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Licenziamento illegittimo, cosa succede al diritto di pensionamento?

6 Marzo 2019


Licenziamento illegittimo, cosa succede al diritto di pensionamento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 Marzo 2019



In alcuni casi si può assistere ad una sovrapposizione temporale tra licenziamento illegittimo e maturazione dei requisiti per andare in pensione.

Quando un giudice, talvolta a distanza di molto tempo da quando il licenziamento è stato comunicato al dipendente, dichiara quel licenziamento illegittimo e, magari, condanna l’azienda alla reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro sorgono tutta una serie di problemi che nascono dal fatto che, nelle more della decisione del giudice, è passato del tempo e possono essere successe molte cose. In alcuni casi, il dipendente licenziato, nelle more del giudizio sul licenziamento, ha maturato il diritto ad andare in pensione. In questo caso, la sentenza di reintegrazione nel posto di lavoro porterebbe dunque ad una situazione di fatto paradossale per cui l’azienda dovrebbe riammettere in servizio un dipendente che è già in pensione o che, comunque, ha maturato il diritto ad andare in pensione. In questo articolo cerchiamo di capire dunque: in caso di licenziamento illegittimo, cosa succede al diritto di pensionamento? Continua a leggere questo articolo per avere maggiori informazioni.

Licenziamento illegittimo e pensione: quale rapporto?

Per capire la tematica oggetto di questo articolo è bene partire da un esempio.

Tizio, dipendente di una grande azienda, viene licenziato il 10 marzo 2015 per giusta causa. Tizio ritiene in realtà di non aver commesso il fatto per cui viene licenziato ed impugna il licenziamento chiedendo la reintegrazione nel posto di lavoro.

Segue un lungo percorso giudiziario durante il quale, nel 2017, Tizio matura il diritto ad andare in pensione. Il 10 febbraio 2019 arriva la decisione definitiva del giudice che condanna l’azienda alla reintegrazione di Tizio nel posto di lavoro e ad un’indennità pari a tutte le retribuzioni che avrebbe percepito se non fosse mai stato licenziato dal 10 marzo 2015 alla data di effettiva reintegrazione, oltre al pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Come interagisce con la sentenza di reintegrazione il fatto che Tizio, nel mentre, ha maturato il diritto ad andare in pensione? In casi come quelli di Tizio è spesso accaduto che le aziende abbiano chiesto di limitare il risarcimento di danno verso il lavoratore licenziato che, a causa della lunga durata dei processi, abbiano, nel mentre, raggiunto i requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia ai 65 anni ed abbiano effettivamente iniziato a percepirla da parte dell’Inps.

In casi come questo, le aziende hanno tentato due carte:

  • richiedere al giudice di detrarre dall’indennità risarcitoria relativa al licenziamento illegittimo l’ammontare delle mensilità di pensione percepite dall’ex dipendente over 65;
  • richiedere al giudice di bloccare le mensilità dell’indennità risarcitoria alla data del
    raggiungimento del requisito pensionistico (ossia al compimento di 65 anni da parte dell’ex dipendente).

La posizione della Cassazione

La Cassazione ha affermato in molte occasioni che non è possibile detrarre dall’indennità risarcitoria a cui viene condannata l’azienda in caso di licenziamento illegittimo le somme percepite dall’ex dipendente come pensionato.

Ciò in quanto, come spesso ribadito dalla Cassazione [1], il raggiungimento del requisito per il pensionamento di vecchiaia non costituisce di per sé una causa automatica di cessazione del rapporto. E’ pur sempre l’azienda a dover decidere di estromettere il dipendente al raggiungimento dell’età pensionabile ma non c’è una sorta di licenziamento automatico.

La Cassazione ha smontato con uguale fermezza anche il secondo tentativo operato dalle aziende chiarendo che non è possibile accogliere la richiesta delle aziende di bloccare le mensilità dell’indennità risarcitoria per licenziamento illegittimo alla data del raggiungimento del requisito pensionistico.

C’è di più. Com’è noto, il lavoratore che ottiene dal giudice il diritto ad essere reintegrato nel posto di lavoro può decidere di optare per una somma di denaro aggiuntiva, pari a 15 mensilità della retribuzione, se non ha interesse ad essere riammesso in servizio [2].

Si tratta della cosiddetta indennità sostitutiva della reintegra. Secondo la posizione di alcune aziende il dipendente che nelle more ha raggiunto l’età pensionabile non potrebbe esercitare nemmeno l’opzione per l’indennità sostitutiva della reintegra. ma la Cassazione non ha accolto nemmeno questa richiesta delle aziende.
La posizione della Cassazione deriva da un ragionamento: la sentenza che condanna l’azienda alla reintegrazione del dipendente ricrea il rapporto di lavoro come se non fosse mai stato cessato e dunque il diritto al pensionamento viene travolto.

Quindi, l’ex dipendente non avrebbe dovuto e potuto percepire la pensione con un rapporto di lavoro in corso e quindi l’Inps può richiedere indietro le mensilità erogate.

Ne deriva che il diritto al pensionamento, una volta disposta la reintegra del dipendente, è come se non fosse mai esistito e dunque non può essere invocato dall’azienda per chiedere una limitazione del risarcimento del danno che deve versare all’ex dipendente.

