dopo un pubblico ministero valuterà se sussistono le prove per chiedere il rinvio a giudizio e la condanna del responsabile.

Tuttavia trattandosi di un reato minore, punito fino a 1 anno di reclusione, il colpevole può chiedere l’archiviazione per la particolare tenuità del fatto.

Nel caso deciso dalla Corte, la cui sentenza abbiamo appena commentato, un uomo aveva improvvisamente aggredito con violenza un cagnolino che era portato a spasso da una donna. A rendere più grave la posizione dell’uomo, poi, non solo la dinamica dei fatti, ossia «il calcio violento» al cagnolino – un ‘jack russell’ – finito contro un muro, ma anche «le lesioni» riportate dall’animale «nella zona toracica» e «giudicate guaribili in sette giorni».

A inchiodare l’uomo sono state le dichiarazioni della donna che portava a spasso il quadrupede (peraltro di proprietà di suoi amici).

In tutti e tre i gradi è stata accertata la «crudeltà» della condotta posta in essere dall’uomo, che per questo è stato condannato per il reato di «maltrattamento di animali».

note

[1] Cass. sent. n. 6728/19 del 12.02.2019.

[2] Art. 544 ter cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 9 gennaio – 12 febbraio 2019, n. 6728

Presidente Ramacci – Relatore Corbetta

Ritenuto in fatto

1. Con l’impugnata sentenza, la Corte d’appello di Firenze confermava la decisione del tribunale di Pistoia, che aveva condannato Gi. To. alla pena giustizia in relazione al delitto di cui all’art. 544 ter cod. pen. perché, per crudeltà e comunque senza necessità, colpendolo con violento calcio e facendolo sbattere contro un muro, cagionava al cane jack russel di nome Ac.e, di proprietà di Si. Zi. e di Fe. Be., lesioni personali nella zona toracica, giudicate guaribili in sette giorni.

2. Avverso l’indicata sentenza, l’imputato, per il tramite del difensore di fiducia, propone ricorso per cassazione, affidato a un motivo, con cui deduce violazione dell’art. 606, comma 1, lett. e) e b) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen. per carenza di motivazione, nonché manifesta illogicità e contraddittorietà e travisamento delle prove testimoniali assunte, con riferimento ai testi Ol. Pa. ed Eg. Le.. Deduce il ricorrente che la Corte territoriale sarebbe incorsa in travisamento della prova, laddove ha fatto leva sulla repentinità e silenziosità dell’azione per giustificare la circostanza che tre testi presenti sul luogo teatro del fatto non si siano accorti dell’accaduto, circostanza che sarebbe in contrasto con le condizioni del cagnolino, che, a diverse ore dal fatto, era ancora dolorante e aveva difficoltà di deambulazione, sintomi, questi, che a fortiori avrebbero dovuto essere presenti nell’immediatezza dell’accaduto e che non sarebbero sfuggiti ai testi; di qui, secondo il ricorrente, il vizio lamentato di travisamento della prova.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché fattuale, in quanto le censure sono dirette a una rivalutazione del compendio probatorio che è stato valutato in maniera non manifestamente illogica dai giudici di merito.

2. Va, infatti, ricordato che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico-argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, Rv. 265482; Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009, Campanella, n. 12110, Rv. 243247). Si richiama, sul punto, il costante indirizzo di questa Corte, in forza del quale l’illogicità della motivazione, censurabile a norma dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., è soltanto quella evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi; ciò in quanto l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo (Sez. U., n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074). In altri termini, il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene alla ricostruzione dei fatti, né all’apprezzamento del Giudice di merito, ma è limitato alla verifica della rispondenza dell’atto impugnato a due requisiti, che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (Sez. 2, n. 21644 del 13/2/2013, Badagliacca e altri, Rv. 255542; Sez. 2, n. 56 del 7/12/2011, dep. 4/1/2012, Siciliano, Rv, 251760).

Questa conclusione, peraltro, non muta a fronte del vigente testo dell’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., come modificato dalla I. 20 febbraio 2006 n. 46, che, invero, non ha trasformato il ruolo e i compiti di questa Corte, la quale che rimane giudice della motivazione, e non del fatto; la stessa, pertanto, non può procedere a una rinnovata valutazione dei fatti, ovvero a una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito. Del pari, il ricorrente non può limitarsi a fornire una versione alternativa del fatto, ma deve indicare specificamente quale sia il punto della motivazione che appare viziato dalla supposta manifesta illogicità e, in concreto, da cosa tale illogicità vada desunta. Al riguardo, l’aver introdotto la possibilità di valutare i vizi della motivazione anche attraverso gli “atti del processo” costituisce il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto “travisamento della prova”, che è quel vizio in forza del quale il giudice di legittimità, lungi dal procedere a una (inammissibile) rivalutazione del fatto (e del contenuto delle prove), prende in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti per verificare se il relativo contenuto è stato o meno trasfuso e valutato, senza travisamenti, all’interno della decisione.

