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Inps: pensione di vecchiaia e pensione di cittadinanza

23 Marzo 2019
Inps: pensione di vecchiaia e pensione di cittadinanza

Mio padre, nato nel luglio del 1952, 785 settimane di contributi al 1992, redditi zero, possiede due case in comunione dei beni con mia madre in cui abitiamo in comodato gratuito verbale io e mia sorella, con rendita catastale rispettivamente di 309 e 249 euro. Dove può arrivare la pensione di papà tenendo conto che avrà 67 anni compiuti a luglio? La pensione di cittadinanza viaggerà su altri binari rispetto a integrazione al minimo e maggiorazione? Entro maggio mio padre potrà già fare domanda di pensione di vecchiaia?

Per quanto riguarda la pensione con deroga Amato, il padre del lettore ha il diritto di percepirla al compimento di 67 anni di età, in quanto dal 1° gennaio 2019 i requisiti di età per la pensione di vecchiaia ordinaria sono aumentati di 5 mesi. La domanda di pensione può essere presentata all’Inps a partire da 3 mesi prima della maturazione del requisito pensionistico.

Per quanto riguarda l’importo della pensione, questo dipende dall’entità dei contributi versati nell’arco della vita lavorativa e dalla retribuzione pensionabile.

Se l’importo mensile della pensione è inferiore a 513,03 euro lordi, si ha diritto alla cosiddetta integrazione al trattamento minimo (a meno che la pensione non sia calcolata col sistema interamente contributivo, ma non è il caso del padre del lettore). Con l’integrazione al trattamento minimo, in pratica, la prestazione è integrata sino a 513,03 euro, se si rispettano determinati limiti di reddito.

Chi non è sposato, o risulta legalmente separato o divorziato, ha diritto all’integrazione al minimo, per l’anno 2019:

– in misura piena, se possiede un reddito annuo non superiore a 6.669,13 euro, cioè al trattamento minimo;

– in misura parziale, se possiede un reddito annuo superiore a 6.669,13 euro, sino a 13.338,26 euro (cioè sino a due volte il trattamento minimo annuo).

Se il reddito supera la soglia di 13.338,26 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Se il pensionato risulta sposato si applicano dei limiti di reddito più alti, ai fini dell’integrazione al minimo, ma bisogna considerare anche il reddito del coniuge. In particolare, si ha diritto all’integrazione, per l’anno 2019:

– piena, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge non supera 20.007,39 euro ed il reddito del pensionato non supera i 6.669,13 euro;

– parziale, se il reddito annuo complessivo proprio e del coniuge supera i 20.007,39 euro, ma non supera i 26.676,52 euro (cioè sino a quattro volte il trattamento minimo annuo) ed il reddito del pensionato non supera i 13.338,26 euro (deve essere applicato un doppio confronto, tra limite di reddito personale e della coppia: l’integrazione applicata è pari all’importo minore risultante dal doppio confronto).

Se il reddito personale e del coniuge supera i 26.676,52 euro, o se il solo reddito personale supera la soglia di 13.338,26 euro, non si ha diritto ad alcuna integrazione.

Chi ha diritto all’integrazione al minimo può avere anche diritto alla maggiorazione sociale sulla pensione, ed eventualmente all’incremento al milione, rispettando determinati limiti di reddito. La pensione, con queste ulteriori integrazioni, può arrivare ad un massimo di circa 650 euro mensili.

Nello specifico, i limiti di reddito per la maggiorazione sociale base si calcolano in questo modo:

– per il pensionato non sposato: il reddito annuo non deve risultare superiore alla somma del trattamento minimo annuo (513,01 euro x 13 mensilità) e dell’ammontare annuo della maggiorazione sociale prevista in relazione all’età del pensionato (per l’anno 2018, 5,83 euro al mese per coloro che hanno dai 60 ai 64 anni; 82,64 euro per chi ha un’età che si colloca tra i 65 e i 69 anni);

– per il pensionato coniugato: l’interessato non deve possedere redditi propri per un importo pari o superiore a quello di cui al punto precedente, né redditi, cumulati con quelli del coniuge, per un importo pari o superiore;.

– al limite costituito dalla somma dell’ammontare annuo della pensione al minimo, della maggiorazione sociale e dell’ammontare annuo dell’assegno sociale (547,99 euro mensili x 13 mensilità, per l’anno 2019).

Se il reddito è inferiore al limite stabilito, la maggiorazione è ridotta, fino a concorrenza della soglia limite.