La posizione di alcuni tribunali

Alcuni tribunali del lavoro hanno sposato una posizione in realtà contraria a quella della Cassazione ed hanno affermato che l’ex dipendente che viene reintegrato nel posto di lavoro e che aveva nelle more del giudizio raggiunto l’età pensionabile non può chiedere l’indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento in suo favore va ridotto delle somme percepite a titolo di pensione.

Tali decisioni si basano su un errore di fondo. In queste sentenze, infatti, si è dato per scontato che la domanda di pensione presentata dall’ex dipendente produca immediatamente un effetto di cessazione del rapporto di lavoro che impedisce dunque al dipendente di chiedere l’indennità sostitutiva della reintegrazione nel posto di lavoro e autorizza il giudice a decurtare la misura dell’indennità risarcitoria, sottraendo l’ammontare della pensione percepita. Questo orientamento però è sbagliato.

Per poter chiedere la pensione, infatti, il dipendente deve dichiarare che non ha in corso un rapporto di lavoro.

Il fatto che la sentenza con cui il giudice condanna l’azienda a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro ricrei il rapporto di lavoro come se non fosse mai cessato fa sì che il diritto al pensionamento, in realtà, viene travolto come se non ci fosse mai stato.

Inoltre, come già evidenziato, il raggiungimento dei requisiti per la pensione non fa scattare in automatico il licenziamento, ma è l’azienda a dover decidere se procedere con il recesso dal rapporto di lavoro o meno.

Reintegrazione e contributi previdenziali

Non solo la reintegrazione nel posto di lavoro del dipendente che ha maturato il diritto alla pensione non incide negativamente sull’indennità risarcitoria a lui spettante ma c’è da aggiungere che la reintegrazione facilita la maturazione dei requisiti pensionistici del dipendente.

Infatti, con tale sentenza, è come se il rapporto di lavoro non  fosse mai venuto meno e dunque l’azienda deve pagare al dipendente:

  • tutti gli stipendi che gli avrebbe pagato se non lo avesse mai licenziato, dalla data del recesso a quella di effettiva reintegrazione;
  • versare ad Inps ed Inail i contributi previdenziali ed assistenziali.

Anzi, il dipendente ha anche un vantaggio. Durante il rapporto di lavoro infatti l’azienda trattiene dalla busta paga del dipendente la quota di contributi Inps che sono a carico del lavoratore (di solito una quota intorno al 9-10%).

Al contrario, quando l’azienda paga i contributi all’Inps relativi alla retribuzione arretrata che deve versare al lavoratore illegittimamente licenziato non può fare rivalsa per la quota a carico del dipendente che resta, invece, sulle spalle dell’azienda.

Reintegrazione e Naspi

Come noto il dipendente licenziato può ottenere la Naspi, acronimo di nuova assicurazione per l’impiego. Si tratta, in sostanza, della vecchia indennità di disoccupazione, ossia un sussidio erogato al dipendente licenziato per un massimo di ventiquattro mesi che gli consente di avere un reddito nel periodo necessario a trovare una nuova occupazione.

Come regola generale quando l’azienda è condannata a reintegrare il dipendente ed a pagargli l’indennità risarcitoria da questa somma va sottratto il cosiddetto aliunde perceptum, ossia gli stipendi percepiti da un altro datore di lavoro.

Secondo alcune aziende,  anche la Naspi erogata dall’Inps rientrerebbe nel concetto di aliunde perceptum e, dunque, il giudice, quando condanna l’azienda a reintegrare il dipendente, dovrebbe sottrarre dall’ammontare dell’indennità risarcitoria le somme percepite nelle more dall’ex dipendente a titolo di Naspi. Tale interpretazione è stata smentita dalla Cassazione.

Secondo gli Ermellini l’indennità di disoccupazione pagata dall’Inps al lavoratore licenziato nel periodo tra il licenziamento illegittimo e la sentenza che dichiara illegittimo il recesso e condanna l’azienda a reintegrare il dipendente non deve essere detratta dal risarcimento che il datore di lavoro deve versare all’ex dipendente secondo il principio dell’aliunde perceptum [3].

La Corte di Cassazione, infatti, accogliendo il ricorso presentato da un lavoratore nei confronti della sentenza di appello che aveva dato ragione ad una società, ha espresso questo principio di recente.

Il dipendente era stato licenziato con un licenziamento che era stato successivamente giudicato illegittimo e, durante lo svolgimento del giudizio, aveva preso la Naspi da parte dell’Inps.

La Cassazione ha chiarito che il principio dell’aliunde perceptum non opera per ogni somma percepita dal dipendente.

Se il lavoratore fosse stato retribuito da un altro datore di lavoro il risarcimento a cui era stato condannata l’azienda, a seguito della sentenza che ha giudicato illegittimo il licenziamento, doveva essere decurtato delle somme percepite dal dipendente ma questa regola non vale in caso di fruizione della Naspi.

note

[1] Si veda, ex multis, Cass. n. 9992/2009 e Cass. 14778/2008.

[2] Art. 18 L. n. 300/1970; art. 2 D. Lgs. n. 23/2015.

[3] Cass. sent. n. 11989/2018.


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