In altri termini, vi è “travisamento della prova” quando il giudice di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste, o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale; del pari, può essere valutato se vi erano altri elementi di prova inopinatamente o ingiustamente trascurati o fraintesi. In sintesi, il “travisamento della prova” è configurabile quando si introduce nella motivazione una informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia (Sez. 2, n. 47035 del 3/10/2013, Giugliano, Rv. 257499; Sez. 5, n. 18542 del 21/1/2011, Carone, Rv. 250168). Fermo però restando – occorre ancora ribadirlo – che non spetta comunque a questa Corte “rivalutare” il modo con cui lo specifico mezzo di prova è stato apprezzato dal giudice di merito (in questi termini, tra le molte, Sez. 3, n. 5478 del 05/12/2013, Ferraris, Rv. 258693; Sez. 5, n. 9338 del 12/12/2012, dep. 27/2/2013, Maggio, Rv. 255087).

3. Alla luce di tali premesse, il motivo di ricorso è inammissibile perché, sebbene formalmente deduca un travisamento della prova, in realtà contesta la motivazione nella parte in cui ha valutato l’intero compendio probatorio.

Invero, la Corte territoriale, con apprezzamento fattuale logicamente argomentato, ha desunto la prova della penale responsabilità dell’imputato dalle dichiarazioni di Ri. Ze. che stava conducendo il cane a passeggio, quando questo fu inopinatamente aggredito dall’imputato; le dichiarazioni della teste, peraltro nemmeno persona offesa, sono state stimate pienamente attendibili, non essendo emerso né un interesse personale, né motivi di risentimento o rancore nei confronti dell’imputato, che la donna nemmeno conosceva, ed essendo confermate dalla certificazione sanitaria in atti. Sul punto, peraltro, il ricorrente è silente, non avanzando alcuna censura nei confronti dell’attendibilità della teste, le cui dichiarazioni sono state poste a fondamento del giudizio di condanna. La Corte territoriale, inoltre, ha spiegato in maniera non manifestamente illogica la circostanza che le persone presenti sul luogo teatro del fatto non si siano accorte dell’accaduto, doglianza riproposta in questa sede, correttamente osservando che: a) il teste Pa., per sua stessa ammissione, era rivolto dal lato opposto rispetto a quello in cui ebbe a verificarsi il fatto; b) gli altri due testi (classe, rispettivamente, 1925 e 1927, uno dei quali – il Le. -con evidenti patologie uditive) erano comunque distanti dieci-venti metri dal luogo dell’accaduto ed erano per di più seduti, sicché, stante anche la repentinità dell’azione, era ben possibile che costoro non si fossero accorti di nulla. Si tratta di una motivazione adeguata e non manifestamente illogica che, quindi, supera il vaglio di legittimità.

4. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13/06/2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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3 Commenti

  1. Quanta cattiveria! Che gusto ci prendono a dare calci agli animali? Scusate vorrei sapere cosa dice la legge nel caso di omissione di soccorso stradale. grazie

    1. Buonasera Tina! Ti consigliamo di leggere il nostro articolo dedicato all’omissione di soccorso di animali https://www.laleggepertutti.it/274940_omissione-di-soccorso-animali Troverai la risposta alle seguenti domande: Omissione di soccorso: cos’è e quando si verifica? Cos’è l’omissione di soccorso stradale? L’omissione di soccorso di animali è reato?. Continua a seguire il nostro portale di informazione giuridica.

    2. La legge ha introdotto anche la fattispecie di omissione di soccorso di animali; non si tratta però di un reato, ma solamente di un illecito punito con una sanzione amministrativa. Secondo la legge, l’utente della strada, in caso di incidente ricollegabile al suo comportamento da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno. Chi trasgredisce a questo obbligo è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 422 a 1.694 euro. Anche chi non è l’autore di un sinistro stradale, ma ne è rimasto comunque coinvolto, può rispondere dell’illecito di omissione di soccorso di animali. Puoi trovare maggiori informazioni nel nostro articolo: omissione di soccorso animali https://www.laleggepertutti.it/274940_omissione-di-soccorso-animali

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