In caso di coppia di coniugi, la maggiorazione viene corrisposta nella misura minore necessaria per integrare il limite personale o il limite coniugale. Nel reddito personale ed in quello della coppia va considerato anche l’importo della pensione su cui deve essere attribuita la maggiorazione.

Per quanto riguarda l’incremento della maggiorazione, o incremento al milione, il beneficio consente di raggiungere una pensione massima di 649,45 euro al mese, con un incremento della maggiorazione pari a 363,79 euro.

Nel dettaglio, hanno diritto all’incremento al milione:

– i pensionati di età pari o superiore ai 70 anni; il limite è ridotto nella misura di un anno ogni 5 anni di contribuzione versata, o frazione pari o superiore a 2 anni e mezzo, fino ad arrivare a 65 anni; è considerata tutta la contribuzione (obbligatoria, figurativa, volontaria e da riscatto) fatta valere dall’interessato relativamente alla pensione su cui spetta il beneficio; ad esempio chi, come il padre del lettore, ha 15 anni di contributi, può percepire l’incremento al milione a 67 anni, sussistendo i requisiti di reddito;

– i pensionati di età pari o superiore ai 60 anni che siano invalidi civili totali, sordomuti o ciechi civili assoluti, titolari della relativa pensione o che siano titolari di pensione di inabilità.

Per ottenere l’incremento è necessario non superare determinati limiti di reddito annuo, personale e cumulato con quello del coniuge. In particolare, l’incremento della maggiorazione sociale è concesso alle seguenti condizioni:

– il pensionato single non deve possedere redditi propri su base annua pari o superiori a 8.370,18 euro (limite 2018; per il 2019 l’importo dovrebbe essere pari a 8.442,18, ma deve essere confermato dall’Inps);

– il pensionato coniugato, non effettivamente e legalmente separato, non deve possedere redditi propri superiori a 8.370,18 euro, né redditi, cumulati con quelli del coniuge, per un importo pari o superiore all’importo annuo di 14.259,18 euro (valori validi per il 2018).

Se non si supera alcuno dei due limiti di reddito indicati, l’incremento è concesso in misura tale da non superare le soglie.

Nel caso specifico, se i soli redditi posseduti dai genitori del lettore sono le rendite catastali dei due immobili, se la pensione risulta d’importo inferiore al minimo, e non ci sono altre pensioni percepite dalla madre, il padre ha diritto a un’integrazione della pensione pari a 649,45 euro al mese (integrazione al minimo + maggiorazione base+ incremento al milione) meno 21,46 euro, da sottrarre in virtù della rendita catastale dei due immobili.

Per quanto riguarda la pensione di cittadinanza, la quota base (la sola spettante a chi non paga affitto o mutuo) è pari a 630 euro al mese, da moltiplicare per 0,4, considerando che il nucleo familiare ai fini del reddito di cittadinanza risulta composto dal padre e dalla madre del lettore.

Quindi, nel caso in cui abbia diritto alla pensione di cittadinanza, il padre del lettore avrebbe diritto a un’integrazione (tramite carta acquisti) che porterebbe la pensione mensile a 882 euro.

Tuttavia, per il diritto alla pensione di cittadinanza è necessario rispettare anche i seguenti requisiti, oltre a quelli relativi a residenza, cittadinanza o permesso di soggiorno, ed assenza di componenti dimissionari:

– possedere un Isee del nucleo familiare inferiore a 9.360 euro;

– possedere, nel nucleo familiare, l’abitazione principale; gli altri immobili posseduti non devono superare, complessivamente, il valore di 30mila euro;

– possedere un patrimonio mobiliare familiare (conti, carte prepagate, titoli, libretti, partecipazioni…) non superiore a 6mila euro; la soglia è incrementata di 2mila euro per ogni componente del nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di 10 mila euro, incrementati di ulteriori mille euro per ogni figlio successivo al secondo; i massimali sono ulteriormente incrementati di 5mila euro per ogni componente con disabilità, come definita a fini Isee, presente nel nucleo;

– nessun componente del nucleo deve possedere autoveicoli immatricolati da meno di 6 mesi, o con cilindrata superiore a 1.600 cc e motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc o immatricolati nei 2 anni precedenti, navi o imbarcazioni da diporto.

Nel caso specifico, il valore degli immobili (il valore ai fini Isee è lo stesso utilizzato ai fini Imu) è:

309 (rendita catastale) x1,05×160= 51.912 euro per il primo immobile 249×1,05×160= 41.832 per il secondo immobile

Superando dunque il valore immobiliare di 30mila euro, non è possibile beneficiare della pensione di cittadinanza.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci



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